ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Religione obbligatoria a scuola? Meglio la cultura



Le iniziative parlamentari degli on. P. Dedini (25 marzo 2002) e L. Sadis (2 dicembre 2007) chiedono, in sostanza, che si introduca un corso di cultura religiosa in tutte le scuole obbligatorie e post-obbliga­torie, organizzato e gestito dallo Stato. Le due iniziative partono dalla constatazione della mancan­za, nei nostri allievi, di una cono­scenza della religione e delle reli­gioni sul piano storico-culturale. Da quando la commissione ad hoc, istituita dal Consiglio di Stato, ha concluso i propri lavori, conse­gnando un rapporto tripartito, e proponendo a maggioranza l’in­troduzione di un’ora obbligatoria di una non precisata materia ‘reli­giosa’ nelle scuole pubbliche (ad ec­cezione del settore medio superio­re), collocando l’ora confessionale facoltativa fuori orario ed a carico delle Chiese, si è aperto un dibatti­to essenzialmente ideologico sul­l’opportunità o meno delle varie so­luzioni.
Ciò stimola naturalmente la discus­sione e la riflessione, ed in questo sen­so è senz’altro positivo, ma il dibattito sembra aver preso una direzione scontata, conformista e di maniera: da una parte i laici, dall’altra i reli­giosi, di qua ci si affanna a mostrare l’importanza della religione intesa come fenomeno storico sociale, di là si ribadisce l’assolutezza del rapporto tra l’uomo e Dio, meglio se entrambi cattolici o riformati.
Si ha l’impressione che nel frattem­po la scuola sia stata dimenticata, e che debba stare nel mezzo a guardare chi saranno i nuovi o i vecchi occu­panti e come si potrà far fronte ad un’eventuale nuova occupazione, nell’attesa di sapere se alla fine ci sarà un armistizio o un compromes­so che lasci le cose più o meno come si trovano.
Eppure in un dibattito così interes­sante si è persa ancora una volta, a mio giudizio, l’occasione per capire meglio cosa di nuovo si stia chieden­do, a chi lo si chieda, e come. In altre parole, si è persa la doverosa prelimi­nare necessità di analizzare il conte­sto entro cui si vuole collocare un nuo­vo insegnamento ( peraltro ancora in­definito) che sembra essere improvvi­samente divenuto un’urgenza al limi­te dell’emergenza. I politici, interpreti della società, hanno individuato una forma di ignoranza disciplinare nella formazione scolastica e chiedono spe­cifici rimedi, talmente specifici da for­mare una nuova disciplina di inse­gnamento. Un’altra ed ulteriore mate­ria: un’altra, certo, perché, da quando sono sorte le due iniziative fino alla presentazione delle proposte commis­sionali, la scuola ( e qui penso soprat­tutto all’ambito della scuola media) ha vissuto l’applicazione della Rifor­ma 3, con l’introduzione dell’inglese obbligatorio, col riassetto del francese e del latino ( facoltativi), con l’intro­duzione del laboratorio di italiano. Sembra che non ci si voglia rendere conto che lo zainetto degli allievi, so­prattutto di quelli più volenterosi, è stracarico, e che le griglie orarie sono al limite dell’intasamento. Non si ri­solverebbe il problema neppure de­viando l’attuale insegnamento reli­gioso sul binario del fuori orario ( quello delle 12 e delle 16, per intender­ci). L’incremento del fuori orario è semplicemente discriminatorio per quegli allievi che ancora chiedono alla scuola di poter acquisire più co­noscenze di base in vista del loro futu­ro, culturale e professionale ( francese e latino). La cosa sembra sia stata ca­pita per quanto concerne il medio su­periore, mentre al settore medio viene chiesto di prestarsi ancora una volta a rimescolamenti e sperimentazioni senza alcuna garanzia per quanto concerne i presupposti e, quindi, i ri­sultati. E qui veniamo al problema di fondo: si è fatta un’analisi prelimina­re della conclamata ‘ ignoranza reli­giosa’ da parte dei nostri studenti? Si è fatta un’analisi delle varie ‘ ignoran­ze’ dei nostri studenti, soprattutto nel­le materie che già ci sono? Soltanto dopo tali analisi si può procedere ad ulteriori sensate richieste allo studen­te, soprattutto di scuola media. Se dopo quattro anni ( e magari altri quattro di media superiore) di italia­no, storia, geografia, arti, lingue, filo­sofia, psicologia, introduzioni alla cittadinanza ed alle istituzioni, uno studente risulta o carente nelle cono­scenze di religione o, assai peggio, in­sensibile alla problematica religiosa e socio- religiosa, credo che sia assai più produttivo che la scuola ed i suoi re­sponsabili si fermino a riflettere ed a riconsiderare l’effettivo funzionamen­to della scuola stessa come si presenta oggi ai nostri occhi.
La formazione di un individuo aperto e tollerante nei confronti della realtà sociale tutta ( e non solo religio­sa) è la risultante di una complessa maturazione anche scolastica che, a sua volta, chiama tutte le attuali di­scipline insegnate ad impegnarsi in questo compito, sul versante dei conte­nuti specifici e su quello più generale del concetto di ‘ educazione’. La scuo­la, in generale, non può fornire speci­fiche pillole per rimediare a specifici mali della nostra società, ed è venuto il momento di desistere dal continua­re a chiedergliene. In questa confusio­ne si è voluto imprimere alla scuola un sapere ‘ utile’ e spendibile a breve termine, e forse ci accorgiamo ora che gli individui faticano assai ad allar­gare il proprio orizzonte. Un esempio fra i tanti? Le varie riforme degli ulti­mi dieci anni hanno progressivamen­te emarginato, direttamente o indiret­tamente, le lingue e la cultura classi­ca, ivi compresa la storia antica. Ep­pure è anche con la cultura classica che l’allievo viene a contatto col pas­saggio dal politeismo al monoteismo, quindi col processo di consolidamento della cultura cristiana a partire dalle origini fino alla tarda antichità. È con la cultura classica che l’allievo si forma, già nella scuola dell’obbligo, le categorie mentali essenziali per col­locarsi di fronte alle altre culture e re­ligioni, dal punto di vista fideistico ed antropologico.
Il dibattito in corso costituisce un’opportunità per la scuola di riflet­tere sul proprio funzionamento e sulle proprie disfunzioni, per cercare di non bruciare inutilmente le proprie risorse. Si promuova per davvero l’in­terdisciplinarità, la collaborazione e la convergenza fra tutte le discipline, ma lo si faccia con un centro ed una periferia, investendo le dovute risorse, e con un programma che vada al di là delle improvvisazioni e delle contin­genze. I compartimenti stagni fra le materie continueranno ad abbassare il livello della nostra scuola.
L’ignoranza religiosa? È solo uno dei tanti mali, non mortali, della no­stra scuola: non va trascurato, non oc­corrono nuovi rimedi, basta dosare meglio i farmaci di cui già disponia­mo. La cultura, quella che richiede un impegno per tutta la vita, e che a scuo­la inizia ma non finisce, è l’antidoto più potente contro le varie forme di ignoranza e di intolleranza, compre­sa quella religiosa. Tocca anche ai po­litici ed alla società restituire ed asse­gnare alla cultura il posto che le spet­ta: la scuola è un terreno che va reso produttivo, non è un negozio alla moda.

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