Premettiamo che questo articolo non tratta il problema dell’aiuto statale alle scuole private in generale, bensì la proposta su cui dovranno pronunciarsi i cittadini ticinesi i prossimi 16-18 febbraio.
Nel ‘Giornale del popolo’ del 30 dicembre il Vescovo ha fatto propria integralmente la posizione dei favorevoli all’iniziativa popolare del coordinamento delle scuole private denominata ‘Per un’effettiva libertà di scelta della scuola’. Ricordiamo che con tale iniziativa, si vuole che lo Stato ‘versi un contributo a tutte le famiglie residenti in Ticino con figli che frequentano nel Cantone le scuole private dal grado elementare fino al postobbligatorio compreso’. (Uno strano controprogetto limita i sussidi alle scuole obbligatorie e li calcola un po’ diversamente; lo diciamo strano perché, essendo uscito dagli stessi ambienti, è come se ammettesse che l’iniziativa è improponibile – perché presentarlo sennò? - e così la squalifica; ma, siccome non ne cambia la sostanza, ne resta squalificato a sua volta…).
Dal momento che, raccomandando di votare SI’, il Vescovo si era già inoltrato nel politico, ci saremmo aspettati qualcosa di più, soprattutto in termini di attenzione alle conseguenze per l’insieme del sistema scolastico ticinese e per l’intera società, qualora il SI’ dovesse prevalere.Ribadiamo che la nostra opposizione non riguarda
a) il diritto delle famiglie di ‘scegliere per i figli anche scuole diverse da quelle istituite dalle autorità pubbliche’ (Costituzione cantonale: art. 8, lett. m); anche se da tale diritto non deduciamo nessun obbligo per lo Stato di finanziare il privato, tanto più che lo Stato offre già un proprio servizio scolastico completo;
b) le difficoltà in cui le famiglie possono venirsi a trovare nel crescere i figli; tali difficoltà possono legittimare l’aiuto statale, ma per interventi che poco hanno a che fare con la scuola (internati, assistenza, sorveglianza, ecc.);
c) le difficoltà finanziarie di certe scuole private.
In altre parole noi non neghiamo i problemi a cui si riferiscono gli iniziativisti. Il disaccordo riguarda invece la soluzione che essi cercano di far passare.Se è per risolvere i problemi citati, la soluzione è ‘sovradimensionata’: come voler deviare un fiume per bagnare un orto. In realtà essa tende a ben altro: cambiare alla radice l’intero sistema scolastico del paese, in particolare la scuola pubblica, cambiando la chiave di ripartizione delle risorse. Con una metafora, questa soluzione rischia di minare le fondamenta del grattacielo (scuola pubblica), per puntellare la villetta accanto (scuola privata). Perciò diciamo che fa parte della strategia liberista contro lo Stato (che noi intendiamo come strumento della società nel suo insieme). Non per nulla essa è bene accetta ai nemici della scuola pubblica, ai fautori del meno Stato, a chi non si preoccupa della giustizia e della coesione sociale. Una coalizione che da sola deve far rizzare le orecchie.
Per capire lo spirito di tale ‘riforma’, è utile tornare brevemente al dibattito svoltosi in Gran Consiglio il 7-8 dicembre 2000. Qual era in fondo la divergenza che separava i due schieramenti, così da rendere il loro un disputare tra sordi? Non era tra scuola pubblica (da tutti, almeno a parole, riconosciuta) e scuola privata (da tutti ammessa); non era sulla questione se lo Stato potesse (dovesse) ‘dare qualche cosa’ alle scuole private (più di un fautore del NO ha parlato di aperture in tal senso). Il vero pomo della discordia era costituito dall’opposizione, questa sì insanabile, tra tutti e alcuni, più precisamente tra opportunità per tutti e possibilità per alcuni, quindi tra buona scuola per tutti e diritto per alcuni di scegliere tra scuola pubblica e privata. Il Gran Consiglio appariva diviso tra il polo, chiamiamolo così, dei solidali (centro sinistra tanto per etichettare) e quello dei distinti (centro destra). Alla fine è prevalso quest’ultimo.Per i solidali, quando si parla di scuola, essenziale è che tutti i ragazzi abbiano a disposizione la miglior scuola possibile, dovunque abitino nel paese, di ogni provenienza o etnia, qualunque credenza professino, siano poveri o ricchi; tale scuola è, per definizione, la scuola pubblica laica, finanziata e gestita dallo Stato per conto dell’intera società. Oggi da noi la frequenta il 95% degli allievi.
