ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Promesse mantenute



In giugno lei ha presentato un pacchetto di misure concrete di rilancio scolastico da realizzare a medio-lungo termine. Costo complessivo: 11 milioni di franchi l'anno. Il mese scorso il governo si è però riunito per tagliare 120-130 milioni alla spesa pubblica e anche il suo Dipartimento dovrà operare di forbici. Non è contraddittorio: prima si inietta e poi si taglia?

«Non c'è nessuna contraddizione se da un lato si spende dov'è necessario e dall'altro si identificano settori nei quali è (ancora) possibile contenere l'aumento della spesa pubblica. C'è solo una regola che ci siamo imposti all'interno del Dic per ogni operazione finanziaria: va rigorosamente garantita la qualità della scuola e dell'insegnamento. L'esercizio di clausura del governo non cancellerà gli 11 milioni in più all'anno, già utilizzati dal Dic, a favore del rafforzamento di servizi e attività parascolastiche come il potenziamento del doposcuola nelle Medie e l'apertura della Casa dello studente a Bellinzona; l'ampliamento delle iniziative a favore dell'aiuto allo studio; il ripristino della figura dello psicomotricista in due circondari di scuola elementare; la promozione delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione; l'adeguamento del credito annuo a disposizione degli istituti per le attività culturali, per il materiale degli allievi e per le attrezzature didattiche; la reintroduzione del "monte ore" con un costo di 3,3 milioni di franchi o, infine, la recente estensione dei criteri di erogazione delle borse di studio. Non mi sembra poco e mi sento pertanto la coscienza a posto quanto al mantenimento delle promesse fatte dopo il voto del 18 febbraio di un anno fa».

Quali settori verranno toccati dai risparmi del suo Dipartimento?

«Preferisco non parlare di risparmi, ma di contenimento dell'aumento della spesa pubblica con lo scopo di liberare risorse per nuovi compiti. Anche il mondo della scuola deve sapere abbandonare ciò che non è più attuale e concentrare le proprie forze per dare puntuali risposte alle nuove aspettative della società civile. é un errore partire dal presupposto che la revisione dei compiti dello Stato deve necessariamente fondarsi su esigenze di risparmio. Voglio dar seguito a misure di razionalizzazione e adeguamento del sistema scolastico alle nuove esigenze - le avrei comunque adottate - ottenendo nel contempo il contenimento della spesa deciso dal governo. Continuo a credere in una scuola dinamica, propositiva, aperta e votata al progresso, scevra pertanto da qualsiasi attitudine alla semplice conser- vazione a tutti i costi dell'esistente».

E che incidenza potranno avere gli sgravi fiscali?

«Ogni decisione sugli sgravi fiscali compete, a questo punto, al parlamento. é comunque sbagliato e illusorio pensare che il rinvio del quarto pacchetto di sgravi annulli la necessità di contenere la spesa dello Stato. Il contenimento passerebbe unicamente da 120 a circa 80 milioni di franchi. Come politico che vuole fare politica mi interessa comunque liberare risorse per nuovi progetti, anche perché sono molti quelli che ho in testa».

Veniamo ad alcuni cantieri aperti che fanno parecchio discutere: l'introduzione dell'insegnamento obbligatorio dell'inglese e la nuova Alta scuola pedagogica. Cominciamo da questa: è un progetto fondamentale per il futuro della nostra scuola. Perché non avete coinvolto i docenti nella procedura di consultazione?

«Quando si parla di scuola non è sempre chiaro a chi va estesa la consultazione. In questo caso, in concreto, la consultazione c'è comunque stata: i documenti preparatori e l'avamprogetto di legge sono stati messi in consultazione nel periodo novembre 2000 - gennaio 2001 presso le associazioni magistrali, le organizzazioni sindacali dei docenti, le conferenze o i collegi dei direttori e altri organi scolastici. é difficile capire le prese di posizione di certi collegi, a meno che la rappresentatività degli organi consultati non venga riconosciuta o che gli stessi organi non siano considerati rappresentativi della base dei docenti. L'Alta scuola pedagogica (Asp) non è un'invenzione ticinese. é istituita sulla base di precise direttive emanate dalla Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione, che si rifanno a indirizzi condivisi a livello europeo, in particolare per quanto riguarda il contenuto della formazione, le modalità organizzative, la padronanza nei docenti del grado secondario delle conoscenze scientifiche di regola in due materie (è una novità per noi), le qualifiche richieste al corpo insegnante e il riconoscimento dei diplomi. A livello svizzero solo il canton Ginevra ha previsto un curricolo universitario. Tutti i 14 progetti sviluppati dagli altri cantoni svizzeri optano per una formazione dei docenti nelle Alte scuole pedagogiche».

