Ho letto con interesse le considerazioni che l’economista Angelo Rossi ha voluto esprimere, la scorsa settimana da queste colonne, sugli ultimi dati Pisa, l’indagine che misura le competenze degli allievi di quarta media in scienze, matematica e lettura. E lo ringrazio per essere intervenuto su un tema che merita di essere sviluppato e approfondito dentro e fuori la scuola, a condizione però di interpretare correttamente i risultati che Pisa ci offre, evitando di darne letture unilaterali o strumentali. In effetti Pisa è uno studio internazionale promosso dall’Ocse che valuta le competenze degli allievi quindicenni. L’obiettivo è quello di produrre, sulla base di test su campioni rappresentativi, degli indicatori significativi circa le competenze degli allievi. Siamo ben coscienti del fatto che Pisa - pur essendo scientificamente molto robusta - non dice tutto ed è per questa ragione che ci serviamo costantemente dei risultati anche di altri rilevamenti e ricerche, come quelli svolti dall’Ufficio studi e ricerche.
Alcune indicazioni comunque le abbiamo e sono tutt’altro che negative. Pisa ci dice che le prestazioni degli allievi del nono anno scolastico che frequentano le scuole svizzere si situano generalmente alla pari o al di sopra della media Ocse. Soprattutto ci dice che gli allievi ticinesi, rispetto all’indagine precedente, migliorano in modo significativo le loro prestazioni medie in tutti e tre gli ambiti (scienze, matematica e lettura), ottengono dei punteggi sostanzialmente analoghi a quelli della Svizzera francese e leggermente inferiori a quelli della Svizzera tedesca e presentano uno scarto di prestazioni contenuto tra allievi deboli e allievi forti.
Al di là di questi risultati e di tutte le precauzioni del caso per una loro corretta interpretazione, a Pisa va comunque riconosciuto un grande pregio. E cioè quello di aver focalizzato il dibattito sulla qualità dell’istruzione, andando a verificare una dimensione centrale come le competenze degli allievi. Se la scuola pubblica ticinese producesse scarpe, valutare la qualità del prodotto sarebbe relativamente semplice. Valutare invece la qualità delle competenze scolastiche degli allievi è sicuramente più complicato, visto che si tratta di misurare un bene immateriale che risiede - come dicono gli economisti - nel suo capitale umano. È complicato, ma non è impossibile e sicuramente non è inutile. È un approccio diverso da quello, pure importante, che pone al centro i costi della scuola pubblica ed è un approccio che dovrebbe aiutarci ad uscire, almeno per un momento, dalle sterili diatribe contabili, tanto care a certi schieramenti politici, ma che in definitiva non ci aiutano a progredire di un millimetro nella qualità della scuola, e che anzi contribuiscono a farci marciare sul posto, se non a indietreggiare. Anche il progetto HarmoS, in fase di sviluppo tra Confederazione e Cantoni, prevede degli strumenti di monitoraggio del sistema educativo svizzero per quanto riguarda la qualità della scuola dell’obbligo.
L’indagine Pisa apre poi la strada a considerazioni che rimettono in discussione gli obiettivi della nostra scuola dell’obbligo. Per Angelo Rossi sarebbe praticamente impossibile conciliare la politica di promozione delle eguali opportunità nella formazione scolastica con quella dell’eccellenza. Meglio accontentarsi di perseguire la prima, ne conclude Rossi, senza illudersi troppo sulla possibilità di ottenere risultati anche nella seconda. In fin dei conti la presenza di numerosi allievi stranieri nelle scuole ticinesi, superiore alla media nazionale, giustificherebbe rendimenti scolastici poco brillanti.
Non posso condividere del tutto questa impostazione. E non tanto perché dietro alla variabile statistica di “straniero” si trova anche quella di “origine socioeconomica”, che è poi quella che influenza davvero i risultati. In altri termini, i risultati di uno straniero agiato non sono molto diversi da quelli di un indigeno, mentre sono le condizioni socioeconomiche sfavorevoli a influenzare negativamente i risultati. Resta la tesi secondo la quale non sarebbe possibile, per un sistema scolastico, conciliare equità ed eccellenza, e i risultati ticinesi ne sarebbero la prova. A questo punto è inevitabile rivolgersi ai risultati internazionali di Pisa, che smentiscono categoricamente questa affermazione. Infatti, basta sfogliare qualsiasi rapporto Pisa per constatare immediatamente un fatto piuttosto interessante: vari Paesi, tra cui la Finlandia e il Canada, ottengono dei risultati eccellenti, riducendo nel contempo le differenze tra gli allievi migliori e i più deboli, nonché l’incidenza dell’origine socioeconomica sui risultati: in altri termini, riescono ad essere equi e contemporaneamente eccellenti. Non solo, in tali nazioni l’istruzione è equamente distribuita sul territorio, in modo tale che un singolo allievo ha le stesse probabilità di riuscita indipendentemente dall’istituto scolastico frequentato.
In Ticino abbiamo coltivato il principio liberale delle pari opportunità di partenza negli studi. E i risultati Pisa confermano che siamo riusciti a raggiungere in maniera egregia tale obiettivo. Senza Pisa, tra parentesi, non avremmo mai potuto sapere che in questo ambito siamo migliori di molti altri Cantoni svizzeri. È altrettanto vero, purtroppo, che non siamo per il momento riusciti a raggiungere l’eccellenza anche nel campo delle competenze scolastiche. Ma è profondamente inappropriato, soprattutto se si parla della scuola dell’obbligo, affermare che equità ed eccellenza sono inconciliabili, che si dovrebbe scegliere l’una o l’altra. Gli studi indicano esattamente il contrario e la mia visione è quella di una scuola ticinese che riesca a migliorare i propri risultati mantenendo le grandi conquiste del passato di cui andiamo fieri.
Mi rendo conto che non basta affermarlo, ma che bisogna operare concretamente per mettere in pratica questo obiettivo. Il punto di partenza deve essere in ogni caso quello di affermare che sia possibile raggiungerlo, anche se non è un compito facile. Occorre poi dare alla scuola le risorse finanziarie necessarie a tale scopo. Ecco perché ritengo che i risparmi nel settore della formazione scolastica, ma anche in quella professionale, siano ormai giunti al loro limite massimo di sopportazione.
In Ticino abbiamo coltivato il principio liberale delle pari opportunità negli studi