L’articolato intervento della consigliera di Stato Marina Masoni, apparso nel Corriere del Ticino del 3 maggio, merita una seria riflessione sui temi di fondo che tocca: una riflessione pubblica, perché di scritto privato non si tratta, dato che il testo appare in un giornale in vista delle votazioni del 16 maggio ed è firmato dall’autrice nella sua autorevole veste istituzionale. D’altronde, mi pare di cogliere un implicito e non trascurabile invito al dibattito nelle parole dell’on. Masoni, là dove si legge che « è importante il contributo di tutti » ; le ragioni del mio dissenso su alcune tesi sostenute nell’articolo sono espresse in questo spirito, con l’intenzione appunto di contribuire al dibattito, anche oltre il 16 maggio.
L’on. Masoni si concentra sulla politica fiscale intrapresa e la difende sulla base di due argomenti: i benefici che ne avrebbero tratto « i cittadini del ceto medio » , e l’errore di coloro che sostengono che gli sgravi avrebbero “ svuotato” le casse cantonali. Vale la pena di notare subito che questo secondo argomento è sostenuto non con dati relativi all’andamento delle entrate e delle uscite cantonali ma sulla base di una determinata concezione dell’imposizione fiscale, secondo la quale « è lo Stato che, con le imposte, sottrae legalmente risorse ai cittadini e alle imprese che ne sono gli unici legittimi titolari » . Evidentemente quello che preme è affermare i due criteri che devono regolare il prelievo fiscale: «quanto i cittadini e le imprese [ 1 ° ] sono disposti a dare e [ 2 ° ] sono in grado di dare » . La seconda condizione è condivisibile; la prima, invece, almeno così come è formulata non lo è per diverse ragioni, che tuttavia è giocoforza condensare in poco spazio.
Un’espressione – in realtà, un criterio! – è assente in questo passo: i ‘ bisogni reali’ dei cittadini e delle imprese o, meglio, della collettività nella sua complessa interna articolazione. Leggiamo per intero il passo citato solo parzialmente: « la spesa pubblica deve essere oculata, attenta a non creare squilibri strutturali, cioè un eccesso permanente e crescente di uscite rispetto a quanto i cittadini e le imprese sono disposti a dare e sono in grado di dare » . Qui, i bisogni proprio non entrano in gioco ( un lapsus calami?); per l’equilibrio dell’imposizione fiscale si deve tener conto, oltre che della capacità contributiva del cittadino ( il che è ovvio), solo della sua ‘ disponibilità a dare’, cioè a contribuire alla società: come si vede, con i bisogni rischia di scomparire anche la solidarietà, la sensibilità sociale. In questo orizzonte ideologico non è neppure senza significato che le imposte siano considerate una ‘ sottrazione legale’ ( le parole pesano: ‘ sottrazione’ ha una connotazione negativa, solo e a fatica attutita dall’aggettivo) e non siano pensate come una fonte importante di risorse di una politica economica che rechi benefici pubblici: non un ‘ sottrarre legalmente’ ma un ‘ prendere per restituire secondo equità e giustizia’.
È possibile trarre una conclusione in vista del 16 maggio. In questa contrapposizione tra concezioni dell’imposizione fiscale (ben inteso, ambedue legittime ma anche gravide di conseguenze da non perdere di vista) prende forma la posta in gioco nel prossimo referendum: votare sì significa avallare scelte, anche future, ispirate ad una concezione che subordina i bisogni ad altre esigenze, con il rischio incombente che siano questi a venire compressi, se non sempre per lo più; votare no significa rovesciare questa logica, mettere in primo piano proprio i bisogni.
Si vede bene che la posta in gioco è alta: si tratta di decidere quale società si vuole. Non si tratta di spostare l’attenzione dai problemi concreti ad una ‘ scelta di principio’, come da alcuni antireferendisti viene pretestuosamente sostenuto, ma di chiarire che va operata una ‘ scelta dei principi’, cui ispirare la politica economica: una scelta di fondo non astratta ma concreta, i cui effetti sono destinati a durare.
