Com’è possibile che un professore universitario di economia confonda reddito con produzione locale e spesa? Sarebbe un po’ come se un meccanico confondesse il carburatore con la cinghia di trasmissione e un falegname un tavolo del diciottesimo secolo con uno in legno compensato.
Eppure possibile lo è, così come è stato dimostrato dal recente studio sull’impatto economico e i potenziali strategici del Festival del film di Locarno a cura del direttore dell’Istituto ricerche economiche ( Ire), professor Rico Maggi ( vedi il settimanale Azione del 26 gennaio/ 2 febbraio e laRegioneTicino del 28 gennaio/ 4 febbraio).
Nel caso del meccanico o del falegname è molto probabile che il datore di lavoro lo metta alla porta o che lo releghi ad altre mansioni; nel nostro caso c’è stata la promozione a vice decano della facoltà di economia.Ma indipendentemente da questi arcani tipicamente ticinesi è interessante chiedersi quale scopo si proponesse il committente di questo studio.
Nel mandato all’Ire si sottolinea che l'obiettivo del Decs consisteva nell’ « avere degli indicatori utili in merito agli effetti dell’importante sostegno che il Cantone ha riconosciuto alla manifestazione con decisione parlamentare del 2001 » . Tuttavia, non appena sono stati sollevati dubbi sulla reale entità dell’‘ impatto ’ il direttore del Decs ha dichiarato c he non è poi così rilevante se le ricadute siano di 25, 22 o 18 milioni.
Ma se non lo è, perché farlo quantificare? ( E quanto è costato lo studio?). Questa curiosa presa di posizione di Gendotti non serve certo a smorzare i dubbi sollevati da Bignasca, secondo il quale lo scopo dell’operazione era esclusivamente quello di giustificare un'ulteriore richiesta di fondi ( va ricordato che lo stanziamento del 2001 era stato piuttosto sofferto). Il problema è però un altro ed è ben più grave.In che società viviamo se un istituto scientifico – retribuito dallo stesso ente pubblico che finanzia anche il Festival in questione – accetta di cambiare ( o confondere) la terminologia accademica per ottenere i risultati voluti? ( si veda a questo proposito Angelo Rossi su Il Caffè di ieri) Il fatto è particolarmente grave poiché l’ Ire è oramai parte integrante dell’Università della svizzera italiana, la quale dovrebbe garantire serietà scientifica. Certo non tutto ciò che scaturisce dalle università deve essere dato per oro colato e di casi ne abbiamo diversi in questo senso.
Ma il fatto che l’ Usi di fronte a questo evidente errore si sia limitata a sottolineare che Maggi ha ottenuto un’abilitazione in microeconomia a Zurigo lascia alquanto perplessi. Se questi lavori rappresentano lo standard della ricerca dell’Usi – e le critiche di Besomi ne sono un’inconfutabile dimostrazione – è ora di porsi qualche interrogativo.
L’impressione è poi che la critica e l’autocritica non siano di casa in questo ateneo. Non è, infatti, la prima volta che si risponde a critiche fondate con la supponenza e il diniego: si veda ad esempio il Rapporto scuola pubblica e il caso Forster ( ex direttore Accademia architettura).
Il progresso scientifico dovrebbe avvenire attraverso il confronto e la discussione spesso accesa, poiché solo in questo modo è possibile ottenere risultati positivi e di merito. La sensazione che emerge dall’attuale situazione all’ Usi porta a pensare che ci si trova confrontati con un circolo chiuso ermeticamente, che non accetta o non vuole accettare la contrapposizione razionale con l’esterno.
Speriamo vivamente che l’immediato futuro possa mostrare una realtà diversa da quella attuale, perché il presente dell’ Usi, purtroppo, lascia trapelare molte e giustificate preoccupazioni che non sono più scusabili come errori di gioventù.