Solo reazionari inveterati mettono oggi ormai in dubbio che, almeno per quanto riguarda la scuola e la salute, tutti debbano avere le stesse possibilità ed uguali opportunità. Questo almeno in teoria. In pratica, invece, la coerenza fa spesso difetto. Difatti è evidente che questa uguaglianza di fronte all’educazione e alla salute può essere raggiunta (e ultimamente lo riconosceva addirittura il Financial Times!) solo se il finanziamento è assicurato in base al principio “chi più ha, più deve dare”, cioè con le imposte. Altrimenti il pericolo di una struttura classista (diversa cioè per i ricchi e per i poveri) è inevitabile. E’ ciò che sta capitando p.es. nel sistema sanitario svizzero, soprattutto perché una parte dei partiti borghesi insistono nel continuare a finanziarlo con premi di cassa malati uguali per tutti e non, come vorremmo noi, con le imposte o con i premi proporzionali al reddito. E’ proprio per questo che ultimamente l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha indicato il sistema sanitario svizzero come uno dei “meno equi” tra quelli dei paesi sviluppati.
Nel campo della scuola l’offensiva della destra, almeno alle nostre latitudini, è per intanto più subdola: non si mette (ancora) in dubbio il finanziamento tramite le imposte, si sostiene però che sarebbe “più equo, se anche le scuole private ricevessero un certo finanziamento”.
Al nord delle Alpi, dove tutto sommato c’è una grossa ammirazione per il nostro sistema scolastico, ci si meraviglia dell’attuale dibattito canton-ticinese. Neanche i più incalliti borghesi hanno colà, almeno per ora, lanciato una simile offensiva. Si parla perciò di ritorno del “Kulturkampf” in Ticino, si parla anche (e giustamente) di importazione di un discorso alla moda in Italia.
Altri sapranno, con maggior competenza di quanto potrei fare io, dimostrare quanto perniciosa sia questa iniziativa a favore delle scuole private da un punto di vista pedagogico. A me preme dimostrare dove andremmo sicuramente a parare, basandomi sull’esperienza del sistema americano. Grazie alla politica del “new deal”, sostenuta in questo settore da grandi pedagoghi (penso p.es. a Dewey) la scuola pubblica statunitense era considerata ottima sino ad una ventina di anni fa e ciò nonostante il carattere violentemente classista della società americana. Poi, soprattutto sotto la spinta della controrivoluzione raeganiana, si è incominciato a parlare di “dare i soldi ai genitori e non alle scuole”, si è coniato lo slogan degli “assegni scolastici alle famiglie, che avrebbero potuto scegliere loro la scuola più adatta”, si è quindi rotto il principio del non sussidiamento delle scuole private. Naturalmente si è contrabbandato tutto ciò spergiurando che mai e poi mai questa evoluzione sarebbe andata a scapito delle scuole pubbliche. Invece è capitato quello che non poteva non capitare. Oggi le scuole private americane vanno a gonfie vele, mentre la scuola pubblica è ridotta ad un colabrodo, tant’è vero che inchieste ufficiali la definiscono come “una delle peggiori al mondo”. I maestri sono sottopagati, le strutture scolastiche fatiscenti, gli allievi demotivati. E se grazie alle scuole private, le famiglie abbienti possono garantire ai loro figli l’accesso alle migliori università, il problema dell’educazione è diventato drammatico per le classi medio-basse, vero è che il livello culturale medio sta rapidamente scemando. Da una parte si creano quindi condizioni ottimali per una piccola élite, dall’altra la società americana è obbligata a forzare l’immigrazione di quadri intermedi (è questa una delle ragioni principali del drenaggio “di cervelli” verso gli USA) che fanno sempre più difetto a seguito del disastro strutturale della scuola pubblica. E’ vero che da noi involuzioni simili si manifesterebbero sicuramente in modo meno dirompente. D’altra parte anche da noi le differenze di reddito tra i vari strati sociali stanno tendenzialmente aumentando. Sarebbe perciò inevitabile, e direi anzi matematicamente sicuro, che anche da noi capiti, anche se magari su scala minore, un disastro simile a quello prodotto negli Stati Uniti. Non penso che i ticinesi vorranno correre un simile pericolo.
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