Nelle discussioni che stanno precedendo il dibattito parlamentare sull'iniziativa sul finanziamento della scuola privata e sul relativo controprogetto si è sentito spesso invocare il benefico effetto che la concorrenza della scuola privata, rafforzata dai sussidi indiretti, eserciterebbe sul sistema scolastico pubblico. Se evidentemente questa argomentazione fa perno sull'analogia con il funzionamento dei sistemi economici, il suo sviluppo è lasciato all'intuizione del lettore: come è ovvio che la concorrenza porta a una riduzione dei prezzi e a un miglioramento dei servizi, è altrettanto ovvio che la concorrenza tra istituzioni scolastiche deve portare ad analoghi risultati. Il ragionamento per analogia, però, se talvolta permette di intuire l'operare di certi meccanismi, richiede comunque che alla fine si forniscano delle precise giustificazioni. Queste devono consistere in un argomento teorico che spieghi, nel nostro caso, in quale modo la concorrenza porti al miglioramento dell'offerta scolastica, o in una dimostrazione empirica, con riferimento ad altri casi in cui ciò succede. Per essere maggiormente convincenti sarebbe naturalmente preferibile portare entrambi questi tipi di prova. Invece non ci viene fornita né l'una né l'altra, e la cosa non sorprende. Da un lato la storia dei sistemi educativi dimostra esattamente l'opposto. Nei paesi con una consolidata tradizione di scuola privata, infatti, la scuola pubblica è semplicemente un disastro: caratteristica comune delle scuole pubbliche giapponesi, americane e britanniche (per non citare che gli esempi che conosco bene) è che sono sottofinanziate, con classi troppo numerose, prive di materiali didattici, e soprattutto scarse di allievi brillanti.
Al contrario, le scuole private in questi paesi sono ricche, con ottime biblioteche, e attirano gli studenti più dotati; queste scuole sono una via quasi obbligata per l'accesso alle università più prestigiose (quelle che garantiscono buoni posti di lavoro). In questi paesi se un genitore ha a cuore il futuro dei propri figli deve optare per una scuola privata (posto, naturalmente, che se lo possa permettere).
D'altro lato, la storia del pensiero economico non ci fornisce un solo esempio di dimostrazione generale della capacità della concorrenza di portare a risultati ottimali, se non sotto ipotesi talmente restrittive da rendere i modelli di riferimento del tutto irrealistici. La dimostrazione analogica fallisce prima ancora di cominciare, in quanto ciò che si assume come ovvio (il potere taumaturgico del mercato) non lo è per niente, e gli economisti più accorti ne sono sempre stati consapevoli. Nel caso della scuola, inoltre, vi sono ottime ragioni per pensare che la concorrenza condurrebbe a distorsioni nel funzionamento del sistema scolastico tali da inficiarne l'efficienza, spiegando così il dato empirico citato in precedenza.
Una prima distorsione è geografica: mentre la scuola pubblica deve coprire l'intero territorio, le scuole private possono scegliere il proprio bacino di utenza, ed evidentemente opteranno per le zone più popolose e possibilmente più benestanti. L'offerta scolastica non sarà dunque equivalente nelle valli e in città, e i costi che l'ente pubblico deve sopportare sono proporzionalmente maggiori.
In secondo luogo, la scuola pubblica deve fornire istruzione a tutti i cittadini, mentre le scuole private possono essere selettive e rifiutarsi di accettare studenti troppo irrequieti e non sufficientemente svegli. Questi studenti si concentrerebbero pertanto nelle scuole pubbliche, rendendo più difficile l'apprendimento agli altri allievi, e determinando l'inizio di una differenziazione nella qualità dell'insegnamento.
Non appena questo meccanismo si instaura, esso è destinato a diventare cumulativo: non appena una scuola privata diventa accademicamente migliore di quella pubblica, essa attira gli studenti più dotati e quelli provenienti da famiglie più ricche, così che la qualità media aumenta ulteriormente come pure le risorse finanziarie (un buon servizio, infatti, si può vendere a prezzi più cari, nel pieno rispetto della logica del mercato).
Un esame attento della realtà dei paesi anglosassoni e del Giappone mostra che questo è esattamente quanto è successo, e ancora sta succedendo: il divario tra scuola privata e pubblica, infatti, è non solo incolmabile ma crescente, e anche il semplice rallentamento del degrado assorbe ormai risorse che, in un sistema efficiente fin dalla nascita, permetterebbero invece notevoli sviluppi qualitativi. Chi vuole favorire la scuola privata con fondi pubblici dovrebbe riflettere sui modelli esistenti ed assumersi la piena responsabilità delle conseguenze che la loro estensione al Ticino comporterebbe, anziché evocare analogie prive di supporto teorico e sconfessate dall'evidenza empirica.
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