Strano titolo, quello apparso sul Corriere del Ticino ( 28 ottobre), redatto dal suo direttore: « Quando la scuola insegna a “ disimparare” » . La sua analisi contiene elementi sicuramente condividibili, ma alcuni aspetti, a partire dal titolo, mi preoccupano. Cominciamo con il dire che a scuola, soprattutto, si insegna a « imparare » . Tra le molte cose, a scuola si impara anche a stare con gli altri, a condividere idee o a confrontarsi. Si impara che non siamo tutti uguali, che alcuni riescono meglio e altri faticano. Alcuni sono bravi in matematica, ma non sanno aggiustare un motorino. Altri leggono male, ma disegnano molto bene. Dillena cita una ricerca svolta nel Canton Zurigo dove si segnala che molti bambini arrivano in prima elementare già muniti di discrete competenze nel leggere, scrivere e far di conto. Ma il guaio, cita l’articolista, « è che dopo qualche anno non solo non sono più avanti rispetto alle attese della scuola, ma al contrario perdono colpi ( come ha rilevato l’indagine comparativa PISA) » .
Il motivo, cita l’articolo, sta nel fatto che la scuola cerca di dare a tutti gli allievi uguali opportunità di riuscita e di conseguenza provoca un livellamento delle prestazioni: quindi gli allievi migliori non sviluppano tutte le loro potenzialità. La soluzione starebbe nel fatto di riuscire ad aiutare meglio gli allievi deboli senza penalizzare gli altri. Fin qui si può essere d’accordo. Ma l’articolo tende a colpevolizzare un’ « eccessiva ideologizzazione » che ha accompagnato la democratizzazione degli studi. E qui si fa di ogni erba un fascio. I dati di Zurigo non devono stupire: ben sappiamo quanto sia flessibile e variegata la mente del bambino in età prescolastica e ben conosciamo gli effetti benefici o sfavorevoli che l’ambiente sociale e familiare produce. È quindi naturale che, con il passare degli anni, queste differenze, relative alle conoscenze scolastiche, si riducano, grazie anche agli stimoli comuni che tutti ricevono a scuola. Quello che mi preoccupa è il fatto che, partendo da una lettura superficiale e incompleta di dati di ricerche, si porta un attacco all’immagine della nostra scuola.
Leggendo questo articolo, un genitore potrebbe prendersela con gli allievi stranieri o con gli allievi più deboli che impediscono il massimo sviluppo al proprio figlio. Ma anche un docente potrebbe sentirsi accusato, invece che premiato, per aver aiutato gli allievi in difficoltà nella sua classe, tarpando le ali ai migliori. E come deve sentirsi il docente di sostegno che tante energie mette per occuparsi delle situazioni difficili? La ricerca PISA ha dato un importante contributo per chiarire questi aspetti e lo ha fatto su larga scala internazionale con un dispositivo molto curato. I paesi che hanno un sistema educativo che non prevede nessuna selezione (quindi prevedono un curricolo unico) nella scuola dell’obbligo (fino ai 15 anni) ottengono risultati migliori (in lingua, matematica e scienze) rispetto ai paesi che introducono una forma di selezione (cioè curricoli diversi) prima di tale età (vedi Scuola ticinese, n. 269, pag. 3). Inoltre, nei paesi con selezione precoce i risultati scolastici sono maggiormente correlati con la professione dei genitori. In altre parole, la selezione favorisce sempre le classi sociali alte e penalizza gli allievi delle classi sociali sfavorite. Altre ricerche hanno poi mostrato che l’eterogeneità in una classe è elemento dinamico e favorevole anche per gli allievi più competenti. Questa dinamica positiva la proviamo anche nelle pluriclassi, dove gli allievi migliori possono emulare i loro compagni più grandi e dove gli allievi più competenti possono rafforzare le loro conoscenze cercando di spiegarle ai compagni. Spiegare agli altri risulta essere uno dei migliori modi per imparare, ce lo insegnava già Pestalozzi con il suo modello di mutuo insegnamento e ce lo hanno dimostrato le grandi figure della scuola attiva (come Freinet, la nostra Boschetti- Alberti, Don Milani e tanti altri).
La ricerca Pisa ci sollecita un’altra considerazione. Se prendiamo la Finlandia (che ottiene risultati ottimi) vediamo che la scuola è al centro delle attenzioni politiche ed è sostenuta dall’opinione pubblica. Mi spiace che il più importante giornale del nostro cantone possa invece contribuire a oscurare la fiducia nella scuola. È certamente vero che la scuola ticinese ha perseguito l’obiettivo di garantire a tutti uguali opportunità, come cita l’art. 2 della Legge della scuola. Questa è una finalità nobile e necessaria in uno stato democratico e mira a rafforzare la coesione del tessuto sociale.L’articolista auspica che si abbandoni la «coperta soffocante delle ideologie » a favore di un atteggiamento realista e pragmatico. D’accordo: ma ogni misura reale e pragmatica scaturisce da una scelta ideologica. Per ideologia intendiamo l’insieme dei valori e delle idee che guida le scelte politiche e le azioni concrete. E qui si contrappone l’ideologia del privilegio (purtroppo sempre più diffusa) all’ideologia dell’equità (purtroppo sempre meno considerata).
Nella scuola va valorizzato il grande impegno che i docenti svolgono per istruire e per educare. Il loro ruolo è diventato arduo, a loro si chiedono troppe cose. Vanno ringraziati per lo sforzo che fanno sia nel sostenere e valorizzare gli allievi più meritevole, sia per aiutare e non mortificare gli allievi meno esperti. La promozione sociale estesa a tutti (e non solo ai privilegiati) ha naturalmente dei costi e richiede risorse. Quando queste risorse diventano limitate, si corre il rischio (non solo nella scuola) che a farne le spese siano i più deboli. La nostra scuola incontra indubbie difficoltà, i risultati PISA segnalano che è necessario intervenire con opportune regolazioni per sempre migliorare le competenze dei nostri giovani. Perché questo impegno da parte di tutti? Perché la scuola insegna ad imparare.