ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


La tentazione accademica



In pochi anni il Ticino, che si caratterizzava ( fino all’altro ieri) per l’assenza di un’università, si ritrova confrontato con problemi di abbondanza nelle offerte formative (vedi laRegioneTicino del 12 febbraio scorso).
Tra pubblico e privato, tra sacro e profano e forse di contrabbando esistono formazioni rigorosamente baciate dal marchio accademico, altre ricoperte solo di patina universitaria ed altre ancora avvolte da una tenue luce riflessa. In questo contesto il distinguere tra buono e cattivo diventa problematico.
Pur rimanendo unicamente all'interno del territorio accademico ufficiale, quello sotto l'ala dello Stato con Usi, Supsi, Asp a fungere da punti di riferimento, tenendo anche conto di satelliti e pulviscoli in termini di istituti accademici, centri di ricerca, facoltà e campus più o meno virtuali, scuole assurte a livello universitario, il volume dell’offerta è tutt’altro che trascurabile. Il nostro Cantone, che nel passato recente annoverava un numero ristretto di istituti, si ritrova oggi a muoversi in un contesto più aperto e più autonomo ( da qui la fioritura di cui sopra), vedendosi confrontato con una situazione mai sperimentata finora in cui d’un canto vede alleggeriti il potere e il controllo sugli elementi che compongono il sistema, dall’altro canto però è ancora lui a dover passare (in ultima battuta) alla cassa per regolare le fatture dei costi e ciò nonostante i cambiamenti intervenuti nei rapporti con questi istituti.
Uno scenario nuovo che non ha ancora trovato un adeguato assetto politico ed amministrativo di riferimento, per cui, al di là della bontà delle singole iniziative, questa assenza di uno spazio di controllo/ verifica volto a coordinare, valutare, indirizzare e regolare ciò che sta avvenendo nel Ticino universitario rischia sul medio e lungo termine di indebolire la qualità dell’offerta presente sul territorio, suscitando nel contempo effetti negativi e/o perversi. Da qui l’esigenza per l’ente pubblico di elaborare un quadro politico chiaro in rapporto a questo settore formativo, perché altrimenti quella che fino a ieri era una rivendicazione legittima (avere l’università in Ticino) potrebbe anche assumere i contorni di un’avventura carica di incognite.
Così a prima vista si disegnano tre scenari possibili nelle scelte di politica scolastica: il primo, che definiremmo a macchia d’olio, in cui la crescita è di natura piuttosto libera e spontanea (potrebbe assomigliare a quanto abbiamo assistito in questi anni); il secondo che si caratterizza per la creazione di una serie di elementi integrati a sviluppo orizzontale, ed infine il terzo a struttura verticale con l’USI a fungere da elemento faro con le altri componenti nel ruolo delle sorelline o forse anche, nella peggiore delle ipotesi, in quello delle Cenerentole.
La realtà odierna, in cui si fatica a indovinare quale sia la matrice che ha originato le scelte politiche, pianificatorie, finanziarie e gestionali, fa nascere alcune domande legittime sul modo con cui l’ente pubblico si pone in rapporto ai cambiamenti in corso.
Quante e quali risorse finanziare pubbliche vengono ( e verranno) drenate verso l’universitarizzazione del cantone e con quali conseguenze sugli altri settori formativi?
Con i chiari di luna che mostrano casse pubbliche che piangono e tagli di spesa all’orizzonte, quali scelte prevarranno, tenendo conto degli 'obblighi' del Cantone in altri ambiti?
Quali standard di qualità (docenti assunti, sviluppo della ricerca, valore dei titoli, condizioni di lavoro del personale insegnante e degli studenti, opportunità di impiego per i nuovi diplomati, parità con altre università ecc.) può assicurare l’accelerazione di iniziative a cui assistiamo?
Questa crescita non sta forse producendo anche dei potenziali doppioni (scienze informatiche all’USI, dipartimento di informatica alla SUPSI e Scuola superiore di informatica e di gestione tanto per fare un esempio; nascita dell’ASP, sviluppo del quarto indirizzo all’USI, nuova collocazione dell’Istituto svizzero di pedagogia per la formazione professionale tanto per farne un altro)?