In Gran Consiglio si è lavorato bene

Proprio in questi giorni le sono giunte parecchie prese di posizione in merito da parte di collegi dei docenti. Quali le principali critiche? E quali le sue risposte?

«Riguardo al disegno di legge proposto, oltre alla critica cui ho appena risposto circa il non coinvolgimento dei collegi, è stato sollevato il problema della remunerazione dei docenti durante l'anno di abilitazione (ma è un problema che tocca chiunque segua corsi introduttivi o abilitanti in un'azienda), la durata della formazione, i titoli di accesso all'Asp. La collocazione dell'Alta scuola pedagogica all'interno del Dic ha nel frattempo invece trovato un'adesione quasi unanime. La Commissione speciale scolastica del Gran Consiglio, con un lavoro che ho apprezzato molto, ha approfondito tutti gli aspetti oggetto di posizioni divergenti, ha saputo trovare delle valide soluzioni e costruire un ampio consenso sulla maggior parte degli articoli in discussione. Sono rimasti ancora pochissimi punti controversi, comunque non decisivi per la riuscita del progetto, sui qua- li sono pronto a rimettermi alle decisioni del parlamento. Le critiche e le suggestioni formulate da alcuni collegi dei docenti, in parte condivisibili - per esempio sui criteri di abilitazione dei docenti cantonali - potranno invece ancora essere considerate nell'ambito dell'elaborazione dei vari regolamenti di applicazione. L'inizio previsto in autunno dell'Asp riguarderà esclusivamente il curricolo per la formazione dei docenti di scuola dell'infanzia e di scuola elementare. Per contro, l'abilitazione dei docenti di scuola media, scuola media superiore e Scuola speciale secondo il nuovo modello potrà concretizzarsi solo fra qualche anno, quando saranno stati definiti i contenuti dell'abilitazione, reclutati i formatori - con particolare cura per le loro qualifiche - e predisposta l'organizzazione per il riconoscimento intercantonale dei diplomi rilasciati. Per la definizione e l'analisi di questi aspetti il Dipartimento promuoverà entro fine giugno una giornata di studio e di approfondimento con i vari addetti ai lavori».

Un altro ambito che ha catalizzato prese di posizione incrociate è l'introduzione dell'inglese obbligatorio. Soffermiamoci in parti- colare sull'insoddisfazione espressa da chi deve fare posto alla nuova lingua: in particolare i docenti di francese e tedesco. Preoccupazioni legittime o ciascun docente si limita "semplicemente" a difendere il proprio orticello?

«Come premessa va precisato che ogni riforma sull'insegnamento delle lingue va naturalmente adottata a tutela degli interessi degli allievi, che devono essere preparati a entrare fra qualche anno nel mondo del lavoro. Ho rispetto e fiducia nei miei docenti e non credo che si limitino a difendere il proprio orticello. D'altro canto mi preme sottolineare che la proposta messa in consultazione non costituisce di certo una rivoluzione che sconvolge il sistema scolastico esistente. Si tratta semmai di un irrinunciabile adattamento alle nuove richieste dettate da un mondo che cambia. Le risposte alla consultazione dimostrano come alcune posizioni siano diametralmente opposte: c'è chi vorrebbe introdurre l'inglese già nella scuola dell'infanzia e chi invece lo vorrebbe quasi escludere dai programmi scolastici (lasciandolo nelle mani delle scuole private). Al politico e al Dipartimento viene chiesto di assumere la responsabilità di prendere una decisione. Una domanda che mi pongo spesso: cosa diranno di me, fra dieci anni, gli allievi che frequentano oggi la scuola elementare»?

L'inglese e il mondo che cambia

E c'è chi sostiene che la scuola si è piegata alle esigenze dell'economia. Una scuola "utilitaristica?"?