Volgiamo adesso l’attenzione alla prima ragione a sostegno della politica fiscale – i benefici per la classe media – e, stavolta, anche al suo corollario: i redditi bassi non ne traggono vantaggi. È per ristabilire l’equilibrio – sottolinea l’articolo – che si è deciso « un aumento considerevole dei sussidi sociali » : « con gli sgravi fiscali abbiamo sostenuto i redditi del ceto medio, con i sussidi quelli delle persone in difficoltà » . Come si può ottenere questo duplice risultato? Come è possibile far quadrare il cerchio: diminuire le imposte ( cioè, le entrate) ed accrescere i sussidi ( le uscite), senza trascurare gli altri impegni finanziari dello Stato, un’amministrazione efficiente, una scuola di qualità, infrastrutture e servizi adeguati allo sviluppo economico, la salute pubblica…: insomma, il complesso dei bisogni? Semplificando, si può dire che sarebbe necessario o che i bisogni fossero statici o che la crescita dell’economia, compensando le minori entrate dovute agli sgravi, fosse costantemente in grado di sostenerne l’aumento ( è bene coltivare la memoria: il lettore ricorderà che proprio questo fu il cavallo di battaglia nel fare approvare i pacchetti fiscali: ‘ non preoccupatevi, gli sgravi sono sostenibili grazie alla crescita economica’).
Ma i bisogni non sono mai stati statici, tanto meno lo sono in questo periodo; né l’economia cresce in modo costante né al ritmo desiderato, sicuramente non in questi ultimi anni. Diviene così difficile far quadrare il cerchio: sgravi e sussidi non procedono più a braccetto ma entrano in conflitto, ponendo il problema di una scelta, riconosciuta l’improponibilità di una crescita indefinita dell’indebitamento.
L’articolo offre condivisibili criteri per scegliere, distinguendo tra “ spese fondamentali e necessarie” ( suppongo intoccabili), “ altre utili e opportune” ( toccare le quali penso costituirebbe un sacrificio tale da mettere in discussione le capacità della classe politica), “ altre ancora forse auspicabili ma non indispensabili” ( quelle dunque su cui è possibile intervenire), “ altre, infine, discutibili, inutili o superflue” ( i rami secchi da tagliare anche con finanze statali floride). Ribadisco che questi criteri sono accettabili, ma il punto è: che cosa è ‘ fondamentale’, che cosa ‘ utile’ e che cosa solo ‘ auspicabile’ o addirittura ‘ inutile e superfluo’? Su questo l’articolo tace, e si può anche capire, trattandosi di un articolo di giornale. Quello che non si capisce e che non è accettabile è il fatto che il Consiglio di Stato non abbia detto alla popolazione prima del 16 maggio come intende realizzare risparmi già previsti per ben 150 milioni, su quali spese intende intervenire. In questo modo vengono meno le condizioni di una scelta ragionata dei cittadini, la possibilità di esprimersi con piena cognizione di causa.
Il cerchio si chiude. Queste ultime riflessioni, saldandosi con quanto è emerso a proposito delle due diverse concezioni dell’imposizione fiscale, conducono alla medesima conclusione in vista del 16 maggio, rafforzandola: nel silenzio sulle misure imminenti, di ben altra consistenza rispetto alle attuali in votazione, votare sì significa dare carta bianca a chi, pur non indifferente ai bisogni ( sarebbe una sciocchezza pensarlo), non si mostra propenso – né sul piano ideologico con le sue prese di posizione né su quello pratico con le sue scelte – a riconoscere la loro priorità; votare no significa rivendicare il diritto di scegliere solo dopo che sia stato delimitato il confine oltre il quale si ritiene di non procedere nei “ contenimenti della spesa”, che inevitabilmente si risolvono in un “ contenimento” dei bisogni, e si ritiene invece necessario ripensare il modo di reperire nuove risorse, senza chiusure dogmatiche.