ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


L’indotto, bestia grama da trattare



Interessante la lettura dei resoconti della stampa cantonale sull’ annuncio dei risultati della ricerca sull’ impatto economico del Festival del Cinema di Locarno. I tre quotidiani riportano senza battere ciglio la conclusione secondo cui, a fronte dei 10 milioni di fr. di budget del festival, si generano redditi per la regione del Locarnese pari a 22- 23 milioni.

Eppure un’ affermazione del genere avrebbe do- vuto sollevare almeno qualche perplessità, quantomeno da parte di quei quotidiani che non perdono occasione per criticare l’ eccesso di spesa pubblica in questo Cantone: se una spesa ha il potenziale di produrre un reddito più che doppio rispetto alla spesa stessa, potremmo facilmente risolvere i problemi economici e finanziari del Cantone semplicemente organizzando 10, 20, 100 Festival ( e magari qualche museo).

Tutti i media, salvo la Regione che si è limitata a riportare i risultati, hanno sottolineato il carattere scientifico dello studio, diretto dal prof. Rico Maggi. Nessuno ( la scienza non si critica, neanche se va contro il buon senso) poteva pensare di dover verificare se l’ autore fosse qualificato per tale compito ( le informazioni sono pubbliche, chiunque può accedervi, ma sembra che farlo non sia « politically correct » ). Se qualcuno lo avesse fatto, avrebbe appurato che l’ insegnamento universitario dell’ autore dello studio è nel campo della microeconomia, pur non avendo egli pubblicato alcun contributo teorico in questo senso; le sue ( poche) pubblicazioni ( quasi tutte peraltro scritte a quattro mani) in riviste di qualche rilevanza riguardano l’ economia dei trasporti. Ora, un’ indagine come quella commissionata dal Festival di Locarno riguarda la macroeconomia, disciplina completamente diversa, che poggia su concetti e relazioni a volte antitetici a quelli solitamente usati da Maggi nello svolgere il suo mestiere.

L’ unico a non avere preso sul serio « l’indottologo » è stato Giuliano Bignasca, che in un articolo sul Mattino esprime i dubbi dettati dal buon senso: « Diciamocela tutta: per arrivare a quantificare in 23 milioni di franchi l’ indotto del Festival del Film ci vuole molta fantasia » .

Inoltre avanza « il forte so- spetto che i suoi studi [di Maggi] siano finalizzati a giustificare i costi, in particolare quelli pagati con i soldi dei contribuenti » . Se il buon senso suggerisce che le cifre siano grossolanamente elevate, occorre tuttavia cercare di capire come si sia arrivati ad una cantonata di questo genere. E qui ci vuole lo sguardo dell’ economista. Il ragionamento è molto semplice, e possiamo senz’ altro esporlo ai lettori.

Il principio impiegato da Maggi e dai suoi collaboratori per realizzare questo lavoro è quello del moltiplicatore keynesiano.
Si inizia a stimare la spesa dei visitatori, tramite un questionario ( ma senza soffermarsi troppo sul fatto che, risaputamente, le stime che ciascuno fa delle proprie spese medie sono altamente inaffidabili: cosa di cui si può rendere conto chiunque cercando di ricostruire quanto ha speso nel corso dei tre giorni precedenti), scegliendo un campione degli spettatori. Nello studio sono descritte le precauzioni prese per assicurarsi che il campione non fosse distorto, e possiamo aspettarci che l’operazione sia stata condotta in modo corretto. Si proietta poi la stima individuale ( per diverse fasce di spettatori: ticinesi, svizzeri pernottanti, stranieri pernottanti, escursionisti svizzeri e stranieri) sull’insieme degli spettatori, e si calcola la spesa complessiva da parte degli spettatori. Fin qui tutto bene, il passaggio critico è il seguente.

Il moltiplicatore

L’idea di base è molto semplice. Anzi, fin troppo semplice: questo strumento è valido come primissima  approssimazione, qualsiasi studio serio deve tener conto delle disparità fra settori economici, cosa che qui non si fa; ma sorvoliamo. Lasciamo spiegare allo stesso Maggi: «se un visitatore spende 10 franchi al bar, il gerente a sua volta ne spenderà parte nella regione. Detto altrimenti: di ogni franco speso resta più di un franco nella regione. È per questo che si moltiplica la spesa- base dei visitatori per uno virgola qualcosa ( un parametro che conosciamo) » . Questo processo, detto del moltiplicatore, è noto da settant’anni, ed è comunemente associato al nome di Keynes ( anche se è stato scoperto da altri). Il problema, naturalmente, consiste nello stimare quanto reddito è generato dalla spesa iniziale del nostro spettatore.