«é un rimprovero ingeneroso e superficiale che non accetto. Se avessimo ceduto alle richieste dell'economia e del mondo del lavoro avremmo preso anche noi la scorciatoia dell'introduzione dell'inglese a partire dalla terza elementare. Ricordo che a livello svizzero non si discute se introdurre o no l'inglese nella scuola dell'obbligo, ma si dibatte su quando inserire questa lingua nei programmi di insegnamento, prima o dopo una seconda lingua nazionale. Il Dipartimento ha fatto una scelta precisa e in gran parte condivisa: potenziamento dell'italiano e priorità ad una seconda lingua nazionale. Ma non possiamo nemmeno far finta di non accorgerci che tutti i paesi che ci circondano (Italia, Francia, Austria e Germania) e a questo punto almeno tredici cantoni svizzeri inizieranno ad insegnare la lingua inglese a partire dalla terza elementare».

Quale seguito intendete dare alla consultazione appena conclusa?

«é intanto incoraggiante prendere atto del considerevole numero di prese di posizione rientrate in questi giorni. Esamineremo nei dettagli le diverse opinioni e i suggerimenti che riterremo meritevoli di approfondimenti. Abbiamo del resto messo in consultazione un documento sui principi, fermo restando che all'interno del dipartimento ci siamo già fatti delle precise idee sui tempi e sulle modalità di messa in atto delle diverse varianti della riforma. Nulla è ancora deciso e la procedura di consultazione non è certo stata un semplice alibi: ma è altrettanto chiaro che nei prossimi mesi, da un Dipartimento che sa assumere le proprie responsabilità, ci si deve attendere una decisione. Singolarmente, dalle prime prese di posizione che ho potuto vedere, prendo atto che solo pochi si sono pronunciati sulle riforme proposte nel settore della formazione professionale: eppure è proprio qui che si riscontrano le maggiori esigenze di intervento. Già a partire da settembre prossimo a una buona parte dei nuovi apprendis ti dell'artigianato e dell'industria dovrà essere insegnata almeno una lingua seconda. Altrimenti che senso hanno tutti i bei discorsi, ad esempio, sulla promozione della via professionale in alternativa a quella liceale?»

Perché la scuola di fronte ai cambiamenti continua ad aggiungere nuove materie all'orario e non compie invece altre scelte? La classe docente spesso lamenta che il dipartimento, così facendo, considera l'allievo come semplice contenitore. E ormai sovraccarico.

«La domanda è pertinente e anch'io condivido le stesse preoccupazioni. A parte la civica, voluta a gran voce da tutti, negli ultimi anni non si sono comunque aggiunte nuove materie. Ma nel contempo, e la consultazione sulle lingue ne è la dimostrazione, nessuno sembra disposto a cedere qualche cosa. I recenti risultati del progetto Pisa, per nulla esaltanti, devono pur farci riflettere. é forse giunto il momento di rafforzare e privilegiare nella scuola dell'obbligo anzitutto l'insegnamento della lingua italiana e delle materie di cultura generale di base (una volta si diceva: scrivere, leggere e far di conto). Senza una buona e solida conoscenza della lingua materna è difficile costruire frasi e ragionamenti. Le specializzazioni estreme vanno di principio riservate al postobbligatorio. Ecco uno dei nuovi temi che dovremo approfondire nei prossimi mesi e anni: una seria riflessione attorno ai programmi scolastici, che tenga conto delle conoscenze da acquisire, delle capacità che consentano di trasformare il sapere in saper fare e degli atteggiamenti, cioè il saper essere e il modo con cui ci poniamo di fronte alla realtà».

A parte quelli già menzionati, quali sono gli altri 'lavori in corso' nella scuola pubblica?

«La gestione dei casi difficili, la messa in pratica del concetto di autonomia degli istituti e dunque la formazione di chi deve gestirli, i contratti di prestazione già in auge alla Supsi e all'Usi e che potrebbero riguardare in futuro anche l'Asp, l'Archivio di Stato e il Museo cantonale, la sicurezza dei trasporti scolastici. E poi, perché se ne parla da troppo tempo, va finalmente affrontata la questione dello statuto del do- cente».

Controlli di qualità: esistono all'interno della scuola?

