Il deputato di Area liberale Sergio Morisoli è tornato alla carica in sella a uno dei suoi cavalli preferiti: le scuole (evidentemente) private. Con un’iniziativa parlamentare generica intitolata ‘Scuola pubblica: sia finalmente statale e privata’ Morisoli chiede al governo la deduzione fiscale delle rette pagate da chi manda i figli in un istituto privato, fondando il suo ragionamento su alcune premesse (già udite) alquanto discutibili.
Vediamole. Punto primo: l’educazione è pubblica ‘non perché è lo Stato ad offrirla ma è pubblica, perché tutti vi possono accedere liberamente e senza esclusione, un bene pubblico appunto’. Il deputato proseguendo nel ragionamento si chiede poi: ‘Ma se un servizio è pubblico e obbligatorio usufruirne, perché – ecco la domanda – se lo offre un privato non viene finanziato?’. Effettivamente, aggiungiamo noi, in ambito ospedaliero è ormai così. In tante strutture (pubbliche o private) si può usufruire delle stesse cure pagate (ormai a peso d’oro) dalle casse malati. Così ospedali pubblici e privati si trovano messi in concorrenza fra loro. Ma, ecco il rovescio della medaglia, di cosa ci stiamo accorgendo? Che non è detto che la concorrenza faccia abbassare i costi, anzi! Il privato si occupa tendenzialmente solo di quello che rende, lasciando al pubblico il resto. La polpa da una parte e gli ossi dall’altra! Ecco quindi la nostra risposta: se vogliamo ancor più indebolire lo Stato, togliendogli risorse nell’ambito molto delicato della formazione di base, andiamo pure nella direzione auspicata dal deputato.
Secondo punto: Morisoli riconosce che la votazione popolare del 2001 ha detto inequivocabilmente che le famiglie che optano per le scuole private devono sbrogliarsela economicamente da sé. Ma, chiosa il deputato, purtroppo chi ha massicciamente vinto quella votazione non è ancora riuscito a trasformare l’enorme successo in fatti. Verissimo: su quest’aspetto Morisoli ha ragione da vendere. La scuola pubblica, quella media in particolare, fatica, va curata e rilanciata. Ma a chi va data la responsabilità? Da un lato, non lo nascondiamo, sicuramente ad un’inazione del DECS che negli anni passati ha dato la priorità ad altre scelte (avvio della Supsi e consolidamento dell’Usi). Ma, d’altro canto, c’è anche chi ha tolto costantemente risorse dalle casse statali, ovvero i supporter del meno Stato, degli sgravi fiscali, che ora, complice anche la crisi, fanno pagare la fattura salata dei risparmi (trasformatisi in deficit) anche alla scuola pubblica, nonostante le promesse dei capidipartimento di voler migliorare le condizioni anche salariali dei docenti.
Un giochetto, insomma, che negli anni scorsi abbiamo a più riprese denunciato e che ora è lì da vedere. Risultato? Ci troviamo a dover fare i conti con una scuola pubblica indebolita (Morisoli scrive ‘una scuola statale sempre più in difficoltà’), con alle calcagna una scuola privata di tutto rispetto che racimola i transfughi. Ma, per aiutare quest’ultima, che deve fare come tutti i conti anche con la crisi economica, ora si chiede di dissanguare ulteriormente lo Stato tramite la defiscalizzazione delle rette. Non da ultimo, secondo Morisoli questo sarebbe solo ‘un primo passo’. Capita l’antifona?
Purtroppo, grazie ai nuovi equilibri politici, la sua proposta potrebbe avere buone possibilità di essere accolta. Noi speriamo che, come avvenne già nel 2001, ci sarà un magnifico referendum a rimettere l’aula al centro del villaggio, insistendo sull’alto valore della scuola pubblica statale e di tutti. Una scuola quale importantissima macina per una società profondamente democratica, che non divide già sui banchi di scuola chi può pagare e chi non può.