Nello studio sul Festival si afferma che questo « moltiplicatore » vale 1,40. Da qui scende il risultato complessivo: una spesa stimata di 8- 9 milioni genera un reddito di 12- 13 milioni, cui si devono aggiungere i 10 milioni di budget del Festival. Ma questa valutazione lascia alquanto perplessi.

Facciamoci un’idea dell’ordine di grandezza stimato in altri studi. Per uno studio sull’impatto turistico del canton Berna, il moltiplicatore era stato valutato a 0,24: cioè, 100 fr. spesi da un visitatore generano 24 fr. di redditi per qualcuno residente nel cantone, alla fine del processo di spesa - incassospesa descritto in precedenza. Valutazioni internazionali non danno risultati molto differenti: Galles del Nord ( UK) 0,37; East Anglia ( UK) 0,34; Kendal, Cumbria ( UK) 0,30; Edinburgh, Lothian ( UK) 0,28; Brighton & Hove ( UK) 0,22; Winchester, Hampshire ( UK) 0,19; Bournemouth Dorset ( UK) 0,18; Door County ( USA) 0,55; Sullivan County ( USA) 0,44; Southwestern Wyoming ( USA) 0,39- 0,53.

Iperbolico solo da noi

Come è possibile che in tutto il mondo i moltiplicatori per regioni paragonabili al Ticino valgano tra 0,2 e 0,4, e in Ticino siano 5- 7 volte superiori? Ricordare che siamo il « Cantone dell’iperbole » non basta. Le possibilità sono due: o ha ragione Bignasca nel suo sospetto che il moltiplicatore sia stato inventato di sana pianta per giustificare l’impegno pubblico nel festival ( e l’immediata richiesta del direttore Solari di accrescere il contributo pubblico, seguita dall’impegno di Gendotti di  promuovere la causa di fronte al Parlamento non contribuiscono certo a smentire questa impressione), oppure si è compiuto un errore teorico colossale. Sulla prima opzione non abbiamo elementi per giudicare, se non riferire che non è data nessuna giustificazione empirica o teorica per la scelta della cifra, semplicemente presa pari pari da un altro studio ( l’unico citato nell’intero rapporto), come se si potesse semplicemente trasferire i moltiplicatori da una regione all’altra. In quello studio tuttavia c’è un grossolano errore di interpretazione del significato del moltiplicatore, errore che ritroviamo riprodotto identicamente nell’indagine dell’IRE. Vediamo di capire meglio.

C’è reddito e c’è spesa

Pensiamo al caso della spesa per l’esecuzione di un lavoro. Il committente paga i lavoratori, che spendono parte del loro reddito mettendo in moto il meccanismo moltiplicatore. Poiché il primo pagamento costituisce un reddito per i lavoratori, è chiaro che il reddito totale generato include questo reddito, così che il moltiplicatore deve essere superiore a 1. Quanto eccede l’unità è il reddito ( detto indotto) generato dalle spese successive dei percettori del reddito primario. Due esempi possono aiutare a familiarizzarsi con l’ordine di grandezza. Nella valutazione dell’impatto economico di Expo02, si è stimato il moltiplicatore da applicare al reddito primario pari a 1,36 per i cantoni Expo: fatta dunque una prima stima dei redditi generati direttamente, si è applicato questo moltiplicatore per valutare i redditi secondari. Il che significa che l’ordine di grandezza dell’effetto di reddito generato dalla spesa del reddito primario è lo 0,36 residuale. Nella valutazione dell’impatto di Alp Transit, il moltiplicatore da applicare al reddito primario del lavoratori domiciliati nel cantone è 1,28: tolto il reddito direttamente percepito da questi lavoratori, l’effetto secondario è 0,28: siamo ora molto vicini allo 0,24 di Berna e a quanto ci aspetteremmo per una regione come il Ticino.