«Nel settore professionale il controllo della qualità è già in atto da tempo in tutte le scuole. Il Ticino è stato uno dei primi cantoni a adottare - in collaborazione con l'Ufficio federale della formazione professionale e della tecnologia - un sistema sulla base delle norme europee, adattato alla realtà formativa. Oso affermare però che la qualità della scuola, nonché dei processi d'insegnamento e di apprendimento, non sta solo in un Iso 9000, ma nella capacità di innovare di chi insegna, nella sua creatività, nel suo entusiasmo, nel giusto rapporto tra impegno profuso e risultato ottenuto, nella sua partecipazione ad attività di aggiornamento continuo. Dunque sono grato a tutte le docenti e a tutti i docenti che ogni giorno cercano di portare qualcosa di nuovo nell'aula scolastica, che sanno suscitare l'interesse delle allieve e degli allievi, che sanno prepararli ad affrontare con senso di responsabilità la vita di domani, dal primo gradino in fondo alla scala su su fino a quello finale. Non bisogna poi dimenticare che il progetto di A2000 sul controlling di Stato tocca anche il mio Dipartimento».

Uno sguardo all'USI: un "sacrosanto" principio liberale vuole che la scuola assicuri ai cittadini pari opportunità. Come coniugare questo principio con il fatto che all'Università della Svizzera italiana l'iscrizione ad un anno di insegnamento costa ben 8'000 franchi (per gli stranieri) e 4'000 per gli svizzeri, cioè il triplo (circa) rispetto alle altre università svizzere? «Il principio è talmente "sacrosanto" che rispondere in due parole è impossibile. Tento una breve risposta, sapendo già di non accontentare nessuno. L'Usi è un ente autonomo di diritto pubblico che ha impostato il proprio piano finanziario in modo diverso dalle altre facoltà cantonali svizzere. é un modello che viene guardato con interesse, ad esempio dall'Ufficio federale dell'educazione e della scienza , sia per la maggior responsabilità finanziaria attribuita alle università, sia per la partecipazione dei vari beneficiari, compresi gli studenti, al finanziamento. Particolarmente apprezzato è l'equilibrio trovato fra le tasse e le borse di studio: proprio per questo a tutti gli studenti ticinesi sono garantite pari opportunità per l'accesso all'Usi».

Università accessibile a tutti i ticinesi

La nostra è dunque un'università per soli ricchi o più semplicemente un'università che costa troppo?

«é un'università che funziona bene e che offre un nuovo modello di gestione, guardato con interesse da molte parti. Le tasse sono per il momento una componente fondamentale per il finanziamento dell'università. Con il nostro sistema di erogazione di borse e prestiti di studio nessun ticinese dovrebbe essere messo in condizione di dover rinunciare all'iscrizione all'Usi a causa delle tasse».

Lo scorso secolo si disse: la Magistrale a Locarno, il Liceo a Lugano e la Commercio a Bellinzona. Lo scopo era quello di ripartire equamente gli istituti scolastici sul territorio cantonale. Oggi si ha l'impressione che le novità (Università e Supsi) si concentrino essenzialmente nel Sottoceneri, spesso nel Luganese. Si tratta di una chiara scelta politica?

«Già Franscini metteva in guardia i ticinesi dal seguire una politica campanilistica che perdesse di vista l'assieme e dunque il progresso del cantone. Una scelta politica saggia è trovare le soluzioni che facciano l'interesse prima di tutto dei giovani che accedono all'una o all'altra scuola, che offrano loro formazioni complete e della migliore qualità e che aprano la porta a formazioni successive e a qualifiche superiori; infine che consentano loro di abbracciare la professione o il mestiere desiderati, anche solo per i primi anni della carriera professionale, perché sono oramai pochi quelli che fanno lo stesso mestiere tutta la vita. Che questa formazione avvenga poi a Bellinzona, a Locarno o a Lugano non è per me essenziale. Non si tratta qui di dividersi i guadagni di un casinò, semmai il contrario, di investire soldi per le nuove generazioni. Ma saranno soldi bene investiti, perché sono convinto che uno Stato moderno e governanti accorti non possono fare risparmi sconsiderati sulla formazione dei citt adini. Oggi, comunque, abbiamo un'Accademia a Mendrisio, un'Università a Lugano, una Supsi a Manno, l'Alta scuola pedagogica a Locarno, scuole professionali importanti a Bellinzona e a Biasca».

Un sogno nel cassetto?

«Poiché voglio porre l'accento più sull'educazione che sull'istruzione dei giovani e poiché lo sport è una componente sempre più importante della vita di tutti i giorni di giovani, adulti e anziani, il nome del Dipartimento che dirigo potrà in futuro essere cambiato: Decs, Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport».

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