ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


La googlizzazione del nostro sapere


Sono appena stato pesantemente sbeffeggiato per la mia ignoranza geografica. Da mio padre. Per telefo­no, mi ha annunciato che in serata avrebbe cenato a Mugena, invitandomi a dirgli dove si trovi questa località. Dopo le crasse risate e gli insulti usci­ti dalla cornetta alle mie prime due ri­sposte («Val di Blenio» e «Mendrisiot­to»), grazie a una ricerca fulminea su Google - siccome sedevo davanti al computer - mi sono bullato con la de­finizione di Wikipedia: «Mugena è una località di 141 abitanti, confluita nel 2005 nel Comune di Alto Malcantone». Purtroppo, il genitore ha astutamen­te capito cosa ci fosse dietro la preci­sione di questo mio terzo tentativo, in­vitandomi quindi - tra rinnovati sghi­gnazzi e improperi - a riflettere per iscritto sull'accaduto. Eccomi qui, perciò, a rilevare come questo aneddoto sia esemplare di una certa tendenza più ampia, che non so­no certo il primo a chiamare «googliz­zazione del sapere». Così come non so­no il primo - sicuramente - a farvi no­tare questa particolarità della nostra epoca: ovvero, che oggi - dopo che due secoli di rivoluzione industriale han­no completato il trasferimento dello sforzo fisico dalle nostre braccia alle macchine - stiamo pian piano delegan­do , dal nostro cervello agli apparecchi informatici, anche un numero crescen­te di funzioni mentali. In entrambi i casi, come vi direbbe un manager, quel che prima facevano in casa è stato - at­traverso un primordiale esempio di outsourcing - esternalizzato.
E allora, potrà rispondere il lettore, che c'è di male? Perché devo conoscere la strada per Mugena, se il navigatore del­la mia automobile - la quale, per inci­so, mi esenta dalla fatica di cammina­re fin là - può portarmi fino al campa­nile, con un margine di errore di due metri? Perché mai dovrei anche solo sapere dov'è Mugena, se due svolazzi delle dita sullo schermo del mio iPho­ne possono richiamare pagine e pagi­ne di storia e immagini? E perché, se ripenso alla mia infanzia, ho dovuto fare la fatica di imparare il calcolo mentale, benché da mezzo secolo sia stata inventata la calcolatrice digitale - il cui utilizzo, nella scuola retrograda che ho frequentato, mi è stato conces­so solamente dalla terza media?
Pensarla così è lecito, amici, ma poco sano. Perché - in primo luogo - se la googlizzazione del sapere fa spazio nel nostro hard disk intracranico, non è affatto per lasciarlo libero e velocizza­re i nostri processi mentali, come acca­de al PC. Quel che capita, nella realtà, è invece questo: fuori la casellina del 7 e le date della Storia, dentro l'abilità di programmare il nuovo forno a mi­croonde e le vicende dei tronisti di Ma­ria De Filippi. La mente non tollera spa­zi vuoti, e - se facciamo piazza pulita delle cose buone e giuste - si riempirà succhiando come un aspirapolvere quel che trova nel mondo: il che, nella maggior parte dei casi, corrisponde a informazioni trascurabili e immondi­zia. E c'è dell'altro; è l'ignoranza su ciò che ci circonda - sui luoghi, ma anche su come funzionano gli apparecchi che ci indebitiamo per comperare - a fini­re per renderci dei veri «stranieri in casa nostra».

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