Il dibattito sull’importanza di insegnare nelle scuole svizzere almeno una seconda lingua nazionale sta compiendo un ulteriore salto quantico. Nelle scorse settimane (con piacere) abbiamo preso atto dell’impegno del ‘Forum per l’italiano in Svizzera’ nel sensibilizzare le autorità. Ottima l’iniziativa intrapresa nei confronti del Canton Argovia che ha deciso di dimezzare l’insegnamento dell’italiano nei programmi scolastici. A sostegno della richiesta (sono state raccolte oltre 8’000 firme per chiedere di rivedere quella scelta), unitamente al ‘Forum’, sono scesi in campo anche i governi del Ticino e dei Grigioni. Quello argoviese è però solo l’ultimo preoccupante capitolo che vede penalizzato l’italiano, e ciò benché la nuova legge federale sulle lingue sia particolarmente chiara e benché il Ticino abbia insistito aderendo ad Harmos sull’importanza di garantire un’offerta (anche solo facoltativa) al Nord delle Alpi per l’insegnamento di una terza lingua nazionale nelle scuole dell’obbligo. L’ultimo capitolo, dicevamo, visto che abbiamo già assistito alla riduzione delle cattedre di italiano nelle università e nei politecnici, e a bandi di concorso e assunzioni nell’amministrazione federale fatti in barba ai criteri del plurilinguismo.
Ora è interessante notare che, negli sforzi per garantire effettivamente il plurilinguismo profusi in particolare dal Forum, che raggruppa 35 organizzazioni impegnate nella promozione e nel sostegno della lingua e della cultura italiana in Svizzera, siamo meno soli, visto che anche i romandi stanno facendo i conti con la concorrenza (impari) tra francese e inglese. “Insegnare una sola lingua straniera, cioè l’inglese, nelle scuole elementari è un pericolo per la coesione nazionale”. Lo ha detto lunedì, durante l’ora delle domande, il consigliere federale Alain Berset, alludendo a quei cantoni svizzero-tedeschi che valutano l’ipotesi di sopprimere una delle lingue nazionali – il francese! – dai banchi della scuola primaria. Berset ha pure detto che l’insegnamento di una seconda lingua nazionale alle Elementari “è una tappa indispensabile e criterio di essenziale importanza per la coesione nazionale” e che “l’obiettivo contenuto nella Legge sulle lingue, secondo il quale al termine della scuola dell’obbligo gli allievi debbano disporre di competenze in una seconda lingua nazionale, è raggiungibile solo se questa viene insegnata già alla scuola primaria”. Bene!
Alla base di queste affermazioni, apparentemente controcorrente, c’è parte dell’essenza medesima di essere svizzeri. Ovvero essere cittadini di una nazione, Willensnation, composta da persone che parlano lingue diverse, che appartengono a culture diverse e che hanno sensibilità religiose pure diverse, che desidera rimanere unita. Per chi ci guarda da fuori, anche se a noi può apparire normale, sembra quasi un miracolo. Eppure… funziona. Non da ultimo per le spiccate autonomie riconosciute ai cantoni e per gli aiuti a favore delle minoranze (Svizzera italiana e romancia). Non da ultimo, ma non solo! Perché rimanere uniti, nella differenza e nel rispetto reciproco, necessita sforzi accresciuti, di volontà. Sforzi che devono poter continuare a fare i cittadini, studiando anche lingue nazionali, che useranno magari poco, ma che aiutano a conoscerci e capirci meglio. La lingua veicola cultura, tradizioni, conoscenza. Per l’inglese c’è tempo. Insomma, diamo la priorità alla costruzione dei ponti per la nostra comprensione e la nostra convivenza. Speriamo vivamente che l’opportuna uscita di Berset a difesa del suo francese, comprenda anche un’analoga sensibilità politica riguardo alla difesa del nostro (intendiamo di noi Svizzeri) italiano!