Alcune università svizzere aboliscono le cattedre di italianistica poiché risultano troppo poco frequentate. La Conferenza dei rettori universitari ricorda a chi protesta che i sussidi finanziari si distribuiscono in funzione del successo numerico: le cattedre che più attirano studenti ricevono di più; le altre declinano e spariscono, e così sia. A chi solleva obiezioni, i rettori promettono che l’italiano sarà concentrato in alcuni poli dotati di sufficiente massa critica studentesca e professorale. E a chi non si rassegna, ricordano che i cantoni sono sovrani per l’organizzazione delle loro università.
Stranamente, queste discussioni hanno sottratto al dibattito un problema ancor più grave e duplice che conviene non dimenticare: quello dell’indebolimento progressivo degli insegnamenti umanistici al Politecnico federale di Zurigo, e quello della sparizione della cattedra di cultura italiana dal Politecnico federale di Zurigo.
La strategia del Poli non è segreta, è stata enunciata chiaramente dal rettore e può essere così riassunta:
a) noi crediamo che gli insegnamenti umanistici al Poli abbiano fatto il loro tempo, siano superati e non più funzionali agli attuali orientamenti degli studi ingegneristici;
b) noi testiamo la possibilità di riforme radicali, trasformando o abolendo la cattedra di cultura italiana, divenuta vacante: se non ci saranno troppo forti strilli, troppo forti opposizioni politiche, troppo pesanti pressioni, cominceremo a smantellare proprio lì.L’orientamento della massima scuola federale non è lungimirante né sul piano culturale, né sul piano politico.
Sul piano culturale, il Poli sembra ignorare esigenze tipiche della nostra epoca, e richieste che vengono dallo stesso mondo economico: la necessità di favorire la creatività nella ricerca scientifica; l’utilità di una formazione scientifica aperta a tutto campo, anche sulle discipline umanistiche, per rispondere duttilmente alle sfide poste dal presente che richiedono proprio ai tecnici aperture e attitudini di questo genere. E comunque, il primo professore di letteratura italiana al Poli, Francesco de Sanctis, aveva detto agli studenti nel 1856 una frase giustamente divenuta famosa e che mi sembra ancora molto attuale: “ Ricordatevi che prima di essere ingegneri, voi siete uomini”.
Sul piano politico, il Politecnico federale è stato istituito alle origini, quasi centocinquanta anni fa, anche come istituto di coesione culturale nazionale. Il suo ideatore, il consigliere federale Stefano Franscini, aveva ritenuto necessario che nell’alta scuola federale fosse presente anche un interprete di Dante, un interprete di Machiavelli, un interprete di Galileo Galilei (sono parole sue, quasi profetiche), perché lo stato federale si regge sul riconoscimento delle culture che lo compongono, e deve assicurare a esse pari dignità, nonostante le disparità numeriche: questa era stata la condizione che in sostanza aveva giustificato dalle origini e giustifica tuttora il patto federativo stretto tra i cantoni.
Il Poli ha ipotizzato con scarsa convinzione una cattedra che potrebbe essere condivisa con l’Università della Svizzera italiana: se ne è parlato un poco, ma il progetto è apparso evanescente e fumoso. Altri hanno sottolineato che la difesa e la promozione della cultura italiana nella Svizzera spetta al Ticino e all’Usi in particolare.
Sembra una soluzione di comodo, ma è una soluzione errata: la promozione della cultura italiana è compito dello Stato federale, e va fatta fuori dal cantone Ticino, dove le altre culture sono dominanti.
È dunque importante che le voci critiche si facciano sentire sul piano scientifico e su quello politico, è necessario che le pressioni vengano esercitate, che le opposizioni politiche si manifestino chiaramente e con forza presso i poteri federali: c’è lavoro per tutti, a cominciare da governo e parlamento del cantone, e dalla deputazione ticinese alle camere federali.