Prendiamo atto che lo scontro ideologico sul finanziamento delle scuole private è inevitabile. Come prediamo atto che questo scontro è alimentato anche sul versante dei favorevoli all’intervento statalista a favore del privato. Un esempio nel contempo illuminante ed allucinante a questo proposito è stato lo scritto del superfunzionario del Dipartimento economia e finanze Sergio Morisoli sul Corriere del Ticino del 5 gennaio scorso. Un intervento politicamente sconclusionato che merita un’unica osservazione: Morisoli è personalmente in rapporti strettissimi proprio con quella parte del mondo di Comunione e liberazione direttamente interessata a ricevere finanziamenti statali per le proprie scuole. Sull’onestà intellettuale del suo intervento è quindi perlomeno legittimo dubitare. Battaglie personali ed ideologiche a parte, sulla questione del finanziamento pubblico delle scuole private a noi interessa invece mettere a fuoco alcuni punti alla luce di quelli che sono i parametri della posta oggi in gioco. Fermo restando che, terminato questo confronto, sarà quantomai opportuno affrontare nel suo complesso la questione pedagogica (compresi gli spazi di innovazione) quasi del tutto assente nel dibattito odierno su entrambi i fronti. E nuovi spazi per maggiore libertà innovativa necessitano non solo di risorse finanziarie, ma anche di apertura e disponibilità da parte delle autorità politiche responsabili. Ma veniamo alle incongruenze degli attuali progetti di finaziamento pubblico delle scuole private. Il primo punto macroscopicamente stridente è quello della formula adottata per garantire la concessione di aiuti pubblici alle famiglie con figli che frequentano gli istituti privati. Tanto l’iniziativa che il controprogetto (ispirato dalla stessa direttrice del Dfe) non pongono limiti alla disponibilità di reddito dei beneficiari. Il che equivale a dire che tutti, anche i più facoltosi, verranno aiutati dalla mamma-Stato. Un bell’esempio di coerenza per questi rappresentanti del "neoliberismo" che per anni hanno aspramente criticato la politica dello Stato sociale accusandola di elargire le proprie prestazioni "ad innaffiatoio". Il loro innaffiatoio - se lo vediamo anche sulla base degli interventi lineari di sgravio fiscale sin qui attuati - ha le parvenze di una vero buco nella diga: inondazione di soldi su tutti i campi, ma evidentemente (questo sul fronte fiscale) con tanto maggiori benefici quanto più alti sono i redditi. Appare poi addirittura risibile la motivazione secondo cui è giusto sussidiare anche i ricchi poiché anche loro pagano le tasse con le quali si finanziano le scuole pubbliche. In questo modo, si dice, essi si troverebbero nella situazione di dover pagare due volte inviando i propri figli in quelle private. A questa stregua, allora, sarebbe assolutamente giusto sussidiare i ricchi - che con le loro imposte contribuiscono a determinarne la disponibilità - anche con borse di studio, sussidi per i premi delle casse malati, sussidi assistenziali, e tutta la gamma di prestazioni sin qui elargite alla nostra popolazione in base al reddito.
Ammettiamo che si riesca a superare lo scoglio rappresentato dalla questione cruciale se l’istruzione (pubblica ed universale) sia o meno un compito da attribuire in monopolio allo Stato. Bisognerà comunque spiegare ad esempio perché mai la difesa o la giustizia debbano continuare ad essere assicurate in regime di monopolio: a questa stregua, per rappresentare le diverse "sensibilità" presenti nella popolazione sarebbe logico immaginare una miriade di piccoli eserciti o corti private che esercitano secondo il proprio spirito questi compiti fondamentali. Ammettiamo comunque di superarlo questo scoglio. Ci si para alla vista allora un altro aspro promontorio. Che è quello della disparità di distribuzione della "libertà" alle cittadine ed ai cittadini. Un esempio?
