ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


La concorrenza può far male


In un articolo dal titolo "Opposizione sempre più ideologica per le scuole" (Il Caffé numero 42), Luigi Mattei risponde ad un mio contributo su La Regione ("Scuola e concorrenza", 2 novembre) in cui sostenevo che vi sono ragioni per dubitare dell'affermazione, portata ricorrentemente dai fautori del sostegno pubblico alla scuola privata, secondo cui la maggiore concorrenza della scuole private  nei confronti della scuola pubblica non potrebbe che stimolare quest'ultima. Mattei scrive: "L'economista di turno [...] ha tentato di dimostrare come i paesi che prevedono un aiuto alle scuole private avrebbero delle scuole pubbliche disastrate, senza tuttavia saper citare in Europa che la sola Inghilterra, e omettendo di ricordare che le scuole elitarie di quel paese sono proprio quelle, tra le scuole private, che non beneficiano di aiuti pubblici!".
Questo breve riassunto costituisce un travisamento del mio articolo, mentre la discussione di merito è basata su una scarsa conoscenza dei fatti. Il mio contributo iniziava con una premessa metodologica: se si vuole sostenere che la scuola privata stimola, tramite la concorrenza che esercita nei confronti della scuola pubblica, l'efficienza di quest'ultima, bisogna portare o delle argomentazioni TEORICHE, o degli ESEMPI CONCRETI, o meglio ancora entrambi (soprattutto parlando di scuola, mi sembra infatti essenziale impostare le discussioni secondo le modalità dettate dal buon gusto scientifico e dal buon senso). Ho poi sottolineato come nell'intera storia del pensiero economico NON ESISTA UNA SOLA DIMOSTRAZIONE GENERALE dell'efficacia della concorrenza in questo senso, né tantomeno una tale dimostrazione sia mai stata portata nel caso della scuola; e ho messo in evidenza come nessun esempio concreto in tale senso sia stato citato dagli iniziativisti.
Ho poi sostenuto che, al contrario, esistono delle solide ragioni teoriche per sostenere che la concorrenza della scuola privata abbia come probabile conseguenza un peggioramento della situazione della scuola pubblica (tramite, in breve, dirottamenti cumulativi di risorse sia umane che finanziarie dalla scuola pubblica a quella privata, quale conseguenza diretta dell'operare delle leggi di mercato applicate alle condizioni specifiche della scuola), e che gli esempi a disposizione portano a confermare questa tendenza. Ho menzionato come esempi conformi a questa prospettiva teorica i casi delle più consolidate tradizioni di scuola privata in tre continenti, vale a dire Gran Bretagna (e non la sola Inghilterra), Stati uniti e Giappone -situazioni di cui, peraltro, ho una buona conoscenza diretta.
Contrariamente a quanto vuol far credere Mattei, dunque, il caso della Gran Bretagna non è citato quale esempio dimostrativo, ma come illustrazione di un'argomentazione teorica. Del resto, sostenendo che il Inghilterra le scuole private non godono di aiuti statali,  Mattei mostra di essere alquanto ignorante della situazione in questo paese. In effetti gli aiuti statali agli studenti (sia per le scuole private che pubbliche) sono stati aboliti pochi anni fa dal governo Blair; ma nel corso della sua storia scolastica, sia precedente che successiva al welfare state, gli studenti meritevoli che hanno frequentato scuole private sono stati sostenuti con borse di studio statali che coprivano non solo l'intera retta, ma assicuravano anche il minimo vitale: molto più, dunque, di quanto non si voglia fare da noi. A ciò vanno aggiunte le borse tutt'ora offerte dalle scuole medesime per accaparrarsi i cervelli migliori. La differenza con il metodo approvato in questi giorni dal Gran Consiglio consiste nelle modalità di distribuzione dei sussidi, che in Gran Bretagna non erano a 'pioggia' ma secondo criteri di merito.
Nonostante questo sistema di sussidi sia stato in vigore per decenni, il degrado della scuola pubblica britannico non solo non si è arrestato, ma il divario con la scuola privata si è addirittura allargato, dimostrando così come il meccanismo cumulativo menzionato sopra una volta messo in movimento sia difficile da invertire o anche solo rallentare.
La risposta di Mattei va dunque considerata come esemplare: oltre a distorcere sistematicamente la mia esposizione, a una precisa richiesta di portare argomenti o controargomenti teorici ed esempi concreti egli non ha saputo fare né l'uno né l'altro. Ciò mi induce a pensare che le sue accuse di 'ideologismo' andrebbero più proficuamente indirizzate altrove.

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