La scuola ticinese può e deve essere migliorata in diversi aspetti, alcuni anche fondamentali.
Posta tale premessa, al fine di chiarire che ben comprendo e condivido l'insoddisfazione di chi vuole per i propri figli una diversa enfasi sui contenuti e una diversa organizzazione dell'insegnamento, devo però radicalmente dissentire da chi sempre più insistentemente chiede che il cambiamento avvenga dirottando fondi dalla struttura pubblica verso le scuole private (ciò si applica naturalmente in misura ancora maggiore nei confronti delle richieste di finanziamenti pubblici per l'introduzione di contenuti strettamente ideologici nell'insegnamento, di qualunque natura - religiosa o altra - essi siano: perché mai la collettività dovrebbe farsene carico?)So per esperienza diretta che nei paesi in cui il sistema educativo si basa sulla scuola privata (conosco bene i casi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e del Giappone), i risultati sono un disastro. Con l'esclusione di un ristretto numero di scuole di élite, l'accesso alle quali è semplicemente proibitivo per chi non è dotato di grandi mezzi finanziari, la preparazione di base è estremamente scadente, tanto nel campo delle discipline umanistiche quanto per le materie scientifiche.
In un paragone con quanto offerto dalla scuola ticinese, gli studenti di questi paesi sono ad un livello ben inferiore.
E ciò sia in termini di quantità di materiale appreso che soprattutto di approfondimento (in particolare nelle discipline scientifiche e tecniche non basta aver 'sentito parlare' di qualche cosa: la materia va padroneggiata e interiorizzata).La causa di questa situazione consiste nella mercificazione dell'educazione, la quale è una conseguenza diretta e inevitabile della privatizzazione. Quando la scolarizzazione diventa un prodotto come un altro da vendere sul mercato, il produttore cerca la propria nicchia: c'è chi offre un bene di lusso, di alta qualità ma ad alto prezzo, e chi offre beni di più modesta levatura per chi non può permettersi altro. Un tale stato di cose è destinato a perpetuarsi, in quanto chi offre alti standard può contare sulle entrate per continuare a farlo, mentre la scuola di massa (sia essa pubblica o privata) soffre di una sistematica mancanza di risorse.
Per chi si può permettere le scuole migliori un tale stato di cose è idilliaco: sul mercato del lavoro, dove sono destinati a posti dirigenziali, costoro non avranno nessuna concorrenza. Occorre però chiedersi quali siano le conseguenze per la società nel suo complesso. Se in generale la preparazione degli allievi è scadente, qualcuno dovrà pure assumersene le spese. Queste sono in un primo tempo a carico delle imprese, che trovano a disposizione mano d'opera scarsamente qualificata; ogni processo di formazione va completato entro l'impresa, la quale per ciò deve pagare in termini di tempo perso (questo processo è particolarmente evidente in Giappone, dove istituzionalmente le imprese dedicano i primi mesi di impiego, fino a 3 anni, alla qualificazione professionale).
Alla fine, comunque, questi costi tornano a carico della società, in termini di prezzi più alti e salari più bassi.
In termini sociali il costo della formazione scolastica va dunque comunque a carico della colletività. Se questo processo avviene in modo consapevole e diretto, come avviene nei paesi in cui la scolarizzazione è primariamente pubblica, l'educazione è una risorsa della società. Ma si può, e deve, andare oltre.
Il Ticino sa offrire un'ottima educazione, e immette pertanto sul mercato del lavoro personale ben qualificato. Questo è un fattore che le aziende tacitamente contabilizzano, e che di fatto altera in favore del Ticino i confronti strettamente pecuniari sul costo relativo del lavoro (di ciò, incidentalmente, devono tener conto le discussioni sulla sulla fiscalità per le imprese, che solitamente enfatizzano la componente delle uscite versate al fisco senza menzionare i benefici in termini di infrastruture e di capitale umano offerte dalla collettività).Le implicazioni riguardo alla riforma dello stesso sistema scolastico sono evidenti.
Le spese per la scuola non sono costi improduttivi da minimizzare, ma un investimento sociale di cui il sistema economico nel suo complesso beneficia in continuazione. Anziché una sottrazione di risorse, il nostro sistema scolastico merita maggiori iniezioni di fondi che permettano il mantenimento del vantaggio acquisito e quei miglioramenti da tutti auspicati, alla luce delle potenzialità che abbiamo a disposizione e soprattutto in vista delle trasformazioni in atto nei modi di produzione.Se vi è un esempio da prendere dai paesi citati sopra, e in particolare dagli Stati Uniti, non è dunque la spinta verso la privatizzazione (che nel nostro caso equivarrebbe alla svendita di un settore che dimostra di funzionare egregiamente, rispetto ai parametri internazionali), ma l'ambizione di familiarizzare i ragazzi con le tecnologie informatiche tramite l'introduzione di internet in tutte le classi entro il 2003 -settore questo in cui siamo sinora stati particolarmente miopi.
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