Fa discutere il concorso pubblicato dal DECS per l’assunzione di nuovi docenti di matematica per le scuole medie
« Noi metteremo sempre la scuola avanti tutto. È nella scuola, nella educazione popolare che fondiamo le nostre speranze. Il miglioramento della scuola noi lo vediamo non tanto nei programmi, nelle leggi e nei decreti quanto nell’avere buoni insegnanti. Nei buoni insegnanti sta tutta la questione della neutralità e della laicità dell’insegnamento. E i buoni insegnanti li avremo soltanto quando sarà rialzata la professione del maestro nella considerazione pubblica, quando saranno corrisposti stipendi decorosi ed adeguati » . (Guglielmo Canevascini, «Libera stampa», 13 giugno 1913)
Doveva succedere, ed è stato ampiamente previsto. Il sistema scolastico (in particolare quello ticinese, sebbene il problema si manifesti anche oltralpe) sta palesando le contraddizioni che si è allevato in seno negli anni recenti, e il segnale che sta emergendo è piuttosto drammatico – anche se per un verso quasi comico.
Settimana scorsa il DECS ha pubblicato un concorso per l’assunzione di venti nuovi docenti di matematica per le scuole medie da reclutare tra gli insegnanti delle scuole elementari e dell’infanzia (!) dopo che avranno seguito per tre anni dei corsi integrativi a tempo parziale presso l’Alta Scuola Pedagogica (ASP) di Locarno. La giustificazione di questa procedura – secondo il Direttore della divisione della scuola del DECS, citato da «laRegione » – consiste nel favorire il percorso di carriera dei docenti delle scuole primarie e degli asili, creando così altri posti di lavoro in quei settori.Penuria di docenti
Tutto ciò può apparire bizzarro; in realtà si sta generando un mostro nella speranza di mettere delle toppe ad una situazione creata dalle recenti politiche scolastiche.
Vediamo di chiarire il problema. Innanzitutto, la vera ragione della pubblicazione di un tale strano concorso non ha nulla a che vedere con le possibilità di carriera, ma nasce da una mancanza di docenti di matematica che non si riesce a colmare attingendo al bacino di candidati con la formazione richiesta (minimo un bachelor, corrispondente a 6 semestri di studio universitario, nella disciplina specifica o in una affine). Per questa vi sono diverse cause, alcune generali e altre locali. Una risiede nella demografia del corpo docente: gli insegnanti assunti in massa negli anni settanta per far fronte alla scolarizzazione dei baby-boomers stanno cominciando ad andare in pensione, e ben presto avrà luogo un vero e proprio esodo: in Ticino quasi la metà dei docenti dovranno essere sostituiti nei prossimi dieci anni. Ciò naturalmente era da tempo prevedibile, e riguarda tutte le discipline e tanto le scuole superiori come le medie. Queste sono solo le prime avvisaglie di un problema ben più vasto.
Una seconda ragione consiste nel tortuoso percorso che un aspirante docente deve compiere prima di poter accedere all’insegnamento: per poter essere qualificato, dopo l’università il candidato deve frequentare l’ASP per un anno e mezzo a tempo pieno, a proprie spese e senza nessuna garanzia di assunzione, e in modo del tutto indipendente dal sistema universitario di base, e senza poter allo stesso tempo praticare. Inoltre l’ASP ancora non è riconosciuta a livello federale, per cui l’abilitazione è valida nel solo Ticino. Una terza ragione risiede in una misura essenzialmente mirata ad aggirare gli accordi bilaterali sulla libera circolazione delle persone. In pratica, non è più possibile ricorrere al bacino di insegnanti italiani (tra i quali vi è senz’altro chi ha ottime qualifiche e capacità) poiché condizione per la partecipazione ai concorsi è la conoscenza di tre lingue nazionali – evidentemente superflua all’insegnamento della maggior parte delle discipline.
Infine, la quarta ragione risiede nella progressiva squalifica del lavoro e dell’immagine del docente: oltre alle effettive riduzioni di salario introdotte negli ultimi anni (blocco degli scatti, contributo di solidarietà, ora aggiuntiva, riduzione della classe d’entrata), che ammontano grosso modo al 10% del salario precedente, vanno aggiunti i nuovi compiti che di fatto la società demanda alla scuola e la scarsa considerazione per i docenti dimostrata dal DECS al momento della votazione di qualche anno fa.
