ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Democrazia, educazione e opportunità



L’applicazione di nuove metodologie matematiche porta nuova linfa ai dibattiti sul finanziamento pubblico dei sistemi educativi.

Nelle ricorrenti discussioni sul finanziamento pubblico o privato dell’educazione (compreso il dibattito ticinese precedente la votazione della primavera 2001) si fa solitamente riferimento a posizioni di principio abbastanza ben delineate sull’efficacia o meno dell'operare dei meccanismi di mercato nel campo della scolarità. I fautori della scuola pubblica hanno buon gioco nel sostenere che i sostenitori della tesi del ‘libero mercato’ non possono dimostrare la sua efficienza e ottimalità, né in generale né tantomeno nel campo dell’educazione: una tale dimostrazione, infatti, al momento non esiste, se non sotto condizioni estremamente irrealistiche o contraddittorie tra loro.

Poiché l’onere della prova spetta ai simpatizzanti del libero mercato (che con qualche semplificazione possiamo ricondurre alle varie scuole economiche di tipo ‘neoclassico’), gli oppositori si sono limitati a sottolineare che ancora non è stata fornita dagli economisti in due secoli e mezzo di tentativi. Il problema, tuttavia, sta assumendo una nuova forma. Recentemente è stato infatti presentata una modellizzazione del sistema educativo utilizzando le ipotesi e l’armamentario concettuale e formale proposto dagli economisti che sostengono l’efficienza del mercato, con risultati che questi ultimi non potranno che trovare sorprendenti.

La competizione elettorale

Questo modello è stato presentato nel corso di una serie di lezioni ad hoc tenute a fine maggio presso l’Università di Graz (Austria) dall’economista e politologo John Roemer dell’Università di Yale. Le sue riflessioni si inseriscono nell’ambito di un ambizioso tentativo di rendere le scienze politiche una disciplina formalizzata, impiegando gli strumenti elaborati dagli economisti nell’ultimo mezzo secolo. Roemer sottolinea che siamo ancora agli albori, e che molto rimane da fare. Tuttavia, in alcuni casi semplificati è possibile giungere ad interessanti risultati. Uno di questi riguarda la competizione elettorale tra partiti che propongono diversi programmi, uno dei quali legato alla politica dell’educazione.

Prima di presentare questi risultati, occorre chiarire le premesse. Roemer ha dapprima presentato i due modelli classici della competizione elettorale (entrambi proposti e poi affinati da economisti). Del primo, che risale a un lavoro di Hotelling del 1929, abbiamo già avuto occasione di scrivere (vedi Azione, 11 aprile 2001): nell’ipotesi che due partiti mirino entrambi a massimizzare la probabilità di vittoria alle elezioni, il loro comportamente più razionale è quello di convergere al centro, lasciando il 50% degli elettori alla loro destra e l’altra metà alla loro sinistra. L’analogia è quella di due gelatai su una spiaggia: ciascuno si avvicina al centro nella speranza di sottrarre clienti all’altro.

Un secondo modello, presentato da Wittman nel 1973, attribuisce ai partiti non lo scopo di massimizzare i loro voti, ma quello di perseguire le politiche che meglio soddisfano i loro elettori. Il comportamento dei due partiti sarà ben diverso da quanto postulato da Hotelling. Suponiamo che il tema da dibattere sia una politica redistributiva: aumentiamo le tasse a quelli con un reddito maggore di una certa soglia, e distribuiamo gli introiti (p. es. sotto forma di sussidi) a coloro che stanno al di sotto di quella soglia. I partiti à la Hotelling individueranno la soglia al centro, ed entrambi proporranno la medesima politica. I partiti à la Wittman, invece, tenderanno a radicalizzarsi: poiché è nell’interesse di tutti i votanti ricchi che non vengano aumentate le loro tasse e nell’interesse dei votanti poveri che le tasse vengano aumentate molto ai ricchi, il partito che rappresenta i ricchi sarà contrario alla tassa redistributiva, quello che rappresenta i poveri sarà a favore di una tassa molto elevata.

