Sono passati più di due anni da quella manifestazione contro i tagli nel settore pubblico, a Bellinzona. Era una serata piovosa, e l’unica a non risentire dell’umidità era forse la foca della famosa fontana. È stato in quell’occasione che un gruppo di ragazzi e di ragazze dei vari licei cantonali ha deciso di ripararsi dalla pioggia mettendo in comune gli ombrelli.
Dopo gli ombrelli sono state le idee a unirsi: opinioni sulla scuola, sull’insegnamento, sulle difficoltà nei diversi istituti e sulla politica che il DIC attuava. È bastato poco per accorgersi che molti di questi problemi non riguardavano unicamente le singole sedi, ma erano ? purtroppo ? comuni. Da questo incontro si è formato il Collettivo Studentesco. I nostri vestiti erano ormai fradici, ma ci rendevamo conto che sarebbe servito a poco protestare rivolgendoci al cielo; convinti dell’importanza della scuola nella struttura sociale, eravamo invece tutti d’accordo a non rassegnarci davanti a quelle che ci apparivano come assurdità e incoerenze del sistema formativo. Riunirsi era il modo per approfondire e rafforzare le nostre idee, sviluppando un senso critico e allo stesso tempo opponendosi ? forse inconsciamente ? al cliché dello studente apatico e disinteressato.
La nostra analisi è cominciata dai problemi con i quali ci confrontavamo quotidianamente, tanto didattici quanto economici. Da un lato, ci siamo interessati particolarmente alla recente riforma degli studi (che quest’anno distribuirà le prime maturità); dall’altro, abbiamo affrontato gli aspetti finanziari che la formazione comporta, soffermandoci soprattutto sull’importanza di una reale parità nelle opportunità, chiamando in causa valori fondamentali come democrazia e uguaglianza.
Più concretamente, ci siamo mossi su due fronti, cercando di estendere il nostro punto di vista tra gli studenti (svolgendo talvolta un vero e proprio lavoro di informazione, come nel caso della doppia compensazione) e instaurando contemporaneamente un dialogo con le autorità. Ci dispiace segnalare come queste ultime, nonostante una petizione firmata da oltre 1500 studenti, si siano dimostrate sorde ed elusive ? ma forse il termine più appropriato sarebbe “indisponenti” ? nei confronti delle nostre rivendicazioni.
Oggi, oltre due anni dopo, il cielo è nuovamente plumbeo. La minaccia temporalesca è portata questa volta dall’iniziativa “Per un’effettiva libertà di scelta in materia di scuola”. Considerata l’attualità dell’argomento, che entrerà in votazione popolare nel mese di febbraio, il Collettivo non poteva esimersi dal manifestare una propria riflessione in merito al problema: approfittiamo dunque di queste righe per rendere pubblico il nostro punto di vista.Un'iniziativa pericolosa
A colpire la nostra attenzione è stato anzitutto il titolo stesso dell’iniziativa, e in particolare la parola “libertà”. È davvero il caso di utilizzare anche questa volta un termine così inflazionato di questi tempi? A tal proposito, nutriamo forti dubbi che una famiglia dal reddito medio (fr. 4200) possa realmente ? anche giovando del ticket ? sostenere le sontuose tasse d’iscrizione degli istituti privati.
Ma le perplessità nei riguardi del progetto non si fermano, ahinoi!, qui. Negli ultimi anni la scuola pubblica, e in generale tutto il settore pubblico, è stata oggetto di numerose riduzioni. Questi tagli, talvolta anche drastici, hanno finito per toccare e mettere in difficoltà tutte le componenti della scuola, vale a dire istituti, famiglie, insegnanti e, non da ultimo, noi studenti. Occorre a questo punto chiarire il contesto in cui si sono inseriti questi risparmi. Rispetto alla media nazionale, che è del 23,62%, il totale delle spese per l’insegnamento del canton Ticino è pari al 19,61%: questi dati valgono al nostro cantone il quarto rango ? dopo Giura, Uri e Grigioni ? nella poco invidiabile graduatoria dei cantoni più taccagni! E la situazione cambia poco anche prendendo in considerazione le statistiche riguardanti il reddito cantonale.
