Negli ultimi tempi in Italia ha ripreso intensità il dibattito sulla scuola: il parlamento discute una nuova legge detta 'sulla parità scolastica'; i giornali non passa giorno senza che pubblichino qualche articolo sulla 'battaglia' in corso tra difensori della scuola pubblica e fautori della scuola privata; l'editrice Laterza stampa un libro dal titolo 'Manifesto per la scuola pubblica' che riprende il Manifesto laico di un paio di anni fa e lo correda con nuovi contributi di vari autori; Norberto Bobbio, sul Corriere della Sera del 12 novembre scorso, ne sottoscrive i contenuti pur criticandone il 'tono battagliero'. Siamo comunque curiosi e lo raccomandiamo ai lettori.
Mentre, qui da noi, la Commissione scolastica del Gran Consiglio sta lavorando per elaborare il cosiddetto 'testo conforme' dell'iniziativa del Coordinamento delle scuole private e in attesa che si arrivi all'importante votazione popolare sulla stessa iniziativa, vediamo di utilizzare il tempo che abbiamo per continuare a riflettere.
Benché tra l'Italia e il Ticino la condizione della scuola sia diversa, come diversi sono i cambiamenti ventilati, uno dei quesiti ai quali sempre si arriva è il medesimo per tutti: se lo Stato possa-debba sussidiare in qualche modo le scuole private. La risposta presuppone prese di posizione di principio, per esempio se sia più conveniente, per i giovani in formazione e per la società di oggi e di domani, che tutti possano usufruire di un medesimo servizio pubblico, voluto e garantito dell'intera società democratica e gestito dallo Stato, un servizio che, ovviamente, assicuri qualità formativa a tutti senza distinzioni e obiettivi condivisibili da tutti esplicitati in una legge (è la nostra situazione attuale), oppure che i giovani si suddividano in una costellazione di scuole private diverse ed eterogenee, frequentino cioè (quando c'è) la scuola più rispondente alle credenze ed esigenze del proprio gruppo religioso, etnico, ecc. In altre parole, libertà nella scuola di tutti, oppure libertà per scuole disparate?
La risposta a questa domanda dipende a sua volta dalla concezione che si ha dell'uomo, dell'educazione, della società e dei suoi raggruppamenti etnici, ideologici, ecc.
Il "Giornale del Popolo" ha pubblicato il 9 novembre scorso una serie di dichiarazioni di liberali italiani favorevoli al sistema detto della 'libera scuola in libero mercato'. Noi, 'Associazione per la scuola pubblica del Cantone e dei Comuni', proponiamo qui una serie di dichiarazioni molto recenti, fatte da laici che sostengono invece le ragioni della scuola pubblica e del totale impegno statale in suo favore.Che cosa ne pensano.
Cesare Segre, professore di lettere all'Università di Pavia, nel libro " Per curiosità ", che lui definisce una specie di autobiografia, pubblicato da Einaudi, Torino 1999, scrive a pag. 159: " Sono, si capisce, uno dei superstiti fautori della scuola di stato e dell'uguaglianza di opportunità per tutti. Vecchiume, pare. Oggi si venera Mercurio, dio del Mercato e dei mercanti. "
Miriam Mafai, su la Repubblica del 3 novembre scorso, precisa molto bene la vera posta in gioco : "Quando il presidente della CEI, cardinal Ruini, chiede che il rinnovamento della scuola 'sia affidato al passaggio da una scuola sostanzialmente dello Stato a una scuola della società civile, nella linea della sussidiarietà', egli chiede e prefigura un radicale cambiamento del sistema educativo, con il ridimensionamento del ruolo e delle funzioni della scuola statale a favore di una privatizzazione del sistema scolastico, che lascerebbe allo Stato il compito del 'controllo' (ipotetico) e l'onere del finanziamento (garantito). "
Poco dopo precisa la sua preoccupazione : " Insomma 'meno Stato e più mercato' anche nel settore della scuola. E', in prospettiva, un cambiamento radicale da realizzare in un punto molto delicato delle nostre istituzioni. Si tratta, in altri termini, di trasferire al mercato il soddisfacimento di un diritto essenziale del cittadino, il diritto all'istruzione. (...) Con il passaggio al Mercato, è inevitabile che si determinino condizioni di disparità già nel momento dell'accesso a questi servizi. ". Addio, quindi, alle pari opportunità per tutti!
