ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Il tempo libero dei docenti


I libri ci parlano e a volte si scopro­no coincidenze, ri­torni, collegamenti tra espisodi e lettu­re. Un mese fa, parlando con GL, un collega e amico, dei privilegi di cui godiamo noi do­centi (tra i quali un tempo libero per gestire preparazio­ne delle lezioni, correggere testi e com­piti, gestire emotivamente casi sociali, riunioni con genitori e, nel caso del collega amico, il tema del suicidio, en­trato prepotentemente come argomen­to in una sua classe per tristi motivi) gli ho ricordato che la parola «scuola» ha un'origine greca che ha proprio il significato di «tempo libero».
È quindi in un tempo «non produttivo» nel senso economico o concreto del ter­mine, nel quale si educano le giovani generazioni, assumendosi una respon­sabilità per la quale, nel caso della scuola pubblica, si è pagati dalla col­lettività. GL mi ha risposto di smetterla con queste storie che nessuno ascolta. «Andiamo al grotto, va» mi dice «ci mangiamo una minestra di zucca con un brodino favoloso. Tanto non cam­bia niente». Poco tempo dopo incontro Mark (no­me d'invenzione) un giovane dottoran­do con un master in linguistica (5 anni di università), che ha terminato due anni di formazione post accademica, ottenendo l'abilitazione all'insegna­mento. Un ragazzo orgoglioso di aver vinto la concorrenza in entrata al ma­ster SUPSI e di aver ottenuto, grazie al superamento di un'altra selezione data dai concorsi scolastici, un incarico an­nuale al 50%. Si è pagato gli studi fa­cendo il barista, ha un figlio, trent'anni e non ha tempo per sposarsi.
Mark sta attendendo l'esperto di mate­ria: visita con valutazione. «L'anno prossimo le ore voglio beccarmele an­cora, bisogna darsi da fare». Sotto braccio tiene un libro intitolato «Pro­gettare l'apprendimento di saperi: la sfida della didattica disciplinare» (Ca­sagrande, Bellinzona, 2012).
Sono curioso, annoto l'indicazione bi­bliografica, vado in libreria e lo leggo: l'autore, Aldo Foglia, spiega che la scuola non deve trasmettere sapere co­me se fosse un dado Maggi (un sapere condensato e ridotto, volto alla ripeti­zione) ma deve fare in modo che un seme adatto alla ricostruzione del «sa­pere» s'insinui nelle teste dei nostri al­lievi che dovranno possedere gli stru­menti per accedere alla conoscenza. Per capire come lavorare questo «se­me», il docente, oggi, non può che esse­re un ricercatore in continua evoluzio­ne. È una responsabilità e ci vuole tan­to tempo a disposizione per leggere, documentarsi, aprire la propria mente. A pagina 61 Aldo Foglia scrive: «Il si­gnificato del termine scuola è il frutto di una lunga frequentazione delle civil­tà umane con il problema della tra­smissione dei saperi necessari alle gio­vani generazioni. La parola scuola de­riva, infatti, da schola, a sua volta de­rivante da un termine greco antico che significava inizialmente tempo libero, poi evolutosi a descrivere il luogo in cui veniva speso questo tempo, il luogo cioè in cui si tenevano discussioni filo­sofiche o scientifiche durante il tempo libero da altre attività, quindi luogo di lettura, fino a diventare il luogo dove si attende allo studio.» Fare il docente è un privilegio, perché è molto più stimolante che essere un ven­ditore di crediti o un avvocato? Non lo so, ma i confronti vanno fatti a pari qualifiche e a pari responsabilità, in una società liberale.
Mi chiedo: il «tempo libero» trascorso a casa a leggere, preparare, ricercare, è da considerare davvero «lavoro»? Il do­cente è un privilegiato perché ha un posto sicuro? (Vallo a dire a Mark e a tutti i giovani che stanno entrando nel mondo della scuola.) In tempo di crisi c'è chi propone di di­minuire le imposte e le spese dello Sta­to, compresi gli stipendi dei docenti. Per privilegiare chi, dunque? Il brodo Maggi cucinato al grottino? Buon appetito.

 

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