L'iniziativa popolare che propone un sussidio cantonale a favore delle famiglie con figli che frequentano scuole private riconosciute ha il pregio di aver avviato un dibattito intenso, consistente e sorretto da un ampio spazio temporale per svilupparlo.
Chi scrive ha preso atto con grande piacere della chiara posizione assunta dai parlamentari liberali-radicali, dal presidente Merlini e dalla forte maggioranza del comitato cantonale.
Parlo della mia casa perché ci abito e la conosco. Portatore delle responsabilità prime nel settore dell'istruzione ticinese, il Plr dunque è contrario all'iniziativa.
Non perché è un partito statalista, o perché non riconosca che in realtà storiche e sociali differenti dalle nostre possono valere altre teorie e pratiche di stampo liberale, come qualcuno, anche del mio medesimo partito, ha detto e dirà; bensì perché si riconosce nella sua linea storica che attribuisce all'ente pubblico il dovere, largamente rispettato, di provvedere a un'istruzione generalizzata, socializzante e rispettosa delle libertà di coscienza. Il compito non è mai soddisfatto appieno per cui i notevoli mezzi finanziari necessari per i continui miglioramenti non possono essere ridotti da sussidi come quelli proposti dall'iniziativa; nemmeno se si trattasse di una percentuale limitata dell'impegno globale.
Gli abitanti di questo Cantone possono andar fieri della loro scuola; le verifiche e i giudizi specialistici esterni lo confermano. La concentrazione degli sforzi finanziari pubblici nel settore dell'educazione è giustificata anche da valutazioni internazionali che confermano la tesi secondo cui l'istruzione, considerata anche quale politica sociale, è la base non solo dello sviluppo culturale e sociale ma anche di quello economico. La libertà di aprire e gestire scuole private è riconosciuta e regolamentata dalla costituzione e dalla legge della scuola.
La possibilità di concedere aiuti finanziari agli allievi che per motivi sociali comprovati non sono in grado di frequentare la scuola pubblica è prevista dalla legge della scuola.
Il cittadino è libero di frequentare una scuola privata, ma non deve pretendere un sostegno finanziario pubblico alla sua scelta; fatti salvi i motivi sociali di cui sopra. Dovere dello Stato è però anche quello di organizzare la scuola in modo da evitare questi motivi sociali comprovati. Costa, lo sappiamo; ma è un dovere primario.
Chi desidera, per fare un esempio che si addice alla nostra realtà storica e culturale, che il proprio figlio o la propria figlia godano di una profonda istruzione basata sui principi della fede cattolica, lo faccia, ma senza nulla pretendere. Pari pari se la fede è un'altra. Pari pari se il motivo è etnico, filosofico, culturale o economico. Altro sarebbe il discorso se la scuola pubblica uscisse dalla strada maestra indicata dai primi due articoli della legge della scuola. Non lo ha fatto nemmeno nei temuti anni della contestazione di parte post-sessantottina che aspirava all'occupazione della scuola dal suo interno. Quanti temettero allora che i principi liberali non avrebbero retto il colpo! Ben venga un confronto popolare nella speranza che si verifichi un coinvolgimento vasto e nella speranza, mia, che chi voterà abbia a confermare i pilastri della nostra storia e della nostra attualità, moderni oggi come ieri.
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