È certamente positiva l’iniziativa della classe ticinese dei docenti (sindacati e associazioni magistrali) che questa settimana ha lanciato un formale appello per «fermare la deriva della scuola». Un appello che ha registrato un vasto consenso, ma limitato – per quel che ci è dato sapere – all’interno della scuola. Una scuola che, non va mai dimenticato, ha quali attori non solo i docenti, ma pure gli allievi e le loro famiglie. È quindi auspicabile che l’opera di sensibilizzazione continui anche fuori dalle aule docenti, come avvenne ad esempio nel 2001 quando, proprio grazie ad un’azione fatta a tutto campo, i consensi a favore della scuola pubblica si trasformarono in una valanga di voti che seppellirono il famoso ticket, voluto per indebolire la scuola di tutti.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, ma non si può dire che la scuola pubblica abbia preso quella storica palla al balzo, come invece pare stia facendo ora per tentare di migliorarsi e adattarsi ai tempi che corrono.
Eccome se corrono: non solo per la scuola, ma per lei certamente in modo particolarmente veloce con tutta una serie di problemi scaricati dalla società direttamente sui banchi.
Eppure otto anni fa la scuola ticinese aveva acquisito direttamente dall’elettorato una forza contrattuale importante conferitale – lo si ricorderà – con quel 74,1% di no all’iniziativa pro ticket e quel 72,3% di no al controprogetto, mentre i sì non erano nemmeno riusciti a raggiungere il numero dei firmatari dell’iniziativa.
Un risultato eccezionale, quello registrato il 18 febbraio del 2001, che doveva servire alla scuola pubblica per resistere ad ogni nuovo tentativo di smantellamento o anche solo di indebolimento. Ma non solo: l’esito di quel voto avrebbe dovuto servire anche e soprattutto alla scuola ticinese per aggiornarsi di fronte alle nuove sfide. Ma, se è già discutibile che la scuola in questi anni, alla stregua di altri servizi dello Stato, abbia pagato il suo pegno sull’altare dei risparmi (ma non era un ambito quasi sacro in cui si doveva caso mai investire?), è un vero peccato che non si siano usati questi anni per effettivamente adattarla maggiormente ai bisogni, mutanti, della popolazione, lasciando così – brave loro – nuovamente largo spazio d’azione alle scuole private.
Che dire in concreto dell’Sos? Secondo noi dei tre ambiti in cui gli autori dell’appello chiedono interventi urgenti, due meritano particolare attenzione.Cominciamo dalla richiesta di diminuzione degli allievi per classe. Intervenendo alla Tv il ministro Gendotti ha quantificato il costo della misura in oltre dieci milioni di franchi. Tanti? Forse. Ma sappiamo che i milioni, quando la politica lo desidera, li trova abbastanza facilmente. Ad esempio, nel recente pacchetto di misure di rilancio il governo ha deciso di regalare, anche se non ci sembra che gli interessati l’abbiano chiesto ad alta voce, alcune decine di milioni alle aziende che fanno utili. La questione non è quindi tanto quella del reperimento dei fondi. Ci si deve invece chiedere se veramente le odierne classi scolastiche, a causa della società multiculturale e di emergenti problemi sociali familiari, necessitino di meno allievi per classe, per riuscire a integrarli tutti e a dare loro la dovuta formazione.
Una richiesta che merita d’essere approfondita, a meno che non ci si voglia indirizzare verso un modello diverso di scuola che abdica al principio di solidarietà e di parità di trattamento. Lo vogliamo? La nostra risposta è fermamente negativa, perché consideriamo questa caratteristica della nostra scuola un patrimonio culturale da gestire e non da archiviare in fretta e furia al primo vento contrario quasi fosse una zavorra.
Non tanto diverso è il ragionamento sull’altra richiesta, quella dell’aumento dei servizi parascolastici: studio assistito, doposcuola, mensa, ecc. È a tutti evidente che le esigenze della società mutano soprattutto quando entrambi i genitori lavorano (spesso perché devono!) e aumentano i nuclei familiari monoparentali. È quindi più che giusto che anche la scuola si adatti, nella sua offerta, pure a queste nuove esigenze. Ma su questo aspetto la scuola, se desidera fare un deciso passo innanzi, deve assolutamente coinvolgere nell’azione di sensibilizzazione le famiglie. Nell’appello avremmo anche visto di buon occhio l’inserimento di un quarto punto: l’introduzione, da parte di allievi e famiglie, della possibilità di valutare l’operato dei docenti. Lo diciamo provocatoriamente perché nella scuola pubblica, seppure in minoranza, non mancano purtroppo i docenti che per i più disparati motivi scaldano le sedie. Gli stessi promotori dell’appello nella conferenza stampa hanno fra l’altro ammesso che fra i docenti sono in aumento i casi di burn-out. Chi non ce la fa più (o chi, stufo o inadeguato, tira a campare) deve farsi da parte. Non ci si può più permettere, pena un ulteriore scadimento del livello della scuola pubblica, che simili casi continuino ad essere tollerati. Troppe volte si chiudono gli occhi aspettando che il caso si risolva da sé. Un buonismo pernicioso e irrispettoso dei ragazzi e delle famiglie che assistono impotenti a questi degradi di una scuola che – ne siamo convinti – sentono ancora tutta ‘loro’. Insomma, per chi non lo avesse capito, non ci sono allori su cui sedersi, ma una scuola e un futuro su cui investire di più.