Entrambi questi modelli, oltre ad essere poco realistici, presentano un problema analitico: si può trovare la posizione ideale solo se vi è un’unica politica in discussione. Ma questo evidentemente non è il caso, poiché nel mondo reale gli obiettivi di ciascun partito sono molteplici. Roemer propone dunque un nuovo modello, sempre limitato a due partiti, che però hanno delle fazioni al loro interno: gli ‘opportunisti’, il cui obiettivo è vincere le elezioni a qualunque costo (una politica Hotellingiana, dunque); i ‘riformisti’, il cui scopo è di massimizzare il benessere dei propri elettori (l’ipotesi Wittman); e i ‘militanti’, il cui scopo è di portare avanti la linea ideologica del partito, indipendentemente dalla soddisfazione a breve termine degli elettori e dal risultato elettorale. La competizione elettorale avviene a due stadi: dapprima la definizione, che risulta dal confronto tra le fazioni, della linea generale del partito, poi lo scontro tra i due partiti (il modello di riferimento è naturalmente la politica americana, dove la contesa finale è preceduta dalle elezioni primarie da cui emerge il candidato di ciascun partito).

Roemer non può dimostrare che tale modello ammette sempre una soluzione di equilibrio, cioè una situazione elettorale che porta ciascun partito a formulare la proposta ottimale data la politica proposta dal partito avversario (si tratta degli ‘equilibri di Nash’, dal nome del matematico inventore della teoria dei giochi e la cui vita è rappresentata nel film A beautiful mind), ma sostiene che negli innumerevoli casi da lui analizzati non gli è mai capitato di trovare un solo esempio che non ammettesse tale soluzione, e che anzi le soluzioni possibili di equilibrio, anche con diverse politiche in discussione, sono solitamente molteplici.

L’investimento nell’educazione: benefici privati …

Formulato il modello per la competizione politica, Roemer considera le implicazioni sugli investimenti nell’educazione, chiedendosi in particolare quale politica sia più favorevole al raggiungimento di una situazione di pari opportunità. Un primo approccio consiste nel considerare unicamente le ricadute private dell’investimento nell’educazione: quanto più il figlio è istruito tanto maggiore sarà il suo reddito futuro (si tratta della nozione di ‘capitale umano’ [vedi Azione del 17 maggio 2000 --articolo ora ripreso in D. Besomi, Gli economisti e la scuola , cap. 3]). La politica in discussione tra i partiti riguarda il grado in cui il governo paga per l’educazione, tenendo presente che ciò presuppone da un lato un prelievo fiscale a carico soprattutto dei più ricchi per una redistribuzione verso i più poveri sotto forma di istruzione. I partiti sono modellati come descritto sopra, tenendo conto della competizione elettorale e della rappresentanza degli interessi degli elettori.

Il risultato cui giunge Roemer può sorprendere: in un sistema di questo genere le decisioni dei partiti non si scostano da quelle che sarebbero le decisioni prese da ciascun singolo elettore in un sistema di laissez-fare, in cui non vi è intervento pubblico. La soluzione razionale della lotta politica riflette esattamente quelle che sarebbero le decisioni private degli individui che dovessero decidere che parte del proprio reddito destinare all’educazione dei figli! Questa conclusione è paradossale: se così fosse come potremmo spiegare il fatto che in tutti i sistemi democratici avanzati i governi si impegnano direttamente nel settore educativo, con un sostegno più o meno ampio da parte di tutti o quasi i partiti politici?