Prendiamo il campo della salute, altrettanto fondamentale di quello dell’istruzione. L’assicurazione contro le malattie è obbligatoria. Lo Stato sussidia i cittadini in base al loro reddito per poter pagare i premi delle casse malati (istituti praticamente tutti privati a cui è stata affidata la gestione assicurativa del settore). Questi sussidi sono finanziati dalle imposte versate da chi le tasse le paga. Secondo lo stesso principio applicato per il finanziamento delle scuole private tutti i cittadini dovrebbero quindi avere accesso ai sussidi concessi dallo Stato ed a tutte le prestazioni offerte dal mondo sanitario, pubblico o privato che sia. Ed invece non è così: i sussidi potete averli sono fino ad un certo reddito, e la totalità delle cure vi è assicurata solo tramite assicurazioni complementari tutte a carico vostro. E allora com’è? Per la scuola sì e per la sanità no? Provate a chiedere alla signora Masoni ed al suo scudiero Morisoli di estendere la libertà anche in questo settore! Quanto sia difficile, anche sotto l’obbligo di una legge federale, comporre i diversi interessi tra pubblico e privato nel campo delle offerte ospedaliere è oggi sotto gli occhi di tutti. In Ticino si fa una gran fatica a proporre delle ragionevoli rinunce ai diversi attori (rinunce osteggiate persino dal lobbismo diretto di politici al vertice, come è il caso dell’azione della signora Masoni a favore della Clinica al Parco). Le difficoltà, in questo settore, hanno anche origini storiche: l’offerta ospedaliera ticinese è cresciuta in maniera esuberante sia sul versante pubblico che privato quando non esistevano strumenti legislativi per pianificarla. Oggi è evidente forse per tutti che questo sistema non può più reggere e che a pagarlo, alla fine, è sempre il cittadino, o tramite le imposte o tramite i premi delle casse malati. Sul versante dell’istruzione le cose sono invece diametralmente diverse. L’offerta, essendo pubblica, si è sviluppata secondo i parametri del bisogno territoriale: un istituto ogni X abitanti. Oggi, invece, i campioni del "meno Stato" vorrebbero modificare la legge per finanziare nuovi istituti creati secondo "esigenze personali" e per permettere di fatto la nascita incontrollata di nuove offerte. La legge non prevede infatti alcun criterio per limitare l’offerta in questo settore. E allora i casi sono due: o questi liberisti sono più statalisti di come essi stessi dipingono i loro avversari (e sono quindi anche dei grandi, storici impostori) o, giocoforza, dietro l’angolo spunterà una pianificazione. È infatti impensabile che lo Stato continui a finanziare allo stesso modo le sue scuole pubbliche (che anche in regime di concorrenza continueranno a costargli fosse solo in termini di strutture) aumentando nel contempo continuamente i sussidi per sempre nuove iniziative private. Ma anche sul fronte privato non tutti sono uguali. Proprio un docente di una scuola privata cattolica ci ha spiegato come un problema molto sentito all’interno del mondo scolastico privato sia quello dell’ineguaglianza: ci sono infatti istituti che faticano a sopravvivere ed altri che godono di importanti finanziamenti. E qui sta un altro nodo centrale. Spesso nel privato esistono risorse finanziarie anche occulte (pensiamo anche solo alle fondazioni). Si tratta talvolta anche di capitali ingenti, soldi in certi casi provenienti persino da fortune sottratte al fisco (e quindi alla collettività tutta). Guarda caso - segno del destino? - un caso simile si è proprio verificato di recente con la donazione milionaria alla Facoltà di teologia dell’Usi.
Per terminare una considerazione che bisognerà fare indipendentemente dall’esito della consultazione popolare. Visto che i favorevoli al finanziamento della scuola privata hanno sollevato l’esigenza di tutelare la loro "particolare sensibilità" (di tipo religioso) non sufficientemente assicurata dall’insegnamento pubblico, ci sembra che la questione debba finalmente esse affrontata nel suo complesso, con tutte le sue conseguenze. Se la "particolare sensibilità religiosa" sarà rappresentata negli istituti privati, in quelli pubblici (anche in quelli per l’insegnamento scolastico obbligatorio) essa dovrà finalmente diventare materia assolutamente facoltativa. Il che significa che essa andrà insegnata fuori dalle griglie orarie obbligatorie. Una scelta di coerenza anche in considerazione del fatto che le ore di religione sono in realtà ore di catechismo, e cioè lezioni indottrinanti, in appalto esterno. Un unicum in tutto il panorama didattico! Attuare queste modifiche sarà necessario per una semplice questione di onesto e vero rispetto di tutte le diverse sensibilità.
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