ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Se la scuola non sa essere un’isola


Quando venne introdotta la scuola obbligatoria, dubito che l'obiettivo fosse preparare i giovani ticinesi alla loro futura vita professionale. Se così fosse stato, anziché la lettura e il calcolo, i padri fondatori avrebbero fatto bene a includere materie come le tecniche per lo sfalcio del fieno e per la mungitura.

Al contrario, la creazione di quell'istituzione nuova per l'epoca – e del tutto inutile alla sussistenza di quasi tutti i suoi fruitori – rispondeva a un potente slancio ideale: la volontà di dare a ogni futuro cittadino, indipendentemente dal ceto e dal censo, la possibilità di un'istruzione. E pazienza se poi, una volta usciti dal ciclo obbligatorio, quegli scolari sarebbero finiti sugli alpi per il resto dei loro giorni. In questa grandiosa impresa, oltre all'intendimento sociale, c'è un altro elemento che dovrebbe attirare la nostra attenzione. È l'idea fondamentale che l'educazione sia un bene, al di là di ogni considerazione sulla sua spendibilità pratica; perché una parte importante dei mali che affliggono la scuola di oggi sta proprio nell'avere perso di vista questa prospettiva. Silenziosamente e in modo inarrestabile, in anni recenti, ci siamo infatti convinti che la scuola debba essere un'«agenzia di formazione» – già l'espressione fa venire i brividi –, destinata soprattutto a preparare i giovani all'inserimento nel mondo del lavoro.

Questa filosofia pedagogica non sorprende affatto, vista la piega che – anche fuori dall'aula – prendono le nostre vite. «Non è curioso - scrive Michael Pollan parlando d'altro, nel bellissimo libro Il dilemma dell'onnivoro (Adelphi) - che molti dei nostri hobby e passatempi siano in realtà occasioni per giocare a soddisfare i nostri bisogni fondamentali cioè cibo, casa e perfino vestiti?».

L'osservazione va meditata con cura. Se ci pensiamo, gli spazi delle nostre esistenze che vengono dedicati ad attività inutili, senza nessun beneficio tangibile, si stanno restringendo di giorno in giorno.

Siamo sempre più occupati in attività che hanno uno scopo ben determinato, e gli spazi che ci restano per cazzeggiare – nel senso più nobile del termine, che con un po' di ardimento possiamo accostare al francese flâner – si restringono via via. Somigliamo sempre più a macchine performanti, prive della libertà di perdere tempo.

Per fortuna, ascoltando recentemente la radio, una voce mi ha portato qualche sollievo. Era il docente e scrittore Fabio Pusterla, che criticava con pacatezza l'impostazione – lo «spirito del tempo» – che vuole la scuola come dispensario di una formazione tecnica, i cui risultati siano possibilmente misurabili nell'immediato.

Mi ha fatto piacere, soprattutto, sentire la parola «resistenza». Perché se anche la scuola cede all'imperativo dell'utile, se non resiste – se non trova la forza di essere un'ultima isola nella nostra società, un luogo che rigetti, anziché propagandare, il dogma del successo a scapito della formazione personale, della cultura – siamo destinati a un molto triste e piatto futuro.

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