Tra gli argomenti a carattere finanziario evocati a favore di sussidi pubblici alla scuola privata come previsto dall’iniziativa popolare o dal controprogetto ve n’è uno assai curioso, che si può riassumere in questo modo. Ogni allievo che frequenta le scuole pubbliche costa allo stato diverse migliaia di franchi. Qualora il medesimo allievo frequentasse invece una scuola privata, lo stato sarebbe sollevato dalla relativa spesa. Pertanto è non solo auspicabile ma anche corretto che lo stato contribuisca a finanziare le scuole private che riducono i costi che invece gli spetterebbero, dal momento che una legge dello stato medesimo impone l’obbligo di frequenza scolastica.
Questo ragionamento è basato sul travisamento del ruolo dello stato come dispensatore di servizi e sui metodi atti a finanziarne l’istituzione e il mantenimento. Esistono infatti diversi metodi per raccogliere i fondi necessari per offrire dei servizi: in alcuni casi si impongono delle tariffe proporzionate all’uso del servizio (l’elettricità, ad esempio, viene pagata dagli utenti in base al loro consumo, e la tariffa comprende non solo la produzione di corrente elettrica, ma anche i costi di distribuzione, di manutenzione delle linee, ecc.), in altri casi il servizio viene pagato con le tasse dei cittadini (e questo è il caso della scuola), in altri casi si ricorre a qualche misura intermedia (le strade sono pagate in parte con la vignetta autostradale e le tasse sulla benzina e in parte con il denaro dei contribuenti). Una volta che uno di questi metodi viene scelto, esso deve essere applicato con coerenza.
Vi sono storicamente delle buone ragioni per le quali la scuola è finanziata dalle tasse di tutti i contribuenti: fin dall’ottocento si è riconosciuto che un’istruzione generalizzata torna a tutto vantaggio della collettività intera, in quanto costituisce la principale istituzione di integrazione sociale e nel lungo periodo è fonte di benessere generalizzato.
Invocare contributi per coloro che, per propria scelta, decidono di non usufruire del servizio pubblico ma di affidarsi ad un’alternativa offerta dal settore privato è duplicemente contrario a questo principio. Da un lato, infatti una categoria di cittadini è privilegiata rispetto ad altre: anche chi non ha figli non crea allo stato costi per l’istruzione, e non si vede perché chi manda i propri figli presso scuole private debba usufruire di facilitazioni non previste invece a chi non usufruisce del servizio pubblico per altre ragioni.
D’altro lato, se si prevede che il contributo finanziario non sia strettamente legato all’uso dei servizi (sistema fiscale o misto) e si è disposti ad effettuare dei rimborsi per il mancato uso, questa procedura andrebbe generalizzata, e non limitata alla scuola: così, chi decide di non prendere il treno dovrebbe ugualmente aver diritto al rimborso per mancato uso della ferrovia. Non vi è ragione, infatti, per la quale la scuola dovrebbe costituire un’eccezione alla regola generale.
Si potrebbe poi anche discutere della stima dei costi previsti qualora venisse approvato il controprogetto (5-10 milioni di Fr. all’anno): essa assume infatti che il numero di studenti delle scuole private rimanga invariato, mentre deve per forza verificarsi uno dei due seguenti casi o una situazione intermedia. O l’effetto della nuova legge si tradurrebbe in una riduzione dei costi per gli studenti delle scuole private, con il conseguente aumento del loro numero (e quindi dei costi a carico dello stato); o, qualora ciò non avvenisse, i finanziamenti statali si tradurrebbero direttamente in un aumento dei profitti delle società che gestiscono le scuole private.
Questa è appunto la questione fondamentale. La ragione d’esistere delle scuole private consiste o nel perseguimento di un profitto, o nella trasmissione di valori (religiosi, etnici, politici, o altro) estranei agli scopi educativi che si prefigge la scuola pubblica. E allora bisogna chiedersi per quale ragione lo stato debba finanziare queste imprese, a scapito di un sistema scolastico che, seppure migliorabile per molti aspetti, ha comunque dato buona prova di sé.
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