Il senatore Giuliano Amato, intervenendo lo scorso mese al Senato italiano sulla scuola pubblica, ha ricordato come una funzione preminente della scuola debba essere quella “ di non far pesare differenze familiari e sociali che separano invisibilmente i percorsi degli studenti”.
A questo proposito egli ha citato l’esempio della sua nipotina “… che ha me che le spiego le cose che non capisce, ma non tutti hanno genitori e nonni in grado di farlo”. Evidentemente, Amato si riferiva al problema dei compiti che, per evitare di discriminare i meno fortunati, dovrebbero essere fatti a scuola.
Concordo con il tempo prolungato della scuola non foss’altro che per offrire a tutti pari opportunità. I ricordi dei tempi, ahimè lontani, della mia scuola e il riferimento all’attuale esperienza, molto gratificante, con i miei nipotini, sono stati immediati.
È vero intanto che esistono individui che, indipendentemente dall’ambiente familiare, sono bravissimi perché dotati di intelligenza vivacissima: il compagno di banco di un mio nipote è figlio di rifugiati del Kosovo; i genitori sono ambedue impegnati a guadagnarsi il pane e non hanno il tempo materiale per occuparsi del loro figlio che, in verità, non ne ha bisogno: eccelle infatti in tutte le materie.
Ma non è di questa categoria di alunni che mi voglio occupare, bensì di quella parte non indifferente di figli, appartenenti a quel ceto medio inferiore che fatica sempre di più a far quadrare il bilancio familiare; quelli, per intenderci, appena al di sopra della soglia della povertà; oltre che, evidentemente dei figli dei poveri. Pensiamo ai programmi che ogni docente deve svolgere e alle relative necessarie prove in classe che ne derivano, al fine di poter esprimere un giudizio sull’allievo. La preparazione al saggio è solo uno dei tanti compiti che l’alunno svolge a casa nel ripercorrere, assimilare, comprendere e imprimere nella mente quanto ha acquisito: perciò questo particolare compito diventa determinante per il risultato della prova. È evidente che chi può contare sull’aiuto di qualcuno che lo assista, lo incoraggi, lo tranquillizzi è privilegiato rispetto al compagno che non dispone di assistenza alcuna. Il discorso vale per qualsiasi genere di studio fino alla maturità ( all’università il discorso cambia poiché si ritiene che lo studente debba sapersi organizzare lo studio secondo sue scelte personali e indipendenti). Ma, per ritornare al discorso iniziale, qual è la soluzione per ovviare alla discriminazione negli studi? La soluzione potrebbe essere l’introduzione di un doposcuola destinato a integrare l’insegnamento e al quale gli alunni possano ( o debbano) accedere per lo studio di quanto appreso in classe e, in particolare, poter essere assistiti nella preparazione delle prove in classe, decisive per il giudizio.
Ritengo che l’introduzione del doposcuola integrativo possa essere salutata con soddisfazione da tutti, anche da coloro che ne potrebbero fare a meno. Ripetiamo: si tratta, in primis, di venire incontro a quegli alunni che non dispongono di un’assistenza in famiglia. Non certo per sfuggire alle responsabilità, nel senso di un chiamarsi fuori, per poi cercare capri espiatori nella scuola in generale o nei docenti del doposcuola e no, in particolare. È notorio che parlare di scuola non appartenendo al mondo dei docenti è quasi come parlare di medicina ai medici non appartenendo all’eletta schiera dei figli di Ippocrate. Eppure i miei più grati ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza, degli studi superiori vanno ai docenti. Ho ancora oggi viva nella memoria la figura della maestra Faglioni di Chiasso: mi insegnò a leggere e a scrivere; Romano Amerio, indimenticabile docente al liceo di Lugano che, per tre anni, ci tenne memorabili lezioni di letteratura latina senza un foglio in mano; quando, per difficoltà finanziarie della mia famiglia, dovetti interrompere il liceo e andare a lavorare a Basilea, mi scrisse bellissime lettere che conservo con profonda gratitudine. Divenuto medico, durante un periodo di specializzazione, fui affascinato da un eminente e indiscusso docente di patologia al policlinico di Roma: Cesare Frugoni, dal quale imparai la dirittura morale nell’esercizio della professione.
Concludendo il discorso sul doposcuola integrativo mi chiedo: gli addetti ai lavori mi possono illuminare sulle prospettive di realizzazione?