La conoscenza delle nostre istituzioni, del nostro territorio e più in generale della nostra cultura dev’essere un requisito per i docenti delle nostre scuole pubbliche? A me sembra scontato, tanto è vero che ho sottoscritto un’iniziativa parlamentare del gruppo socialista in tal senso. Del resto, dopo una recente sentenza del Tribunale Amministrativo in tema di concorsi scolastici, proposte analoghe sono arrivate un po’ da tutto l’arco politico e anche il Consiglio di Stato ha escogitato una soluzione transitoria.
In un interessante contributo su questo quotidiano il 13 gennaio, Franco Celio conclude affermando che questa lacuna andrebbe colmata già a partire dai corsi di abilitazione.
Giusto, ma ciò va a toccare un altro aspetto del problema, quello della formazione dei nostri docenti. A mio avviso, quanto viene richiesto ai docenti dovrebbe, a maggior ragione, essere un requisito per i loro formatori. Su questo aspetto però il problema si complica non poco, in quanto, come si sa, dal settembre 2009, la formazione dei docenti delle nostre scuole non è più un compito diretto dello Stato, ma è affidato, tramite mandato di prestazione, al Dipartimento Formazione e Apprendimento (DFA) della SUPSI. Mi si dirà che la SUPSI è pur sempre finanziata dallo Stato che ne detiene l’alta vigilanza. Vero, ma l’intervento statale rimane molto limitato e non si applica di certo alla scelta dei docenti, settore in cui vige la più ampia autonomia accademica. Intanto dal DFA, per svariati motivi, se n’è andata una trentina di docenti, molti dei quali conosciuti per le loro competenze disciplinari e pedagogiche e ben inseriti nel nostro sistema scolastico. Sono stati sostituiti da nuovi insegnanti, assunti secondo criteri universitari, in buona parte provenienti dall’estero, tutti provvisti di un dottorato. Se poi il dottorato è in scienze della comunicazione invece che in scienze dell’educazione è ritenuto un dettaglio, così come può essere considerato un dettaglio il fatto che conoscano ben poco della nostra realtà. Si ha l’impressione che questo DFA voglia sempre più smarcarsi da qualunque interferenza statale.
Sono stato tra i pochi a oppormi al passaggio dell’ex scuola magistrale cantonale alla SUPSI e resto sempre più convinto che questa operazione sia stata un grave errore politico, in quanto la formazione degli insegnanti dovrebbe essere un compito irrinunciabile dello Stato. Il mio non è certo un giudizio di valore sulla SUPSI, che si è conquistata in pochi anni un indubbio prestigio, ma un dissenso di principio verso questa politica di “revisione dei compiti dello Stato”. Da questo trasferimento di competenze la Scuola Pubblica ne è uscita indebolita e orfana di una sua componente essenziale: la scuola che forma gli insegnanti. Si è trattato di una scelta in aperto contrasto con gli auspici espressi all’indomani del voto con cui i dieci anni or sono i Ticinesi ne avevano confermato il primato con la schiacciante maggioranza del 74%.