Le misure di riduzione sono state per anni giustificate dalla presunta precarietà delle casse cantonali (la celebrata “politica delle casse vuote”). Questo, nonostante la situazione finanziaria ticinese sia fra le migliori della Confederazione. Com’è dunque possibile che all’improvviso si materializzino 10 milioni di franchi atti a realizzare quello che l’iniziativa si propone? Difficile non pensare che questi fondi siano frutto della politica di risparmio nel settore pubblico.
Alzi la mano chi ritiene giusto penalizzare il 95% degli studenti (questa è la percentuale degli allievi iscritti in istituti pubblici) per favorire il restante 5 % (nemmeno 3000 persone).
Sbaglia poi chi crede che le scuole private, accogliendo alcuni studenti, costituiscano una fonte di risparmio per lo Stato. In effetti, è proprio la Costituzione Federale a sancire che le scuole pubbliche devono essere in grado di provvedere, in caso di bisogno, alla totalità degli studenti. Ciò significa che, se tutti gli istituti privati dovessero chiudere, l’istituzione pubblica sarebbe già preparata ed avrebbe le attrezzature necessarie per garantire la formazione ai ragazzi che verrebbero ad aggiungersi.
È infine opportuno ricordare che il cantone spende già 1,2 milioni di franchi all’anno per sussidiare le famiglie che, per motivi socialmente provati (ad esempio: forti problemi nei rapporti familiari) hanno la necessità di far frequentare ai propri figli un istituto privato. Quindi, tenendo conto di questo provvedimento, chi beneficerebbe davvero di quest’iniziativa? ... come dicevano le nostre nonne,: piove sempre sul bagnato!
Non è nostra intenzione, in questo momento, mettere in discussione il diritto all’esistenza delle scuole private. Tuttavia la presenza di questi istituti testimonia che la nostra scuola pubblica, per quanto già a livelli più che apprezzabili, non riesce ancora a soddisfare completamente le diverse aspettative; tutte le parti riconoscono inoltre che i margini di miglioramento sono ancora ampi. È forse sottraendole risorse che si perfeziona la sua efficienza?Una questione di principio
Troviamo però riduttivo limitare la nostra critica ad aspetti puramente economici: le motivazioni che preferiamo sostenere sono quelle che mettono in risalto l’importanza ed il valore dell’istruzione pubblica.
Solo la scuola pubblica, considerata una delle più grandi conquiste dello Stato moderno, può garantire una reale pluralità di idee, mentalità e culture, e favorire il loro incontro. In una società sempre più multiculturale, segregare le varie parti non favorisce certo l’integrazione e la coesione sociale, valori che dovrebbero costituire le fondamenta di ogni democrazia. Per arricchirsi davvero attraverso la differenza, non possiamo accettare un’iniziativa che fugge queste necessità, isolando le diverse realtà ? tanto culturali quanto sociali ? e ostacolando di conseguenza la conoscenza e la comprensione reciproca.
La privatizzazione in campo scolastico ha creato in alti paesi (Gran Bretagna, Stati Uniti, ...) autentiche scuole di Serie A e di Serie B, che hanno radicalmente compromesso l’accesso a una formazione di qualità per le classi meno abbienti. È dunque legittimo aspettarsi che simili dinamiche si scatenino ? con tutte le conseguenze ? anche in Ticino, qualora questa nuova offensiva liberista (e clericale, a giudicare dal numero di scuole confessionali nel cantone) avesse successo in occasione della prossima votazione. In questo caso, anche la cultura ? dopo la politica ? si troverebbe ormai ai piedi dell’economia. Stiamo già assistendo infatti a una progressiva valorizzazione delle materie comode al mercato a scapito delle materie umanistiche, indispensabili per offrire allo studente gli strumenti necessari alla formazione di uno sguardo critico.
Lo smantellamento del servizio pubblico e la corsa alla privatizzazione è una tendenza seguita oggi in molti ambiti: pensiamo alle telecomunicazioni o al mercato dell‘energia, dove già miete molte vittime. Ci embra particolarmente fuori posto nel settore dell‘istruzione. L‘istruzione pubblica è un valore fondamentale della nostra società:risparmiare in questo campo, imboccando la strada della privatizzazione, ci sembra una scelta poco lungimirante.
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