Cosa ha fatto il prof. Maggi? Seguendo uno studio analogo sull’indotto del festival musicale di Lucerna, ha applicato un moltiplicatore superiore a 1 non al reddito primario, bensì alla spesa. Le due cose sono assai diverse. Semplice spiegazione: i 10 fr. spesi dallo spettatore del festival al bar non sono il reddito dell’esercente, come assume Maggi nel passaggio citato in precedenza: una parte andrà affettivamente a costituire un reddito, ma bisogna togliere tutti i costi, che evidentemente non sono indifferenti. Inoltre vi è un problema aggiuntivo: non tutti i redditi generati dalla spesa dello spettatore restano in Ticino ( e ancor meno nella regione del Locarnese, cui lo studio afferma di riferirsi): parte dei lavoratori che direttamente o indirettamente ne beneficiano sono frontalieri o stagionali ( e spendendo altrove bloccano immediatamente la catena delle ripercussioni: i relativi moltiplicatori, stimati dall’IRE sui lavoratori Alp Transit, incluso il reddito primario, valgono 0,19 e 0,45); inoltre le forniture spesso provengono da altri cantoni o dall’estero. Questo spiega perché i moltiplicatori regionali siano generalmente bassi ( tanto minori quanto più piccola è la regione in considerazione): il meccanismo moltiplicativo genera sì dei redditi, ma la maggior parte di essi al di fuori dei confini della regione in esame ( lo studio Expo ha rilevato come poco più della metà dei redditi generati sia rimasta nei cantoni EXPO, la parte rimanente è andato nel resto della Svizzera e all’estero).

Lo « spiazzamento »

Una minima conoscenza della letteratura di economia del turismo, oppure della letteratura originaria ( Keynes è stato molto attento a specificare l’effetto delle « fughe » all’estero delle spese) avrebbe potuto ( e dovuto) evitare uno svarione di questa portata. Ma non solo questo. Il ragionamento del moltiplicatore, si è premurato di precisare Keynes, vale solo se siamo lontani dalla piena occupazione delle risorse. Ma nel caso di grosse manifestazioni le risorse sono pienamente sfruttate: a Locarno nei giorni del festival è impossibile trovare una camera d’albergo.

Questo effetto è noto agli studiosi dell’impatto di manifestazioni: è denominato « effetto di spiazzamento » ( in inglese, più enfaticamente « crowding out » ) : occorre tener conto del fatto che l’afflusso massicio di visitatori tiene lontani coloro che normalmente visiterebbero la città, e nel calcolo dell’impatto bisogna includere solo i visitatori ( e le loro spese) aggiuntivi rispetto ai giorni normali ( Bignasca, nel suo articolo, è arrivato vicino ad identificare questo problema: « come si farebbe a distinguere chi spende perché va al festival e chi semplicemente spende perché si trova in vacanza a Locarno? » ) .

Il budget del festival

È sorprendente infine il trattamento riservato al budget del festival: i 10 milioni di budget sono considerati pari pari come reddito. Qui gli errori sono due. Da una parte, non tutto questo budget consiste in reddito per la regione di Locarno: i diritti d’autore sono pagati ad altri paesi, i viaggi degli invitati ( registi, ospiti, ecc.) non avvengono certo con Air Locarno, il personale non ticinese porta i redditi altrove, l’affitto di strutture e macchinari non è necessariamente effettuato nel Cantone, ecc. Non sarebbe stato complicato analizzare le varie voci del budget e dare una valutazione più aderente alla realtà, ma nessuno sembra averlo ritenuto utile.

In secondo luogo, non si capisce perché i redditi generati dal budget del festival ( appalti a ditte del Locarnese e assunzione di lavoratori locali) non diano luogo a loro volta ad un effetto moltiplicativo, dal momento che chi riceve questi redditi non li nasconde sotto il materasso, ma li spende almeno in parte presso rivenditori locali.

Un nuovo capitolo della mitologia del turismo

Sarà ora interessante vedere quale impatto... sugli impatti del Festival di Locarno potrà mai avere uno studio accademico di tale guisa. C’è da temere comunque che il già ben nutrito corpo della mitologia del turismo ticinese riceverà un nuovo tassello e che gli incensamenti ( con l’eccezione di Bignasca) avalleranno l’operazione: il Gran Consiglio stanzierà fondi non perché riterrà giusto sussidiare un’operazione culturale, ma credendo di fare un affare; e il turismo, apparentemente l’unico settore ticinese capace di generare redditi mirabolanti, per uscire dalla crisi in cui si dibatte continuerà a dover inseguire sussidi pubblici senza che sia mai stata effettuata una sola verifica seria del suo impatto economico. Rimane la speranza che questo « incidente » possa almeno indurre in futuro a verificare ( a scanso di ulteriori cantonate) il curricolo delle persone cui si affidano studi di impatto, per assicurarsi che sappiano padroneggiare gli strumenti concettuali adatti al caso.

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