Il cambiamento al vertice del Dipartimento dell’educazione e della cultura ha scoperchiato alcune pentole che erano rimaste sigillate per diversi anni. Si tratta, naturalmente, di un processo normale, che, se gestito bene, può essere sicuramente positivo. Il neoministro Bertoli ha cercato di muoversi in più direzioni; in alcuni casi con scarso successo come per le mense scolastiche e in altri in modo opportuno come nella rivalutazione degli stipendi dei docenti delle scuole elementari e, soprattutto, delle scuole materne. Tuttavia le s?de per migliorare la scuola ticinese sono ben altre. Per inciso, migliorare non signi?ca che la nostra scuola sia pessima, ma solo che si possono introdurre dei cambiamenti positivi. Il primo passo, con importanti implicazioni economiche e sociali, è quello di impostare una scuola media di buon livello e capace di indirizzare, per quanto possibile, gli allievi nella giusta direzione professionale. L’impressione è che oggi esista un eccessivo divario fra i due livelli e le diverse sedi. Non è, infatti, normale – tanto per fare un esempio – che i grossi istituti bancari assumano come apprendisti solo allievi con il livello A.
Tuttavia, più in generale, a me sembra che sia necessario uno sforzo importante per migliorare l’immagine della scuola. Bisogna puntare maggiormente sulla qualità dell’insegnamento e questo significa anche rivedere profondamente il ruolo dell’insegnante, la cui immagine è, oggi, non particolarmente positiva e sicuramente meno attrattiva rispetto al passato e ad altre nazioni: salari poco interessanti e professione statica, ripetitiva e confrontata con difficoltà crescenti. Per capire il tema, che non è possibile approfondire qui, basterebbe fare un confronto dettagliato tra la figura dell’insegnante in Finlandia (sempre prima nei test Pisa) e quella ticinese (ad esempio, l’orario di lavoro: 16 ore settimanali contro le nostre 24). Un confronto serio e approfondito con i migliori sistemi scolastici potrebbe essere molto indicativo sulla strada da intraprendere.
Naturalmente, il problema principale è quello finanziario, o meglio, di ripartizione delle “poche” risorse. La scuola costa, gli allievi crescono e i soldi diminuiscono ( perlomeno relativamente). Diventa quindi indispensabile fissare delle priorità, e quella principale deve essere il livello dell’insegnamento. Nelle scuole medie e medio-superiori, questo signi?ca ride?nire quali devono essere gli obiettivi didattici, tralasciando o eliminando i rami morti e le spese non necessarie. Indicativa in questo senso la dichiarazione di alcuni giorni fa del direttore del Politecnico di Zurigo, il quale metteva in guardia su un preoccupante deterioramento della formazione liceale sia nelle materie scientifiche, che in quelle letterarie.
In Ticino il dibattito sulla formazione deve ovviamente comprendere anche l’insegnamento universitario cantonale. Purtroppo l’Usi è un’università mediocre, che costa ma che dà poco al cantone in termini di conoscenze scientifiche. Naturalmente posso parlare con cognizione solo della facoltà di economia, dove si fa poca ricerca di qualità e non si pubblicano articoli scienti?ci a sufficienza ( per rendersi conto basta guardare la lista delle pubblicazioni dei docenti sui database bibliografici), ma l’impressione è che economia non sia la sola (salvo forse architettura). Questo per dire che sarebbe necessario che il Cantone rivalutasse attentamente i suoi impegni verso l’Usi (ad esempio, perché una facoltà d’informatica all’università e una alla Supsi?), esigendo, in primis, elevati standard di eccellenza accademica in cambio dei contributi finanziari. Se non sono raggiunti livelli adeguati è meglio che il Cantone indirizzi i propri sforzi in altre direzioni, come appunto la formazione di base. Insomma, scoperchiare la pentola scolastica è un’ottima cosa per una società moderna e che vuole essere competitiva, ma bisogna farlo con oggettività (e senza secondi fini partitici come si è già potuto percepire) e in profondità, senza aggirare gli ostacoli “scomodi”.