Infatti conclude : " Lasciamo pure da parte ogni ideologia dell'egualitarismo a oltranza, che non ci appartiene. Ma al principio dell'uguaglianza delle opportunità non vogliamo rinunciare.
Restiamo cinvinti che , nonostante le sue carenze e i suoi difetti, la scuola pubblica sia stata finora e debba restare a lungo il primo esercizio di questa uguaglianza, sede di socializzazione per tutti i nostri ragazzi, dove maturano, nello scambio con i coetanei (i più e i meno fortunati e dotati), le loro prime esperienze di vita. Per questo va potenziata e migliorata, avendo sempre a mente che un paese rischia di diventare più povero, se non riesce a dare a tutti i suoi cittadini eguali opportunità di crescere e di qualificarsi. "
E' esattamente l'opinione della nostra 'Associazione per la scuola pubblica del Cantone e dei Comuni', espressa come non si potrebbe più chiaramente.Eugenio Scalfari, direttore del giornale 'la Repubblica', stampa nel suo gionale del 7 novembre un lungo articolo, del quale andrebbe meditata soprattutto la parte che si trova a pag. 15.
Dapprima enuncia gli obiettivi per riformare la scuola italiana, soprattutto media inferiore e superiore, nell'interesse di tutta la società. Possiamo farli anche nostri, quantunque le due scuole pubbliche, l'italiana e la ticinese, siano in condizioni diverse.
- Costituire un solido blocco formativo comune, per esercitare la costruzione personale e critica delle conoscenze, formare il carattere alle prese con diritti e doveri, imparare a convivere e collaborare con tutti ;
- curare una preparazione latamente professionale, orientando e avviando gli allievi secondo le loro tendenze e capacità, " ma già mirando a professionalità specifiche in vista di concreti sbocchi professionali ";
- aggiorare sia i docenti che i discenti, affinché " dominino le tecnologie nuove e ne facciano elementi di professionalità e di cultura, anziché accettarne passivamente e acriticamente il dominio ";
- fare in modo che la scuola funzioni anche se diventa multietnica, multireligiosa e viene frequentata da allievi portatori di difficoltà fisiche, caratteriali, sociali.
Come si vede, non si tratta di sognare la scuola ideale di Utopia, ma soltanto di fissare alcuni obiettivi irrinunciabili, imposti dalla stessa realtà in cui viviamo, ai quali tutti hanno interesse e per i quali tutti dovrebbero lavorare insieme : famiglie, scuola e altre istituzioni per i giovani.
A questo punto ci si può domandare quale organizzazione possa meglio perseguire tali obiettivi. Scalfari opta naturalmente per la scuola pubblica, ancorata nelle Costituzioni, il che significa voluta, organizzata, finanziata e gestita dall'intera società democratica attraverso lo Stato. Questa è una verità che i privatisti farebbero bene a capire : la scuola che loro chiamano dello Stato, o, peggio, di Stato, in democrazia è la scuola come la vuole l'intera società civile. Loro compresi. E'quindi per lo meno bizzarro pretendere che le soluzioni organizzative richiedano oggi di " passare da una scuola dello Stato a una scuola della società civile ". (Card. Ruini) Se prevalessero le idee dei privatisti, si passerebbe semmai da una scuola dell'intera società a scuole di vari gruppi interni alla società stessa: da una scuola multicolore a tante scuole di colori diversi.
A questo punto Scalfari individua e critica coloro che oggi " tentano di dare una spallata alla scuola pubblica ". Li individua non tanto nella gerarchia ecclesiastica, la quale, in fondo, continua una sua politica di sostegno alle proprie scuole, quanto " un gruppo di sedicenti laici che hanno come punto di riferimento politico Forza Italia " e, naturalmente, il suo leader Berlusconi, i cui portavoce non si fanno scrupolo di denigrare la scuola pubblica. Sentiamo Antonio Martino, ex ministro berlusconiano : la scuola pubblica (parla di quella italiana, ma nella sua concezione ideologica le intende tutte, per il solo fatto che sono pubbliche) "fornisce un prodotto di qualità assai dubbia, è costosa, non è competitiva, è altamente burocratizzata e potenzialmente liberticida. "
L'obiettivo di questi liberisti è di " ridurre la Stato a semplice ufficiale pagatore di stipendi, rette e sovvenzioni alla scuola privata, ad ente di controllo di alcune regole di qualità. "
Le conseguenze ? " La scuola privata, così ampiamente foraggiata, coprirebbe tutto il territorio scolastico qualitativamente alto, laddove per alto s'intende l'ambiente culturale di provenienza, il reddito familiare e quindi la possibilità di integrare quella parte delle rette che resterebbe, al di là della sovvenzione pubblica, a carico delle famiglie.
