Qualcuno dissentirà. Pazienza.
Noi, a proposito della recente uscita del vescovo sulla scuola, crediamo che egli abbia fatto bene ad intervenire dalle colonne del suo quotidiano schierandosi pubblicamente a favore del finanziamento degli istituti privati. Bene nel senso che era suo buon diritto farlo e bene perché l'uscita ha chiarito gli interessi in gioco. Monsignor Torti, rifacendosi alle leggi civili ed alla dottrina della chiesa ribadita dal Concilio Vaticano II, ha legittimamente detto cosa pensa su un tema pastorale, ma anche e soprattutto di primissimo piano politico, la Curia. Per troppi mesi sul tavolo la carta che scotta era rimasta coperta. È pur vero che, come osserva Arnaldo Alberti (vedi a pag.3), trascorsa 'l'era Corecco' non eravamo più abituati a simili interventi da parte del vertice della chiesa ticinese. Una chiesa in quegli anni più tessitrice di strategie e alleanze politiche (anche contronatura con l'allora nuova falange ciel-leghista luganese). Ma secondo noi, proprio in un'ottica liberale, è bene che anche il capo della diocesi possa, senza destare scandalo fra i laici, esprimere le proprie opinioni su un tema politico.
Liberi naturalmente noi di non condividerle e, come nello specifico caso dei finanziamenti agli istituti privati, di sostenere l'esatto contrario. Cioè che l'Ente pubblico non deve sovvenzionare liberissime scelte individuali di chi vuole una scuola maggiormente a propria immagine e somiglianza e in tal caso, riteniamo, debba anche pagarsi il desiderio coltivato.
Torniamo però alla discesa in campo della Curia con due sole considerazioni. La prima: la presa di posizione di mons. Torti ha finalmente rotto il silenzio. Ma quando ciò è avvenuto? Nel momento tatticamente più opportuno. Se il vescovo si fosse schierato già nell'imminenza del voto parlamentare iniziativa e controprogetto avrebbero forse raccolto una messe un po' meno abbondante. Si sarebbe infatti chiaramente intravista l'equazione finanziamento scuole private = finanziamento scuole cattoliche.
Equazione che di fatto sta. Anche se non è certo tirando fuori l'ottocentesco argomento del 'niente soldi ai preti' che si porta avanti un deciso doppio no. Di argomenti ce ne sono ben altri, più fondati e lungimiranti per chi guarda ad una società costruita sulla parità delle opportunità che vede nella scuola uno dei suoi più importanti pilastri. Insomma, indicare ora, nell'imminenza del voto popolare, 'la retta via' alle greggi, è evidentemente politicamente più conveniente e la Curia lo ha fatto. Seconda e ultima osservazione: la presa di posizione, dicevamo, spicca come poche, anzi come nessun'altra. Infatti, diversamente dai tempi andati del suo predecessore, non ricordiamo analoghe esternazioni dell'attuale vescovo nelle vesti di pastore-editorialista. Eppure i temi, anche pastorali non sono mancati. Segno di cosa? Che in casa cattolica la posta in palio, finanziaria ma soprattutto ideologica, è notevole. Un particolare da notare per capire come il voto di febbraio sia di quelli su cui riflettere bene, evitando di finire - come abbiamo già scritto - nel tranello teso dalla via mediana del compromesso 'denari solo per le scuole private dell'obbligo'. Un compromesso solo in apparenza più moderato che in realtà fa da apripista tanto quanto l'iniziativa.
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