Quando nel 2014 comparve il primo documento su “La scuola che verrà” mi colpì favorevolmente il sottotitolo “Idee per una riforma tra continuità e innovazione”. Due parole chiave, continuità e innovazione che ancora oggi, a mio modo di vedere, caratterizzano questo progetto sulla cui sperimentazione saremo chiamati a votare il 23 settembre.
Continuità, in quanto la struttura della scuola dell’obbligo non viene per nulla stravolta: non tanto perché, ad esempio, non sono introdotte nuove discipline e non ne vengono abolite, ma soprattutto perché vengono riaffermati i principi dell’inclusività, dell’eterogeneità e dell’equità. Su questi principi non credo si possa transigere, in quanto, come sottolineato nella prima parte del documento, la nostra scuola intende offrire ad ogni allievo le stesse opportunità formative, indipendentemente dalle sue peculiarità e dalla sua condizione socioeconomica. E in effetti la situazione economica e culturale del contesto famigliare può condizionare sensibilmente anche ai nostri giorni la riuscita scolastica.
Ecco allora le innovazioni proposte nella riforma che vogliono permettere di meglio acquisire gli obiettivi della formazione obbligatoria nell’ambito del sapere, del saper fare e del saper essere. Innovazioni dunque di carattere prevalentemente pedagogico e organizzativo: insegnamenti differenziati, laboratori con classi dimezzate in otto discipline, atelier con la collaborazione dei docenti di sostegno pedagogico, settimane progetto, e nuove forme di valutazione con il superamento del sistema a livelli in matematica e tedesco. Cambiamenti che giustamente occorre sperimentare. La scuola ticinese, soprattutto dopo il ’68, ha vissuto parecchie sperimentazioni di carattere contenutistico, pedagogico e normativo. Alcune hanno avuto un’implementazione completa, altre solo parziale, altre ancora sono state formalmente abbandonate pur avendo comunque lasciato una traccia. Sperimentare è una componente essenziale del fare scuola: una scuola che non sperimenta è una povera scuola!
Eppure c’è chi questa riforma proposta con “la scuola che verrà” non vuole nemmeno sperimentarla e ha promosso il referendum evocando pericoli e fantasmi di ogni genere. Dovessero spuntarla in votazione, non solo cadrebbe tutto il progetto, ma la scuola ticinese farebbe un gigantesco passo indietro. Per il progresso della scuola pubblica votiamo perciò un convinto SI il 23 settembre.