Alla scuola statale resterebbe l'onere di fornire il servizio nei luoghi geograficamente e socialmente meno favoriti ; sarebbe cioè la scuola dei poveri, (…) una scuola a scartamento ridotto sia per i docenti che per i discenti ".
Che questo esito sia scontato lo riconosce anche Sergio Romano, che pure è fautore della privatizzazione, il quale sul Corriere della sera del 31 ottobre scorso scrive : " Allo Stato resterebbe il diritto di gestire scuole soprattutto se ciò può servire i ceti sociali più umili e le zone più periferiche. " Capiscono, adesso, i miei cari convalligiani cattolici, perché M. Forni, pur cattolico, è contrario alla manovra?Scalfari arriva infine ai " sedicenti liberali ", per i quali la privatizzazione della scuola realizzerebbe le condizioni di piena libertà e di piena concorrenza. Che la 'piena libertà' sia un mito del tutto illusorio, l'abbiamo già detto anche noi: mai nessuno riuscirebbe a mettere in piedi un sistema scolastico capace di garantire piena libertà di scelta a tutte le famiglie: ci vorrebbero tante scuole quante sono le famiglie! Anche Scalfari ripete che qui la libertà non c'entra. In realtà Chiesa cattolica e Confindustria perseguono soltanto una libertà di scelta che interessa loro: la Chiesa quella dei cattolici in atto o in potenza, l'altra quella dei papà facoltosi e ambiziosi.
In realtà succederebbe che " la formazione del cittadino – compito essenziale della scuola pubblica – andrebbe dispersa in cento segmenti diversi. " In altre parole si passerebbe, e ci risiamo, dalla libertà nella scuola (pubblica) alla libertà delle scuole, ossia a una costellazione di istituti privati che educano ciascuno ai valori del gruppo che li esprime. " Si tratta all'evidenza di un progetto che può essere concepito soltanto da chi persegue, non già la libertà di insegnamento, ma la disarticolazione della società e il suo abbandono nelle mani dei poteri forti, spirituali o economici che siano. "
Scalfari conclude ribadendo che in Italia (come pure in Ticino) la Costituzione e la Legge danno ad ognuno il diritto di aprire scuole private, come pure il diritto di chiederne la parificazione con le scuole pubbliche… " Ma nessuno può reclamare denaro dallo Stato, per finanziare scuole vocate a finalità i cui valori non siano condivisi dall'intera collettività dei cittadini." Più chiaro di così…Due righe di conclusione.
Come detto, presto o tardi i cittadini ticinesi saranno chiamati ad esprimersi in votazione popolare sull'iniziativa del 'Coordinamento delle scuole private' che mira a costringere lo Stato a sussidiare gli allievi che frequentano, appunto, scuole private. L'entità e la distribuzione dei sussidi si preciseranno con il 'testo conforme' in via di elaborazione.
A parole gli iniziativisti riducono la portata della loro richiesta al livello di un obolo per le scuole private esistenti, che 'senza', come dicono nel Locarnese, arrischiano di dover chiudere.
In realtà, come si è visto, si tratta di ben altro. Quella votazione sarà, né più né meno, un plebiscito per o contro la scuola pubblica! Un sì all'iniziativa segnerebbe infatti la fine del nostro sistema formativo attuale e il passaggio a un sistema totalmente diverso, dove ad avere la meglio sarebbero le scuole private. Un sistema, tra parentesi, del quale si lamentano paesi che già ce l'hanno come l'Inghilterra e la Spagna.
I cittadini dovranno perciò valutare bene se convenga, per la formazione dei giovani del Duemila e per la società nel suo complesso e a lungo termine, abbandonare la via seguita nell'ultimo secolo e mezzo, che ha potentemente contribuito a fare il Ticino moderno e democratico e che ancora oggi lo sostiene validamente nei suoi bisogni.
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