L'iniziativa per il finanziamento delle scuole private (chiamata in modo fuorviante "per un'effettiva libertà di scelta della scuola" libertà che già esiste dal 1875!) ha un grosso merito. Quello di aver rotto il muro dell'indifferenza attorno alla scuola pubblica ticinese. L'indifferenza che porta il cittadino a considerare scontate le prestazioni ricevute e dimentica i nobili (l'aggettivo non è esagerato) princìpi e valori che stanno dietro l'impalcatura della pubblica istruzione. Princìpi di parità nelle opportunità di educazione e formazione del singolo individuo e valori comuni e generalmente condivisi che sono alla base di una società democratica. Una società che (almeno sui banchi di scuola pubblici) non vuole quindi piccoli cittadini di serie A e di serie B e neppure piccoli cittadini divisi da barricate religiose, filosofiche o ideologiche che siano. Sono quei banchi infatti la miglior palestra per prevenire ed arginare malsane spaccature sociali, vuoi per differenze di portafoglio, vuoi per differenze etniche e religiose. Fenomeni questi ultimi che, in una società multiculturale e sottoposta agli alti e bassi dell'economia come è e sarà sempre più la nostra, non sono certo problemi ipotetici.
Ecco, di questi aspetti, anche grazie all'intensa attività dell'Associazione sorta in difesa della scuola pubblica, ne abbiamo sentito parlare parecchio. E questo ci ha fatto bene. La sensazione è che vi sia una rinata presa di coscienza dell'importanza di questa istituzione e della necessità di darle più mezzi per poter seriamente affrontare i nuovi compiti e le nuove esigenze di formazione. Pensiamo soltanto, come ha di recente ricordato il neo-direttore del Dipartimento istruzione e cultura, all'insegnamento anticipato dell'inglese o alle misure per prevenire la violenza a scuola.
Poi anche che il vento spiri oggi piuttosto contro il motore che ha avviato la discussione sulla nostra scuola. Cioè contro la richiesta di sussidi a istituti che una persona, per sua libera scelta, decide di frequentare e non si vede quindi perché debba ricevere una sovvenzione dallo Stato.
Il dibattito sorto e i vari termometri devono quindi aver raffreddato l'ottimismo degli iniziativisti, quattro anni fa entusiasti della loro messe di ben 24 mila firme. Iniziativisti che non sono però rimasti a guardare.
Fiutando aria grama hanno escogitato il trucchetto del controprogetto che limita gli aiuti alle scuole dell'obbligo e lascia libero il governo di decidere quanto dare ai privati. Una proposta (con una madrina e una madre, Marina Masoni e Monica Duca-Widmer) che si presenta quale via di mezzo, ma che in realtà non si scosta dal solco dell'iniziativa. Costa sì meno (5 milioni invece di 10), ma una volta tanto non è di soldoni che stiamo parlando bensì, come dicevamo poc'anzi, di princìpi fondamentali.
Che non si venga quindi a suggerire vie a prezzi scontati per ottenere il nullaosta del Parlamento. L'obiettivo tattico in effetti è quello di spaccare il più possibile i liberali, oggi più motivati a seguire la linea Gendotti, cioè il no punto e basta. Sperando magari che cosa? Che il popolo di fronte a tre possibilità (iniziativa, controprogetto contrastato dal referendum e il niente) scelga la strada fintamente mediana e fintamente moderata di sussidi dati 'soltanto' alle scuole private elementari e medie. Una furberia inventata al novantesimo minuto.
Se già si vuole che il popolo si pronunci sull'importante questione di fondo del finanziamento alle scuole private, che si ponga chiara la domanda e non si ricorra a questi stratagemmi di semplice e indecorosa tattichella politica. Il tema davvero non li merita.
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