Ne restano fuori e vanno a scuole private due piccole frange di giovani: quelli che non possono frequentarla, per difficoltà personali o sociali (costoro, un 2% circa, vengono già oggi aiutati finanziariamente dalla comunità, anche attraverso lo Stato), e quelli che non vogliono frequentarla per decisione della famiglia (3% circa, che finora devono finanziarsi da sè).Con il lancio dell’iniziativa ‘Per un’effettiva libertà di scelta della scuola’ nel 1997 quest’ultimo 3% sembra essere diventato improvvisamente il problema capitale della nostra politica scolastica. Per i distinti lo Stato potrebbe facilmente sopportare il sussidiamento da loro richiesto (inizialmente una decina di milioni). Per i solidali c’è un rischio: lo Stato impone già oggi risparmi alla sua scuola per decine di milioni; i sussidi ai privati renderebbero più costoso l’intero sistema (si aggiungerebbero ai costi che lo Stato dovrebbe comunque continuare a sopportare per la scuola pubblica); alla lunga i costi complessivi potrebbero diventare insostenibili. A quel punto i sussidi ai privati avrebbero la precedenza (dovuti per legge come sono!) e a farne le spese sarebbe la scuola pubblica.
Chi fa una legge non può limitarsi ai costi del primo giorno; deve considerare le dinamiche che si mettono in moto, i costi e gli effetti che ne possono derivare in prospettiva. In questo caso le dinamiche sono allarmanti: iniziativa e controprogetto, costringendo lo Stato a sussidiare tutti senza poter porre condizioni (per esempio, un bisogno riconosciuto), incentiva di fatto il passaggio al privato (specie nei ceti benestanti, che possono pagarsi il resto della retta), favorisce uno sviluppo disordinato di scuole private e, automaticamente, un aumento senza freni né limiti dei sussidi che lo Stato dovrebbe erogare, a tutto scapito - giova ripeterlo - della scuola pubblica.
Per il polo dei solidali non ci sono motivi per correre un simile rischio; non potendo altro che scegliere, meglio lasciare le cose come stanno. La scuola pubblica ticinese è lì da vedere con le sue realizzazioni, i suoi costi e le sue prestazioni. Perfettibile, certo, ma vigorosa (per il momento). Il 3% dei distinti potrebbe pure frequentarla senza pericolo né danno ed è perciò considerato una frangia che vuole starsene per conto proprio, chiede cose che la scuola pubblica non può o non vuole dare (servizi parascolastici, ma anche visioni del mondo e mentalità particolari) ed è quindi giusto che si finanzi da sè la propria scelta.Con i sussidi ai privati si passerebbe comunque a un sistema scolastico radicalmente diverso dall’attuale; un sistema a due binari, uno pubblico l’altro privato, un sistema ben noto per esempio in America, dove fa le sue prove peggiori creando discriminazioni e ingiustizie. Infatti tale sistema instaura un grave squilibrio: alla lunga la scuola privata prevale e porta via il meglio delle risorse umane e finanziarie; la scuola pubblica decade a scuola di seconda categoria al servizio dei ceti meno abbienti (che dalle costose scuole private restano comunque esclusi).
L’iniziativa privatista (col suo controprogetto) ha avuto successo in Parlamento perché oggi la corsa alle ‘distinzioni’, in qualsiasi campo, è da noi molto in voga: chi può esige ciò che vuole! Libertà di scelta e diritti individuali sono state infatti le parole magiche (e vincenti) della destra in Parlamento. Sembra che il meglio della politica consista nello spalancare le porte a chi vuole distinguersi dagli altri, separarsi dai più. Far capire che vengono prima loro. A costo di esporre la scuola pubblica alla decadenza e al degrado.Resta da vedere se questa è la strada giusta per impostare la società di domani.
I solidali temono che l’avidità dei distinti prevalga sulle necessità di tutti. Che la scuola di tutti, a cui ha posto mano, forse non cielo e terra, ma almeno tutto il Ticino con encomiabile dedizione per un secolo e mezzo e con incontestabili risultati di crescita delle persone e delle comunità, possa venir danneggiata con riforma avventata, mai preceduta da studi di merito.
Di questo abbiamo paura, non della scuola privata in se stessa, non del venir meno dello statalismo (?!), non che si intacchino gli interessi corporativi dei docenti (in questo paese le corporazioni semmai sono altre).Scrivendo queste cose per Dialoghi, ci interroghiamo come cattolici: da che parte ci mettiamo? Come giudichiamo la strategia liberista in atto, di cui iniziativa e controprogetto sono applicazione in campo scolastico? Vogliamo provarla, tanto per provarla, sulla pelle delle prossime generazioni, col rischio di rovinare la scuola che abbiamo? Quali motivi abbiamo per correre avventure che altrove hanno deluso e dalle quali è poi quasi impossibile uscire?
Ancora, abbiamo davvero interesse a ‘distinguerci’, ampliando un ‘nostro‘ Aventino pedagogico? Abbiamo davvero la vocazione di educare i nostri figli sotto la campana di vetro di scuole sempre omogenee alle famiglie? Quali vantaggi ci aspettiamo per loro e per la società di domani?
O preferiamo bocciare iniziativa e controprogetto, anche per aprire finalmente la strada a negoziati tra Stato (società come tale) e gruppi privati, per risolvere i problemi riconosciuti senza compromettere tutto?
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