Il prof.S. torna oggi in aula per iniziare il trentaquattresimo anno scolastico.
Lo fa con un misto di emozioni non facile da districare. La lunga pausa estiva, che all’inizio della sua carriera era un invidiato vantaggio supplementare (oggetto di continuo sarcasmo da parte degli amici non docenti)col tempo è diventata sempre più una necessità. Per recuperare. Poiché il prof.S. si sente stanco, sempre più stanco. Questione d’età. Ma soprattutto di logoramento.
Quando aveva iniziato la sua attività non gli mancavano certo l’energia e l’entusiasmo. Uscito dall’università con la testa piena di idee innovatrici e deciso a realizzarle, era entrato in quello che si amava definire il «grande cantiere» delle riforme scolastiche. Infuriavano le polemiche sulla nuova «media unica» e l’educazione, le sue premesse ideologiche, i suoi obiettivi erano un terreno privilegiato di scontro politico. Anche e forse soprattutto per questo il prof. S. aveva scelto questa professione:si sentiva al centro del processo di rinnovamento della società. E al centro dell’attenzione.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora. E di cambiamenti, effettivamente, ce ne sono stati. Ma non quelli che il prof.S. aspettava e per i quali si era battuto. Il «grande cantiere» continua ad essere tale. Non solo:se ne aprono continuamente nuove ali. Il che è probabilmente inevitabile. Ma il prof. S. preferirebbe fosse in misura minore.
Perché camminare continuamente sulle impalcature, abbattere muri appena costruiti per rifarne altri, aggiungere continuamente scale e corridoi ( pochi, ahimé, gli ascensori)alla fine crea un senso di provvisorietà e di incertezza che ha non poca parte nel logoramento avvertito da molti insegnanti.
In particolare da quelli che continuano, ostinatamente, a credere che al centro di tutto non stiano i programmi, gli orari, le convenzioni intercantonali, i buonimensa o quant’altro, ma il rapporto educativo tra docente e allievo.
Cioè un rapporto speciale fra persone, con alcune specificità inaggirabili che fanno la sostanza dell’educazione compresa la sua parte tecnica, l’«istruzione»). È un tema cui si presta molta attenzione nei discorsi e nei documenti ufficiali. Meno nei fatti. Almeno così la pensa il prof.S., alla luce dei suoi trentaquattro anni di «cantiere». Anche perché, alla fine, è soprattutto a questo livello, quello del rapporto diretto di ogni giorno congliallievi, che più pesa il logoramento.
Quando guarda oggi le sue classi – eterogenee, sempre più difficili da gestire, con ripetuti sussulti di violenza (che diventa sempre più difficile liquidare come «casi isolati»), con i «più dotati » già nettamente orientati alla dura competizione che li aspetta per farsi strada nella vita e i «casi difficili» sempre più difficili – al prof. S. tornano alla mente con amara nostalgia certe suevelleitarie ma sincere aspirazioni da giovane docente militante. Allora voleva essere «in prima linea». Ma in una battaglia ben diversa da quella che deve affrontare oggi. Altro che la mitica «lotta di classe»:é diventata lotta e basta! Per tenere la situazione sotto controllo. O quantomeno attraversare la quotidianità senza troppi guai. Come quelli capitati ad un collega, finito in depressione dopo essere stato ripetutamente minacciato da un genitore che considerava un’offesa a sé e alla sua etnia i richiami rivolti al figlio per i suoi comportamenti bulleschi.
Ma pure a questo, nonostante tutto, il prof.S. ha fatto in qualche modo il callo. Anche perché c’è indubbiamente una metà piena del bicchiere, fatta di allievi e di colleghi in gamba. E di gratificazioni – quelle che un volta si chiamavano «soddisfazioni» – che solo questo mestiere sa dare. Come quando incontra ex-allievi oggi adulti, che talvolta fatica a riconoscere, ma che di lui si ricordano con simpatia e persino gratitudine. E la cosa curiosa è che spesso non si tratta dei «migliori », ma proprio di qualche soggetto particolarmente «pestifero », diventato un artigiano ricercato, un quadro bancario in ascesa, una municipale appena rieletta brillantemente. Non sempre lo dicono esplicitamente, ma non di meno glielo fanno capire:è anche merito suo e di quella scuola così spesso travagliata e criticata.
Che il «sistema» funzioni, a dispetto delle sue molte debolezze? Il prof.S. di tre decenni fa avrebbe risposto probabilmente di no, pronto a rivoltarlo sottosopra seguendo i suoi ideali e i suoi sogni. Oggi è assai più cauto. Se dovesse riassumere la sua posizione, direbbe probabilmente che per la scuola e gli insegnanti) è meglio non essere troppo al centro dell’attenzione. I riflettori non aiutano, in questo lavoro difficile, che richiede molta pazienza e molta costanza.
Il prof.S. sa di averle avute. Per questo è molto stanco. E per questo oggi inizierà il suo ultimo anno scolastico. Per il prossimo ha già chiesto il pensionamento anticipato. Consegnerà il «cantiere » ai colleghi più giovani. Con l’augurio di «tener duro». Perché sa che un giorno si sentiranno stanchi come lui. E probabilmente molto prima di arrivare al trentaquattresimo anno.