Lo sciopero al contrario dei docenti (o manifestazione) dello scorso mese ci porta ad alcune considerazioni. Possiamo partire dai commenti sullo sciopero apparsi sui portarli online, particolarmente aggressivi contro la classe dei docenti. Evidentemente trattandosi di commenti anonimi – e quindi di origine dubbia anche dal punto di vista morale – devono essere presi per quello che sono, ma evidenziano che la professione del docente gode di scarsa considerazione. E quindi questo è un elemento sul quale è necessario lavorare: ridare dignità a una professione importante. Certo, è vero che si tratta di un lavoro privilegiato e che all’interno della professione ci sono docenti bravi e meno bravi, ma limitare il discorso ai due mesi di vacanza ed altri epiteti poco edificanti è molto riduttivo e denota una scarsa conoscenza del mondo scolastico. Io stesso insegno a tempo parziale e posso assicurare che è tutt’altro che un lavoro di tutto riposo.
Il primo passo per la rivalutazione della professione è che il docente torni a fare il docente, e sia sgravato da eccessivi compiti amministrativi ma anche da un ruolo che non è suo come lo ‘psicologo’ o la valvola di scarico per famiglie che non sanno gestire i loro figli.
Nei confronti internazionali si ama spesso – anche alle nostre latitudini – parlare del modello finlandese, dimenticando un elemento essenziale: in questo Paese gli insegnati delle scuola medio-superiore hanno 16 ore settimanali di insegnamento tradizionale (come in molti altri Paesi dell’Ue) e altre di presenza in istituto per seguire individualmente gli studenti nel loro percorso di apprendimento. Evidentemente noi siamo molto distanti da questa situazione ‘ideale’: per i docenti a tempo pieno non c’è la possibilità di seguire gli allievi individualmente, né tantomeno di dedicare troppo tempo all’aggiornamento sia dei programmi che delle proprie competenze. Eppure la società odierna è molto diversa rispetto a quella nella quale è stato pensato l’attuale assetto scolastico. Purtroppo la scuola non ha seguito questa evoluzione e continua ad operare con modalità obsolete.
Il cantiere della ‘scuola che verrà’ potrebbe essere un buon punto di partenza ma la sua implementazione richiederà investimenti e spese correnti consistenti (se si vorrà veramente raggiungere determinati obiettivi). Ma dove saranno reperite le risorse per concretizzarla? Tutti, a parole, affermano che la formazione dei giovani è essenziale per il nostro futuro, ma quanti sono disposti – soprattutto tra i nostri politici – a garantire i fondi necessari? Pochi, anzi pochissimi.
E allora come uscirne? Come al solito: trovando compromessi che però – come sempre – non daranno risultati positivi. Per un Paese come il nostro l’alta qualità della formazione è essenziale, ma i test Pisa come pure le preoccupazioni espresse dal direttore del Politecnico di Zurigo mostrano che stiamo perdendo terreno. Sono convinto che la maggior parte dei docenti che hanno protestato pensavano soprattutto a questi problemi. Certo, il salario è importante ed è una questione di dignità (sempre in Finlandia diversi migliori studenti universitari scelgono la professione di docente anche perché è pagata molto bene), ma le preoccupazioni in questo momento sono ben altre.