E se invece dei tanto decantati effetti di sinergia e di messa in rete si producessero effetti di segno contrario con l’affermazione di un elemento a prezzo della morte o del dissanguamento degli altri o, ancora peggio, con la mediocrità delle varie offerte?
Non dimentichiamo neppure che, nonostante la generosità di quel che passa il convento, molti ticinesi (fortunatamente) continuano a varcare il San Gottardo e i confini nazionali per intraprendere delle formazioni accademiche. È forse utile ricordare che il Ticino, prima ancora di essere cantone universitario, si situava (dati del 1999 pubblicati dall’Ufficio federale di statistica) al secondo posto ( dopo Ginevra) in quanto a proporzione di popolazione con formazione accademica (12%). Non vi è il rischio che si generi un sovrannumero di diplomati e una concorrenza (non sempre opportuna) tra gli accademici cresciuti in casa e quelli (sempre targati Ticino) formati altrove?
Di quali elementi disponiamo per verificare se la scommessa giocata sul tavolo dello sviluppo della formazione accademica (in loco) possa arginare le difficoltà economiche e costituire un terreno favorevole per un rilancio? Quali e quanti studi esistono su tale tema?
Se poi ci caliamo nei panni degli studenti, l’avere davanti a casa una variata fioritura di offerte non induce dei fenomeni di 'turismo formativo' con diversi giovani che ritardano il proprio inserimento lavorativo perché troppo presi a rincorrere diplomi o soggiorni nelle varie scuole, rischiando di cadere nella trappola dell’eccessiva formazione per i compiti che molti di loro, in Ticino o altrove, saranno chiamati in futuro a svolgere? Oggi a titolo di confronto un universitario su cinque si ritrova a dover esercitare un lavoro che avrebbe potuto fare senza questa qualificazione. A medio termine questo fenomeno potrebbe ulteriormente accentuarsi, ribaltando a cascata i suoi effetti sui diplomati di formazioni analoghe del Sec.II (vedi ad esempio tirocinio di informatica).
Se pensiamo all’utenza degli istituti, non esiste un fenomeno (da valutare e quantificare) che induce alcuni giovani ticinesi a ricorrere all’università del villaggio dopo aver fallito in altri atenei? Con i dati che esistono sul numero di studenti universitari è possibile un confronto fra la situazione attuale e quella antecedente l’apertura delle strutture accademiche ticinesi? Ecco alcune fra le tante (forse troppe) domande originate dal modo con cui il Ticino si sta ponendo di fronte alla sua politica in ambito universitario.
Non sono maturi i tempi per attivare un dispositivo (osservatorio della formazione e delle transizioni verso il mondo del lavoro) che, avvalendosi di strumenti di osservazione e di analisi, potrebbe offrire maggior trasparenza sul nuovo panorama formativo (in tutte le sue implicazioni e ricadute), così da rendere possibile un maggior coordinamento degli sforzi e delle risorse, ponendo attenzione a contenere effetti indesiderati originati da una crescita veloce e forse anche troppo generosa?
Perché non immaginare di affiancare ai vari eventi inaugurali, di taglio di nastri e di promozione di immagine, anche qualche momento di analisi e riflessione critica, in cui far convergere sguardi diversificati (economia, politica, scuola, cultura ecc.) da cui potrebbero uscire, oltre ad alcuni bilanci sull’esistente, indicazioni di prospettiva e, perché no?, anche gli umori del paese reale che ha visto sfilare a gran velocità il treno dello sviluppo universitario? Un’occasione privilegiata per confrontarsi con i primi esiti (anche in termini di costi/ benefici) delle scelte di fondo di una generazione (quella dei giovani di oggi) che, assieme a quella dei propri genitori, molto ha puntato sugli investimenti in termini di capitale formativo.

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