I referendum sulla scuola rilanciano il dibattito in merito a quelli che vengono definiti dei contenimenti della spesa. Ma sappiamo, nessuno lo nega, che le prestazioni che deve fornire la scuola e le richieste di impegno per i docenti sono in aumento; mancano invece le risorse finanziarie per sostenerle. È un po’ come la storiella di quel signore che invia il suo autista fino a Lucerna. Facciamo ora l’ipotesi che a questo signore subentrino dei problemi finanziari; dice al suo autista: “ Ti devo mandare fino a Lucerna, ma ti posso pagare la benzina solo fino a Altdorf”.
Questo è un taglio alla spesa.Facciamo ora un’altra ipotesi: sorgono ulteriori necessità: “ Ti devo mandare a Zurigo, ma ti posso pagare la benzina solo fino a Lucerna”. Questo allora non è un taglio, ma, ci dicono, è un contenimento della spesa.
Ma c’è davvero tanta differenza? Chi ci va di mezzo è sempre l’autista. Ho avuto occasione di ascoltare Edgar Morin, recentemente invitato a Bellinzona. Uno degli aspetti da lui messi in evidenza è il ritardo del pensiero politico di fronte ai nuovi grandi e complessi problemi dell’umanità. La scienza e la tecnica, liberate dai vincoli etici, hanno potuto affermare un frenetico sviluppo, senza però una riflessione sulle conseguenze che questo progresso induce sia in termini di impatto concreto ( benefici evidenti, ma a prezzo di grossi problemi ecologici, sociali e di stress) sia in termini di rimessa in discussione dei valori etici ( cosa è giusto e cosa è sbagliato: basti pensare al grosso tema della manipolazione genetica).La dimensione politica si è pure fortemente indebolita e tende sempre più a slegarsi anch’essa dai valori etici che hanno gettato le basi del nostro sistema democratico; valori così difficilmente definibili nel nostro tempo. Oggi l’orientamento etico, in politica, sembra aver lasciato il posto ai parametri economici ( con Berlusconi politico- imprenditore questo richiamo è esplicito, con Bush si mascherano ancora gli interessi economici con una pretesa guerra santa del bene contro il male). Ecco allora che anche in politica quello che conta è la dimensione finanziaria del profitto, del risparmio. La gestione dello Stato e della sua amministrazione segue schemi aziendali. Il dibattito politico sottostà alle leggi dell’economia. È quanto stiamo vivendo anche in Svizzera e in Ticino ed è proprio questo il vero tema in votazione il 16 maggio. È innegabile che questa dimensiona abbia una sua ragione di essere. Lo Stato per svolgere la sua funzione necessita di fondi. Ma lo Stato ha anche una funzione politica, sociale e culturale. Deve cioè tener conto di scelte che coinvolgono i valori etici. Pensiamo alla funzione di ridistribuzione delle risorse, di regolatore dei conflitti sociali, di promotore della formazione, dell’educazione e della cultura.
Nella scuola, oggi, appare diffusa la necessità di non più occuparsi solo dell’istruzione. A fronte dei grossi temi sociali, sempre di più si chiedono nuovi compiti: favorire la coesione sociale, lottare contro la violenza, favorire la solidarietà e la capacità di lavorare in rete, saper superare i conflitti con la negoziazione, saper condividere progetti con altri, saper superare le differenze culturali, imparare a rispettare gli altri e l’ambiente che ci circonda, salvaguardare la nostra salute, lottare contro le dipendenze, e l’elenco potrebbe continuare. In molte sedi scolastiche questi temi vengono affrontati con originalità e impegno. Ma non dobbiamo dimenticare che i docenti sono chiamati prioritariamente a insegnare le varie materie che formano l’insieme del programma scolastico di formazione. I nuovi compiti non possono essere sovrapposti totalmente alle ore di insegnamento, ma richiedono riflessione, concordanza e necessitano di spazi e tempi specifici. Risulta allora ben difficile far evolvere la funzione della scuola con un contenimento della spesa ( andare a Zurigo con la benzina che basta per arrivare a Lucerna!).
I docenti non diventano operatori culturali e sociali per magia.Non basta leggere un opuscolo sulla prevenzione della canapa per diventare operatori di prevenzione. Non possiamo pensare di motivare i docenti nella loro difficilissima opera educativa dei nostri giovani, facendo credere al paese che non lavorano abbastanza e limitando le risorse. Con un colpo di spugna si va a cancellare quella coesione e quel consenso che si erano creati con il dibattito a favore della scuola pubblica. La riflessione sui referendum deve andare al di là della dimensione finanziaria. Non si può ridurre l’analisi ai soli parametri economici, ma deve essere rilanciato un dibattito politico nel senso più generale e nobile del termine per definire le priorità e gli obiettivi. Quali compiti chiediamo ai docenti? Cosa vogliamo dalla scuola? Che ruolo vogliamo far assumere allo Stato? Capisco che il nostro ministro delle finanze avanzi unicamente degli argomenti legati alla spesa: è il suo ruolo, anche se queste scelte non sono da tutti condivise. Ma il ministro dell’educazione e della cultura dovrebbe invece rilanciare il ruolo di promozione culturale assegnato all’educazione.
Non è un caso se stiamo assistendo a forme inedite di solidarietà tra studenti, genitori e insegnanti: in passato eravamo abituati ad una contrapposizione. È diventata comune la preoccupazione verso la tendenza ad abdicare di fronte ai valori della nostra cultura in nome dei pretestuosi calcoli finanziari. I valori etici che la scuola dovrebbe favorire sono fortemente in pericolo. Le risorse sono impari. Stanno dilagando i modelli che derivano da una cultura dell’egoismo, della violenza, dell’evasione, dell’intolleranza, della concorrenza.
Siamo di fronte ad un problema di scelte. Privilegiamo il profitto? la riduzione delle tasse? il contenimento delle spese? il ridimensionamento della funzione equilibratrice dello Stato? Oppure privilegiamo una politica dei valori che tenda ad armonizzare le innumerevoli tendenze oggi in atto? una politica che faccia da argine alle pericolose derive e al rischio di degrado nei rapporti tra le persone e nei rapporti con l’ambiente? Evidentemente questo discorso è fortemente correlato con i mezzi finanziari a disposizione e rimette fortemente in discussione le scelte di riduzione della fiscalità.
Si tratta quindi di un problema di cultura e non solo di contabilità. Ben vengano, dunque, i referendum che consentono di rilanciare una riflessione sul ruolo della scuola, che danno voce ai reali bisogni educativi. Per questo, sostenere i referendum significa dare un segnale perché la cultura possa rientrare nel dibattito politico a fianco dei problemi finanziari.