La branca della scienza economica che si occupa dell’educazione sostiene, a partire da un’ampia base di dati relativi a più paesi e per periodi prolungati, che l’istruzione è un fattore rilevante per la crescita economica. Ridurre la spesa pubblica in questo campo potrebbe portare a peggiorare il bilancio dello Stato, anziché migliorarlo.
Il presidente del Governo Paolo Beltraminelli ha suggerito di ridurre di un anno gli studi liceali. Quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine di una scolarità più breve?
La strategia decisa dal governo cantonale per contenere il disavanzo nel bilancio dello Stato è di ridurre le uscite in tutti i dipartimenti. A inizio luglio il direttore del Decs Manuele Bertoli, cui è stato chiesto di effettuare risparmi per quasi 40 milioni, si è distanziato da questa visione, sottolineando che le razionalizzazioni possono certo contribuire in qualche misura ma oltre quella bisogna ridurre le prestazioni. Occorre allora decidere tra due alternative spiacevoli: aumentare (almeno temporaneamente) le imposte, oppure speci?care chiaramente quali prestazioni saranno ridotte. Da un lato, la scelta è squisitamente politica: di buona parte di queste prestazioni bene?ciano i ceti più deboli, che per alcuni è impensabile smettere di tutelare mentre altri sperano che la riduzione del disavanzo di bilancio permetta di risanare l’economia e generare effetti a cascata di cui anche i ceti più poveri bene?cerebbero.
Tuttavia vi sono anche altre ri?essioni che occorre mettere sul piatto. Alcuni dei servizi cui si dovrebbe rinunciare non costituiscono un puro costo per la società, ma sono indispensabili (o almeno utili) a supporto di attività economiche da cui dipende la ricchezza del paese e dunque, in ultima analisi, la base ?scale del futuro. In risposta a Bertoli, il presidente del Governo Paolo Beltraminelli suggerisce che il Dipartimento dell’educazione potrebbe effettuare importanti risparmi riducendo di un anno la durata degli studi liceali. A breve termine questo sarebbe senz’altro vero. Ma a lungo termine quali potrebbero essere gli effetti di una riduzione della scolarità (quantitativa, come nell’esempio, ma anche in termini qualitativi, qualora si dovesse incidere in modo signi?cativo su altre prestazioni del Decs) sulla crescita economica?
Naturalmente non è possibile, senza studi speci?ci, dare una risposta numerica precisa a questo quesito. Tuttavia vi è una branca dell’economia, l’economia dell’educazione, che si occupa anche di questo problema e le cui risposte, almeno in termini qualitativi, meritano una seria ri?essione. Chiariamo subito un aspetto importante. Questa disciplina non segue un approccio keynesiano e decide di ignorare che i costi sostenuti dalla scuola si traducono in buona parte in redditi percepiti da residenti, che ne spenderanno una quota in loco generando altra domanda e altri redditi. Questo argomento si applica naturalmente all’intera spesa pubblica; i corrispondenti effetti della sua riduzione sul reddito e sui futuri introiti ?scali sono stimabili, ed è auspicabile che se ne sia tenuto conto.
L’economia dell’educazione, così come sviluppata negli ultimi decenni, segue un altro approccio. Il ragionamento parte non dalla collettività ma dall’individuo. La formazione che si acquisisce a scuola va a costituire il «capitale umano» dello studente e futuro lavoratore. In una prima versione della teoria, basata sullo studio originario di Becker (1964) nel quadro della teoria della crescita neoclassica (Mankiw et al. 1992), questo capitale umano, in combinazione con il capitale ?sico (macchinari ecc.) e con il lavoro, va a determinare la produzione di ciascun lavoratore. Una maggiore scolarità accresce dunque la produttività del lavoratore, cioè la sua capacità di produrre valore aggiunto per unità di tempo, sia aprendo il lavoratore meglio educato a nuove idee e approcci, dunque rendendolo più ?essibile al cambiamento tecnologico, sia migliorando la sua capacità cognitiva e dunque rendendolo meglio capace di acquisire competenze sul posto di lavoro. Ciò si tradurrà in un accresciuto stipendio per il lavoratore e in vantaggi anche per l’impresa che lo impiega. Unendo questi effetti su tutti gli individui scolarizzati, pur tenendo conto del fatto che gli individui bene?ciano direttamente dell’educazione più della collettività intera, il risultato è una crescita collettiva di PIL e reddito. Naturalmente, tanto maggiore è la scolarizzazione, sia quantitativamente che qualitativamente, tanto più alta sarà la crescita del PIL ad essa associata.
In una seconda versione della teoria, nell’ambito dell’approccio della teoria della crescita endogena, si considera tanto l’effetto dell’accumulazione del capitale umano nel corso del tempo (ogni generazione costruisce a partire dai risultati delle generazioni precedenti) quanto l’effetto dello stock esistente di capitale umano come motore del progresso tecnologico. Il capitale umano è trattato come il risultato della scelta di proseguire l’istruzione, modellizzato in termini della quota di tempo dedicato all’educazione in contrasto con il tempo dedicato alle attività produttive.
Oltre all’accumulazione di capitale umano negli individui, l’educazione in?uisce sulla crescita anche tramite altri meccanismi che operano al livello dell’intero sistema economico. Da un lato, per la società garantire il sistema scolastico è un costo che, riversato sui contribuenti in forma di imposte, ne diminuisce il reddito disponibile e può esercitare effetti distorsivi; inoltre l’effetto dell’educazione ricevuta diminuisce con il passare degli anni e si esaurisce con il pensionamento. D’altro lato, come già accennato i risultati dell’educazione non vanno ad esclusivo bene?cio dell’individuo scolarizzato, ma si ripercuotono sulle imprese, che traggono vantaggio dalla loro accresciuta produttività. Le spese di ricerca e sviluppo vanno in questa direzione. Un maggiore livello generale di educazione, inoltre, accresce la capacità di un paese di innovare e/o di adattarsi agli sviluppi tecnologici. Ciò contribuisce a spiegare come mai il divario tra paesi ricchi e poveri tenda ad accrescersi piuttosto che a restringersi. Va nella medesima direzione anche il fatto che un maggiore livello di istruzione contribuisce ad attrarre investitori in settori ad alta tecnologia; viceversa non si spiegherebbe come mai la Svizzera attiri tanti investimenti dall’estero nonostante l’alto costo del lavoro. Anche i differenti tassi di natalità tra paesi contribuiscono a spiegare le differenze nei livelli di capitale umano: date le risorse a disposizione dei genitori, avere pochi ?gli signi?ca che ciascuno di loro ha maggiori opportunità di studiare. La scolarizzazione, inoltre, agisce sulla crescita diminuendo i costi e aumentando il rendimento di ulteriore scolarizzazione.
Vi sono numerosi tentativi di veri?ca empirica di queste relazioni teoriche, sia a livello microeconomico (relazione tra scolarità e reddito degli individui) che a livello macroeconomico