Il risultato è ora sotto gli occhi di tutti. La professione di docente è sempre meno attrattiva, e chi ha più possibilità di scelta (cioè i migliori) può optare per alternative più remunerative e meglio riconosciute socialmente. Non è naturalmente (e fortunatamente) un esito necessario, ma la pressione selettiva opera in questa direzione.
Una volta chiarita la natura del problema, la soluzione ovvia sarebbe da un lato quella di rendere di nuovo attrattiva la professione di docente, e dall’altro (ma questo avrebbe presupposto una diversa pianificazione preliminare) quello di convogliare verso l’insegnamento gli studenti universitari tramite dei progetti ad hoc.La prima opzione è costosa a breve termine e richiederebbe un’inversione della politica praticata fin qui, la seconda avrebbe richiesto l’integrazione dell’aspetto pedagogico negli appositi indirizzi di studio universitari (come avviene per esempio a Zurigo), mentre qui si ha spesso l’impressione che anziché aver concepito l’ASP in funzione dell’insegnamento si ristrutturi il percorso formativo dei docenti in funzione dell’esistenza e dei bisogni dell’ASP.Un mostro pedagogico
La soluzione escogitata dal DECS è invece un mostro educativo. L’idea che si possano prendere dei docenti delle elementari o dell’asilo, nessuno dei quali ha una formazione disciplinare specifica, e trasformarli in docenti di matematica «attraverso un’adeguata formazione» presso l’ASP, indica che non si ha assolutamente in chiaro cosa sia una disciplina scientifica, né di quali siano le condizioni minime per insegnarla, e neppure di quale sia il compito di una scuola pedagogica.
Le discipline scientifiche, come quelle umanistiche, si studiano nelle università. I corsi universitari sono strutturati nell’ambito di un progetto integrato che mira a dare allo studente non solo le conoscenze nozionali, tecniche e operative della disciplina, ma anche un quadro complessivo dell’ambito in cui essa si sviluppa.
La disciplina viene appresa come un tutto, di cui si deve apprezzare l’omogeneità (anche dove, come nel caso dell’economia, vi sono dei conflitti palesi tra punti di vista) e si devono conoscere le metodologie e le premesse epistemologiche. Non si diventa matematici imparando a risolvere le equazioni, lo si diventa imparando a «pensare matematico», per così dire. Naturalmente l’università può solo porre le basi per questo, la completa maturazione avviene con lo studio individuale. Ma senza queste premesse, tale passaggio è quasi del tutto impossibile.
Il postulato alla base del progetto di riciclaggio dei docenti elementari e dell’infanzia è invece che la matematica (e, ci si può attendere, in futuro anche altre discipline) possa essere parcellizzata e ridotta ad un insieme di tecniche, imparabili una a una e rivendibili come le si sono comperate. In questo modo non si può costruire un matematico: al massimo si otterranno dei docenti che, pur con la migliore volontà, riusciranno a trasmettere ai loro alunni una frammentaria padronanza delle tecniche ma ben difficilmente il senso complessivo delle operazioni che stanno compiendo. A parità di passione per la missione sta qui, più che nel bagaglio pedagogico, la discriminante tra undocente e un buondocente.
L’unico compito che una scuola pedagogica può svolgere è quello di insegnare i metodi con cui trasmettere la conoscenza. Ma tale conoscenza deve essere a disposizione dell’aspirante docente prima di mettervi piede: la padronanza della propria materia, che si acquisisce solo con anni di studio sistematico e approfondito, è una condizione irrinunciabile per ottenere dei buoni insegnanti.
A lungo termine, l’esito sarà disastroso – e mi riferisco sia allo specifico concorso di cui si sta discutendo, che più in generale alla fuga dei cervelli migliori dalla scuola verso altri settori in seguito alle peggiorate condizioni salariali e di lavoro. La scaduta qualità dei docenti, in termini dei contenuti che saranno capaci di trasmettere, si rifletterà inevitabilmente sulla qualità della scuola, con ovvie conseguenze sulla preparazione dei nostri studenti, dunque a lungo termine sia sulla loro capacità di trovare un lavoro che sulla loro futura produttività. Questo è quello che non ci possiamo permettere: i risparmi sul bilancio pubblico di oggi si ripercuoteranno fatalmente sui bilanci di domani, con conseguenze ben peggiori.