“Nel lungo periodo saremo tutti morti”, chiosava l’economista Keynes ridicolizzando l’idea (molto diffusa al suo tempo e pure al nostro, allora come oggi senza il supporto di una valida teoria economica) che a lungo termine il sistema economico tenda di moto proprio ad uno stato di equilibrio ottimale ed efficiente. Con questo egli non voleva suggerire di non occuparsi delle questioni del futuro non immediato, ma -al contrario- avvisava che non possiamo sperare che a lungo termine il mercato sappia risolvere tutti i problemi.
La medesima irragionevole fiducia nel potere taumaturgico del mercato, e la corrispondente miopia riguardo ai problemi a lungo termine, permea la proposta dei bonus scolastici finanziato dall'ente pubblico.
In primo luogo, invocando la “libera scelta” della scuola, che i bonus sarebbereo chiamati a rendere effettiva, si commette l’errore di assumere -senza averne dato una benché minima dimostrazione- che favorendo le scuole private l’assetto qualitativo della scuola pubblica non cambierebbe, o che addirittura sarebbe migliorato dalla “concorrenza” e dal “confronto” con altri sistemi scolastici. Vi sono invece ottime ragioni, con solide fondamenta nella teoria economica, per pensare che è molto probabile che succeda invece il contrario: la competizione delle scuole private -per la stessa logica del mercato- innesca dei meccanismi cumulativi che portano alla sottrazione di risorse finanziarie e intellettuali alla scuola pubblica., con un conseguente deterioramento nella qualità dell’educazione impartita.
Se è dunque innegabile che, a breve termine, l’introduzione di bonus scolastici faciliterebbe questa scelta da parte di genitori al momento titubanti a causa di costi proibitivi, non va scordato che questo stato di cose è destinato a non poter perdurare. A lungo termine, l’impoverimento qualitativo della scuola pubblica renderà di fatto vana questa scelta: per una educazione di qualità occorrerà rivolgersi al privato, mentre la scuola pubblica sarà relegata alle fasce marginali (finanziariamente o intellettualmente) della popolazione. Questa non è fantascienza, ma la dura lezione della storia: nei paesi in cui l’educazione privata ha avuto modo di sviluppare i suoi effetti di lungo periodo (paesi anglosassoni e Giappone, in particolare) questo stato di cose è davanti agli occhi di tutti.
In secondo luogo, l’idea che iniziativa e controprogetto costino poco al contribuente (“solo” 5-10 milioni, confrontati ai 699 milioni della scuola pubblica) è basata sull’ipotesi che anche in futuro la ripartizione degli allievi tra privato e pubblico rimanga approssimativamente la medesima (e, nel caso dell’iniziativa, che basa il sussidio su percentuali fisse delle rette, che anche le rette rimangano immutate). Ma tali ipotesi sono assolutamente infondate. Le possibilità sono infatti due: se le rette non aumentassero e il costo della scuola privata pertanto diminuisse per le famiglie, in base a quella medesima legge di domanda cui si appellano i fautori della progressiva privatizzazione la richiesta di educazione privata aumenterebbe; e con essa anche l’ammontare dei sussidi da stanziare. Se invece le rette dovessero aumentare (e il rettore del Papio ha già avuto la compiacenza di far osservare che certamente aumenteranno, cosa questa perfettamente conseguente con la logica economica su cui si basa un’istituzione privata: se la domanda ha già saturato l’offerta, i prezzi aumentano, almeno fintanto che non aumenta anche l’offerta di posti disponibili) questa maggiore domanda sarebbe in parte neutralizzata; ma sarebbe corrispondentemente altrettanto vanificata la pretesa secondo cui questi bonus sarebbero destinati alle famiglie, non alle scuole.
Infine, l’affermazione secondo cui il bonus non detrarrebbe risorse alla scuola pubblica in quanto l’ammontare corrispondente verrebbe prelevato dal fondo di 200 milioni destinato ai nuovi compiti dello stato, in una prospettiva di lungo periodo è semplicemente assurda: questo fondo è stato stanziato una tantum (più precisamente, è ancora ancorato alle linee direttive: in qualche modo occorrerà concretamente reperire la corrispondente liquidità), e prima o poi si deve esaurire. E non potrà certamente essere rinnovato nella medesima forma, in quanto un sussidio regolare non può, contabilmente, essere addebitato perpetuamente a fondi speciali ed occasionali. Questi fondi dovranno dunque essere rinvenuti altrove -e niente garantisce, contrariamente alle assicurazioni verbali fornite molto generosamente in questi giorni, che in futuro essi non vengano detratti dalle risorse oggi destinate alla scuola pubblica: a chi attribuire le spese permanenti per l'educazione, seppure privata, se non al Dipartimento Istruzione e Cultura? Il medesimo Dipartimento, peraltro, qualora l’iniziativa o il controprogetto fossero approvati sarebbe in ogni caso chiamato a fornire il personale amministrativo per il computo dei sussidi e per i controlli di qualità della scuola privata, sottraendo immediatamente forze e/o risorse all’ammontare destinato all’educazione (vale a dire, al momento, alla scuola pubblica).
Le argomentazioni a favore dei bonus sono dunque irrimediabilmente caratterizzate da un’attenzione al breve periodo, che si tratti dell’interesse immediato di un ristretto numero di persone o dell’interesse contingente di quella parte del mondo cattolico che assolutizza e proietta nel futuro il fatto che, oggi, in seguito ad una serie di circostanze storiche che potrebbero mutare radicalmente, le scuole private ticinesi sono in larga maggioranza cattoliche. Ma la portata della decisione che i ticinesi dovranno prendere non riguarda solo il breve periodo, ma il futuro a lungo termine dell’istituzione scolastica: anche se saremo tutti morti, abbiamo comunque il dovere di lasciare in eredità ai nostri nipoti un sistema educativo di accresciuta validità e vitalità. Ed è in termini dell’utilità collettiva nel lungo periodo, piuttosto che di un astratto richiamo alla “libera scelta” che nasconde in realtà interessi privati e contingenti, che va valutato quale sia la scelta ‘progressista’.
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