… e ricadute sociali

Questo aspetto paradossale nasce dall’ipotesi di partenza riguardante gli effetti dell’educazione, che si sono supposti riguardare unicamente gli individui coinvolti. In realtà, tuttavia, i benefici dell’istruzione non si traducono unicamente in maggiori redditi nel futuro per gli studenti presenti, ma anche in vantaggi sociali: una maggior scolarità in generale permette un miglior livello tecnologico, che a sua volta si traduce in maggiore produttività e dunque un incremento del reddito di tutti (in questo modello economicista non vi è spazio per altre considerazioni, pure importanti, riguardanti ad esempio l’integrazione e la coesione sociale). Con le opportune modifiche per tener conto di questo fatto (in termini tecnici si tratta di un’esternalità positiva), i risultati si modificano sostanzialmente: l’educazione pubblica, permettendo un accesso più universale all’istruzione, porta ad un beneficio sociale maggiore di quanto non accadrebbe in un regime di laissez-faire, ed è pertanto ragionevole che tutti i partiti la perseguano in una certa misura.

A lungo termine, i risultati dipendono dal tipo di fazione che riesce ad imporre la propria linea ai partiti. In modo anti-intuitivo, risulta che in un modello senza esternalità in cui tanto a destra quanto a sinistra prevalessero posizioni ‘ideologiche’ (cioè la fazione del ‘militanti’) la dinamica del sistema tende a convergere verso una più equa ripartizione delle opportunità: questo anche se il partito ‘di destra’ vincesse il 99% delle lezioni (naturalmente se vincesse più spesso ‘la sinistra’, tale convergenza sarebbe più rapida), mentre al contrario se prevalessero politiche ‘opportuniste’ le differenze di opportunità tenderebbero a riprodursi e ampliarsi, indipendentemente da chi vince le elezioni (i figli dei ricchi avrebbero più possibilità di studiare dei loro genitori, e conseguentemente diventerebbero ancora più ricchi; i figli dei poveri, al contrario, avrebbero ancora meno possibilità dei loro genitori, e i loro redditi diminuirebbero ulteriormente).

Considerando invece le esternalità, il risultato diventa più intuitivo: tanto le politiche ideologiche quanto quelle opportuniste tendono a portare a una migliore distribuzione delle opportunità, anche se le prime lo fanno in modo più rapido delle seconde.

Libero mercato e opportunità

L’approccio di Roemer soffre naturalmente di parecchi limiti. Alcuni sono riconosciuti esplicitamente: in particolare il modello contempla solo due partiti, che perseguono unicamente obiettivi elettorali e/o l’interesse degli elettori, mentre in realtà nella maggior parte dei sistemi politici la competizione è tra più partiti che devono rendere conto anche ai finanziatori; inoltre le questioni legati all’immigrazione non sono considerate, nonostante la loro notevole importanza. Altri limiti riguardano le difficoltà metodologiche legate all’applicazione di questo genere di modelli alla politica. Roemer è un fautore dell’approccio formalizzato, e sostiene che con sufficiente tempo e ingegno sarà possibile rendere il modello sempre più realistico; altri ritengono invece che ben difficilmente le complessità del mondo reale possano essere ridotte a un problema di ottimizzazione.

Nonostante queste difficoltà, tuttavia, i primi risultati sono degni di attenzione, poiché mostrano che anche all’interno dello schema di ragionamento neoclassico la conclusione a favore del ‘libero mercato’ nel sistema educativo è basata sull’assunzione, irrealistica e riduttiva tanto dal punto di vista economicista che in termini più generali, dell’assenza di ricadute sociali del processo educativo e di una più equa distribuzione delle opportunità di istruzione. Gli sviluppi futuri del dibattito su questo tema si prospettano dunque di notevole interesse.

Riferimenti

John E. Roemer è titolare delle cattedre di economia e scienze politiche a Yale. Deve la sua celebrità ad uno studio su I fondamenti analitici della teoria economica di Marx (1981), più recentemente ha pubblicato per la Harvard University Press volumi su Le teorie della giustizia distributiva (1996), l’Eguaglianza delle opportunità (1998) e La competizione politica, teoria e applicazioni (2001).

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