Da qualche tempo, complice anche la campagna elettorale, si parla nuovamente di scuola, come forse non accadeva da parecchi anni e questa è una buona notizia. C’è da sperare che anche dopo il 10 aprile il dibattito possa continuare per dar seguito alle dichiarazioni di principio, condivise un po’ da tutti, secondo cui la scuola non è una spesa, ma un investimento.
Dopo che si è investito molto nel settore universitario occorre ora concentrare l’attenzione sulla scuola dell’obbligo, alla quale in questi ultimi tempi sono mancate le risorse necessarie per rinnovarsi, come ad esempio si chiede con l’iniziativa popolare della sinistra “Aiutiamo le scuole comunali, per il futuro dei nostri ragazzi”.
Per un vero rilancio della scuola pubblica è anche centrale il ruolo del docente. “La buona scuola la fanno i bravi docenti” ha affermato il Consigliere di Stato Gendotti in occasione della riuscitissima rievocazione della votazione sul finanziamento delle scuole private. Ma subito dopo un docente di sicuro prestigio come Fabio Pusterla, ha precisato che i docenti, anche quelli “bravi”, hanno perso l’entusiasmo, sono stanchi e sfiduciati a causa delle condizioni di lavoro che, negli ultimi decenni, sono andate sempre più deteriorandosi. E con condizioni di lavoro non intendo solo quelle salariali, tra le peggiori della Svizzera, ma anche, le classi numerose, i nuovi compiti delegati alla scuola, l’insicurezza causata dal progetto di revisione della cassa pensione e, non da ultimo, la perdita di autorevolezza e la scarsa considerazione di cui gode nel paese la classe insegnante.
Ai docenti si chiede sempre di più senza dare nulla in cambio. Ciò vale anche per la formazione, quella iniziale e quella continua, che lo Stato, con una decisione infelice, ha appaltato al DFA della SUPSI.
Sulle condizioni di lavoro, sull’organizzazione scolastica e sulla formazione è quindi necessario aprire una trattativa globale che coinvolga seriamente i docenti e le organizzazioni che li rappresentano.