Capita quasi sempre che, a furia di dibattere su una questione, si arrivi a un punto in cui non si capisce più bene di che si stia parlando. Sembra il caso della discussione intorno alle scuole private, almeno a leggere l'articolo di Luigi Pedrazzini su laRegione del 4 febbraio. Pedrazzini prima si lamenta che "la discussione nel nostro paese è stata finora principalmente impostata in termini di contrapposizioni fra scuola pubblica e scuola privata" e poi chiede che si trovi una soluzione pragmatica per salvare le scuole private, che oggi versano in difficoltà finanziarie. Vediamo di riassumere i fatti dal punto di vista dell'"Associazione per la scuola pubblica" e poi ci dirà Pedrazzini stesso che, almeno da parte nostra, si poteva fare altrimenti.
La discussione, qui da noi, non è uscita da cilindro di un mago: è partita da un atto pubblico ben preciso: l'iniziativa popolare del Coordinamento scuole private, con la quale si chiede allo Stato di sussidiare i ragazzi che frequentano scuole private, dalle elementari alle secondarie incluse, con una somma tra il 20% e il 50% di quanto costa in media un allievo della scuola pubblica di pari grado. Fino ad oggi non abbiamo altre distinzioni o precisazioni ufficiali; il cosiddetto "testo elaborato" dell'iniziativa è di là da venire. Abbiamo quindi dovuto reagire alla proposta che avevamo sotto gli occhi.
La proposta è stata gettata nello stagno, per così dire, a tradimento: nessuno dei suoi promotori ha ritenuto opportuno consultare chicchessia prima di lanciarla; nessuno ha cercato una qualsiasi discussione preliminare sull'insieme del problema "scuole private", il quale presenta altri aspetti oltre a quello finanziario. Possiamo perciò dire che la prova di forza l'hanno voluta gl'iniziativisti, non certo i fautori della scuola pubblica.
Se poi cerchiamo gli autori della proposta-provocazione, li troviamo in una coalizione fatta di privatisti tradizionali (non solo cattolici), di neoliberisti, di populisti incoscienti: un aggregato di gente non tutta amica della scuola pubblica e tale da allarmarne anche il sostenitore più blando.
I loro scopi? In apparenza, rendere effettiva la possibilità di scegliere le scuole private per un maggior numero di famiglie. Con la società disorientata che abbiamo e la famiglia in crisi, può essere un argomento attraente. In realtà, però, le stesse scuole private escludono di potersi (o volersi) sviluppare molto. Se prendiamo per buono questo scenario, dobbiamo dedurre che mirano più che altro a salvare se stesse, per poter continuare a servire più o meno la stessa clientela. In questo caso l'allargamento della libertà di scelta si ridurrebbe a poco più di uno specchietto per le allodole: far balenare la scuola privata agli occhi di tutti, per far votare l'iniziativa. Passata questa, la scelta degli allievi rimarrebbe, quanto e più di prima, nelle mani delle direzioni private. Unica novità, lo Stato, che siamo poi tutti noi, pagherebbe, oltre alle proprie scuole (aperte a tutti), anche quelle dei privati (aperte a chi vogliono loro).
Se invece, com'è pure possibile, le scuole private dovessero svilupparsi considerevolmente (con finalità diverse, anche settarie, anche di lucro, perché no?), tutto il sistema verrebbe sovvertito e anche noi ci tireremmo addosso un sistema scolastico a doppio binario (uno alto, quello privato e uno basso, quello pubblico), che produce squilibri e ingiustizie dovunque sia impiantato (tanto che in America e in Inghilterra si cerca di correre ai ripari).
Per parte nostra, che cosa dovevamo opporre a queste prospettive, se non la realtà del nostro sistema scolastico pubblico fondato sulla Costituzione, voluto e perseguito in modo democratico da tutto il paese in questi ultimi due secoli; cattolici e democristiani in gran parte compresi? Una scuola che dà tuttora piena soddisfazione (almeno a chi non ha mire separatiste), perché ha saputo evolvere con il paese e ne serve ancora le aspirazioni migliori. Che è pure luogo d'incontro e di libero scambio per tutti, rispettoso crogiolo di integrazione, palestra di democrazia.
Dovremmo essere davvero stufi di star bene per non fare un discorso di aperta denuncia delle insidie celate nell'iniziativa e di strenua difesa della scuola pubblica del cantone e dei comuni. Ci sentiremmo poco meno che traditori di una delle riuscite migliori di questo paese da quanto è assurto a Stato e repubblica.
Detto questo, se ora il Ppd desidera mettere la discussione su altri binari o in altri termini, si accomodi pure; purché lo faccia con parole più chiare di quelle usate nel suo programma elettorale.
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