ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Politica e scuola, un no per ripartire 



Quattro consiglieri di Stato, tre sindaci di capoluogo, tre segretari di partito si sono schierati l’altra sera in simultanea per occupare il ring delimitato da corde tese e robuste, di quelle che costano centinaia di migliaia di franchi quando compaiono ogni ventiquattr’ore sui giornali e sui muri, siano esse intere o sfilacciate. Circondato da questo formidabile schieramento l’avversario principale da abbattere è, apparentemente, la scuola, questa scuola tale e quale si è sviluppata, è, ed appare da alcuni decenni a questa parte. La resistenza opposta dai referendisti e dai docenti suona, agli occhi del tetragono schieramento, come un atto di “ rumorosa e faziosa” sfida alle   forze del bene, come viene suggerito da un recente manifesto propagandistico apparso sui quotidiani. Se la politica non è soltanto teatro, si può ancora credere che le passioni del governo siano in buona parte genuine, ed è comunque doveroso concedere che l’obiettivo del governo miri al bene collettivo. Il senso tragico della vicenda scaturisce proprio da qui: è mai possibile, per contro, che alcune migliaia di professionisti dell’educazione, in parte anche della cultura, chiamati a trasmettere il sapere e l’educazione civica ai giovani, si trovino in aperto dissenso con il quadrangolare schieramento? È mai possibile che questo tetragono schieramento, come una macchina bellica, batta a tappeto il Cantone per dimostrare alla popolazione che i docenti non fanno ' tutto' il loro mestiere, che lo si sapeva da tempo, ma che ora il tribunale popolare finalmente emetterà la giusta sentenza? Al   momento della lotta, si sa, l’importante è vincere, senza esclusione di colpi, anche se la lotta è intestina. Ma poi, quando il terreno sul quale si è combattuto è stato devastato, cosa vi potrà crescere come prima? Ha senso sciupare e dilapidare in pochissimo tempo un patrimonio di fiducia e di credibilità che ha permesso alla scuola di svilupparsi e di mantenere i propri impegni? Ha senso ricercare la sollevazione popolare contro i docenti, aizzare contro di loro nei quattro angoli del Cantone il risentimento di chi oggi, grazie ad una certa politica economica non solo locale, si trova in difficoltà oggettive? Ha senso minacciare la popolazione con lo spauracchio di nuove imposte se il quadrangolare schieramento non dovesse vincere? Come può crescere lo spirito democratico di una società quando le minacce di chi la guida sostituiscono l’argomentazione, la persuasione e la ricerca del dialogo   e di soluzioni inoppugnabili? Tutto ciò fa passare in secondo piano l’oggetto concreto della contesa: è impossibile credere che una ventina di milioni ( la posta in gioco dei tre referendum scolastici) possa risolvere in qualche modo la gestione della finanza pubblica, tanto più che ben altre spese non sono state e non verranno né eliminate né frenate ( basta consultare gli atti dell’amministrazione per rendersene conto). Il paragone del bilancio familiare, tanto sbandierato dal rettangolo antireferendista, non tiene: una famiglia davvero in difficoltà perché spende più di quanto guadagna non va a fare nuovi acquisti oltre a quelli strettamente necessari.
Per contro una politica depressionaria e di avvilimento delle risorse umane che operano nella scuola non può che produrre malessere in tutta la società, e non solo nella scuola. Considerazioni di ordine   contabile non possono sostituire, all’improvviso, il compito di una genuina politica fatta di riflessione e di mediazione, oltre che di valorizzazione delle risorse umane.
L’onere di lavoro di tutte le categorie può essere messo in discussione, sia verso l’alto sia verso il basso, ma questo va fatto secondo i consueti canoni di cultura e di costume che non possono essere abrogati all’improvviso ed a piacimento, anche se le cifre del momento potrebbero indurre ad una tale tentazione. Stiamo anche attenti ai dinamici profeti di deregolamentazione: di solito fanno la loro predica contro le garanzie altrui ben blindati dalle proprie garanzie di famiglia e di partito e da una conseguente facilità di carriera inaccessibile al comune cittadino. Che fare allora in una situazione del genere? Visto che il governo sostiene che i risparmi comunque si faranno, tanto vale ripartire tutti quanti da una   posizione in cui ci sia ancora spazio per una scomoda riflessività: fermarci a ripensare, tutti assieme ( docenti non esclusi), senza dogmi e senza luoghi comuni, nella convinzione che il mondo non crollerà per questo, è forse ciò di cui si ha oggi più bisogno. Fermarsi a riflettere serenamente, uscire dal quadrilatero, oggi significa dire No ai quesiti in votazione. Il no implica la necessità di una pausa di riflessione, anche se, lo sappiamo, “ pensare stanca”. È tempo ora di concludere con un breve aneddoto di provenienza classica. Ad un padre ricco ed avaro sembrò eccessivo il prezzo richiesto dal filosofo greco Aristippo ( V- IV sec. a. C.) per l’educazione di suo figlio; il padre obiettò che con quella spesa avrebbe potuto comprarsi uno schiavo; Aristippo rispose: “ Hai ragione, compra uno schiavo, così ne avrai due!”. In una variante dell’aneddoto in luogo di “schiavo” si trova “ asino”.

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