ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


E ora le critiche …


Tre quarti dei ticinesi, al termine di un fervido e ricco dibattito, respingendo le due proposte che miravano a indirizzare fondi pubblici verso la scuola privata hanno di fatto affermato la loro fiducia nell’istituzione della scuola pubblica e nelle sue potenzialità. Di ciò non si può che essere lieti -anche perché questa sonora bocciatura scoraggerà per parecchio tempo ulteriori tentativi in questa direzione.

Non ci si deve, tuttavia, sedere sugli allori. Nel corso del dibattito si è infatti spesso accennato alle difficoltà che affliggono la scuola ticinese. Se i ticinesi hanno affermato chiaramente che essi non possono essere risolti col ‘confronto’ con le scuole private (il vero termine di paragone -mi scusino i fautori dell’iniziativa e i direttori delle scuole private, che temo abbiano peccato di presunzione- non può che essere a livello nazionale e internazionale), è allora necessario mettere immediatamente in luce in cosa consistano questi difetti, e nel discutere, con tutte le istanze interessate, dei possibili rimedi.

Dei problemi strutturali, in particolare la mancanza di mense e doposcuola, molto si è detto. Ne prendano atto i politici che a suo tempo ne avevano decretato la fine tagliando i fondi necessari. Quanto alle famiglie che hanno reali e comprovate necessità di usufruire dei servizi collaterali offerti da alcune scuole private, che si pubblicizzi ed eventualmente potenzi il famoso articolo 84.

Mi preme tuttavia aprire la discussione su un paio di punti sui quali, per conoscenza diretta (seppure occasionale), ho avuto modo di constatare limiti nell’attuale organizzazione della scuola pubblica.

Il primo tema riguarda l’aggiornamento dei docenti. Molti docenti, nel mondo scolastico da diversi lustri (l’anzianità media di servizio è di 16 anni nelle scuole elementari, 20 nelle medie e 19 nelle medie superiori), hanno ormai perso ogni contatto con gli sviluppi nelle loro rispettive discipline, ignorando in taluni casi passaggi epocali, sia nelle metodologie che nei contenuti. Esistono naturalmente dei corsi di aggiornamento, ma consistono in poche giornate di conferenze e lezioni, di utilità più che dubbia (nel parere di molti degli stessi docenti che vi prendono parte). Il vero aggiornamento si compie con il proprio lavoro, adeguatamente stimolato e indirizzato da esperti, non cercando di assorbire briciole del lavoro altrui. È pertanto necessario trovare nuove formule che permettano di affrontare questa delicata questione, e possibilmente comprenderne altre. Tra queste, quella della scarsa interdisciplinarietà: seppure si sia fatto qualche passo avanti, l’impressione di scollamento tra diverse discipline rimane.

Il secondo tema riguarda la velocità di apprendimento degli allievi -soprattutto nelle scuole elementari e medie. Il problema è delicato, in quanto alla base della nostra politica scolastica vi è il principio di riunire nella medesima classe allievi con capacità di apprendimento diverse. Che questo sia uno dei fattori unificanti della nostra società è stato spesso segnalato e giustamente apprezzato nel corso del dibattito precedente la votazione. Tuttavia è innegabile che il problema sussista, anche a seguito della necessità di rispettare i famosi ‘programmi’ (peraltro sempre più esigenti): gli allievi più lenti a un certo punto devono essere ‘sacrificati’, mentre quelli più veloci finiscono sempre per annoiarsi. In una certa misura il docente può provare a moltiplicarsi dedicandosi in modo diverso ai diversi ‘gruppi’ che, di fatto, costituiscono la sua classe; ma è un lavoro immane, che dovrebbe essere sostituito da qualche altra soluzione. Viceversa, si sacrificano le potenzialità tanto degli allievi più dotati quanto quelle degli allievi più lenti, poiché i primi potrebbero fare molto di più mentre i secondi dovrebbero essere messi in grado di fare propri una serie minima di strumenti e nozioni. L’attuale divisione in ‘livelli’ nell’ultimo biennio delle scuole medie è ormai una farsa, in quanto è noto che molti datori di lavoro preferiscono candidati provenienti dai livelli 1 (anche con voti bassi) a candidati provenienti dai livelli 2 (anche con voti alti); ciò vanifica la premessa stessa della suddivisione, in quanto di fatto si costringono i genitori a scegliere, quando proprio non è impossibile, i livelli 1 per i propri figli.

Sul problema della mancanza di motivazione di molti docenti, anch’essa messa in risalto nel corso del dibattito, ho il sospetto che sia in relazione con queste difficoltà. In ogni caso, sarà senz’altro necessario affrontarlo di petto.

Qualunque sia la risposta a queste ed altre difficoltà (non essendo un pedagogo non ho la pretesa di poter offrire delle soluzioni), è comunque chiaro che occorrerà mettere a disposizione lo spazio per discuterli, e del denaro per studiarne e metterne in atto le soluzioni. Sulla prima questione, mi auguro si possa contare sull’ospitalità e lo stimolo sistematici di questo giornale, coerentemente con l’impegno da esso profuso a favore della scuola pubblica nelle scorse settimane, per esempio tramite una pagina dedicata periodicamente ai problemi della scuola. Quanto alla seconda questione, il Gran Consiglio ha lanciato il messaggio che almeno una decina di milioni sono già oggi a disposizione per la scuola: che li si usi ora senza indugio, per potenziare la scuola pubblica secondo la volontà implicitamente espressa dai ticinesi.

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