Ci sono momenti in cui matura l’importanza di dover compiere scelte fondanti. Momenti storici, che segnano un prima e un dopo. Dev’essere stato così quando nel 1831 si decise grazie a Stefano Franscini che la scuola pubblica di base dovesse essere obbligatoria e per tutti, maschi e femmine. Anche se c’erano, molto concretamente, le vacche da lasciare pascolare sino all’ultimo filo d’erba sugli alpi e campi da coltivare e curare.
Anche quando nacque la Banca dello Stato si volle dare una riposta sicura ai commercianti e alla popolazione, che avevano assistito inermi al fallimento di alcuni istituti di credito locali. In un attimo, gnam, avevano inghiottito i risparmi di tante vite. E anche con l’acquisizione e la costruzione degli ospedali pubblici, che man mano sono confluiti nell’Ente ospedaliero cantonale, si è voluto offrire una medicina di qualità e uguale per tutti gli abitanti del cantone, in città come in campagna (oggi è meglio dire nelle valli discoste). E con simili esempi potremmo continuare.
Continuare per dimostrare che cosa? Che ci sono momenti in cui si crede fortemente in un progetto forte, capace di farci progredire e, analogamente, ci sono momenti, in cui viene meno la memoria storica del perché si sia fatta una determinata scelta. E allora, con insostenibile leggerezza, la si piccona.
Guardando agli esempi appena fatti, basta tornare indietro a rileggerci le cronache di due o tre quadrienni fa, per trovare chi riteneva ormai inutile BancaStato. Ma poi il vento, con altrettanta decisione è cambiato con la tempesta scatenatasi sull’Ubs e il suo salvataggio da parte di mamma Elvezia. Si è quindi ben presto riscoperta l’importanza di avere una banca con la garanzia del Cantone per il bene dei nostri gruzzoli e dell’economia locale. Una banca ancor oggi gallina dalle uova d’oro!
Lo stesso discorso lo possiamo fare con le acque agitate in cui naviga la pianificazione ospedaliera. Cosa (quali servizi) deve garantire il settore pubblico e quali potrebbe semmai abbandonare al privato? Dove è utile creare alleanze fra pubblico e privato? E quali servizi nelle valli?
Mutatis mutandis qualcosa di simile sta succedendo nella scuola pubblica dell’obbligo. Da troppi anni (quasi) ferma al palo, rispetto ai passi da gigante (con relativi milionari investimenti) intrapresi in altri settori ‘cugini’, quelli della formazione professionale e dell’Università. Oggi l’irrequietezza dei docenti, sempre più confrontati anche con nuove sfide (si pensi al ‘melting pot’ fra i banchi o all’arrivo delle nuove tecnologie dentro le aule), balza ancor più all’occhio. Si sentono sempre più fanalino di coda. Cenerentole.
Fra le varie prese di posizione in vista della giornata di mobilitazione odierna, spicca ‘l’appello pubblico ai cittadini e ai genitori degli allievi che frequentano le scuole’, col quale si spiega perché i ‘prof.’ tengono oggi aperte le scuole (azione lodevole e significativa), mentre il governo aveva dato loro congedo. La loro ennesima e comprensibile protesta arriva, però, purtroppo di nuovo nel peggiore dei momenti, con da una parte il governo che sta elaborando una manovra di risparmio senza precedenti e, dall’altro, un’opinione pubblica che, complici le bordate populiste, guarda ai funzionari pubblici come a privilegiati, anche per il solo fatto di avere il posto sicuro. Ci spiace che i docenti della scuola dell’obbligo e chi stava alla testa del Dipartimento, quando la scuola pubblica vinse contro le private, abbia perso una buona occasione per pigiare sulla stagione delle riforme incassando il valore di quella vittoria. Paradossalmente, mentre il loro ruolo diviene sempre più importante e delicato, le condizioni di lavoro peggiorano.
Che dire? Che va fatto un enorme lavoro per recuperare e far maturare nell’opinione pubblica la convinzione dell’importanza di avere una scuola dell’obbligo rinnovata e motivata: che non chiuda, ma apra. Una scuola sulle cui fondamenta i nostri ragazzi costruiscono e costruiranno il loro futuro. Ma, al di là delle parole e delle buone intenzioni, interessa davvero alla politica farlo? Primo banco di prova: la scuola che verrà. Verrà?