ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Troppo poco cuore per la nostra scuola


Quando si par­la di provvedi­menti di politica scolastica spesso accade che, per non entrare in materia, per defi­larsi o comunque per cercare di spo­stare l'attenzione dal tema in di­scussione, si invochino la mancanza di una visione globale, la necessità di un intervento complessivo, l'imbarazzo di pronunciarsi solo su un elemento di un contesto più generale e altre considera­zioni «olistiche» di questo genere.
Puntualmente quando questo accade mi capita, mi è capitato e sono certo mi capiterà ancora di spiegare che tut­ti i provvedimenti proposti sono tassel­li di un mosaico complesso, di spiegare quali sono i tasselli principali di questo mosaico, ma poi la litania della man­canza di una visione d'assieme torna e ritorna, come gli stereotipi della politi­ca che parla solo politichese, della ne­cessità della revisione dei compiti dello Stato o, per andare più in là, delle sta­gioni che non sono più quelle di una volta. Vorrei quindi qui brevemente dire e ribadire che gli interventi che il Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport e il Consiglio di Stato hanno pianificato e stanno por­tando avanti per la scuola dell'obbligo sono finalizzati a rafforzare questa isti­tuzione importantissima nei suoi capi­saldi, che sono l'equità, l'inclusione e la qualità. I dati PISA 2009, gli ultimi disponibili, ci dicono che la scuola tici­nese è equa, nel senso che non vi sono eccessive differenze tra allievi e studen­ti dei vari istituti e delle varie regioni del Cantone, se non per le ovvie diffe­renze individuali dei ragazzi. Il sistema è quindi ben bilanciato da questo pun­to di vista e ciò è un bene prezioso che condividiamo con i migliori sistemi scolastici. La nostra scuola dell'obbligo è certamente anche inclusiva, predi­spone diversi servizi adeguati a seguire gli allievi più deboli, non per buoni­smo, che del resto non avrebbe nulla di negativo, ma perché se lasciassimo in­dietro schiere di ragazzi con difficoltà questo si riverberebbe poi sulle loro capacità o incapacità di inserirsi nella società alla fine della scuola, una pro­spettiva che per la nostra società sareb­be disastrosa. Come ha ben detto Ba­rak Obama in un suo discorso, chi si lamenta di quanto costa l'istruzione non si immagina nemmeno quanto co­sterebbe alla società l'ignoranza.
Quanto alla qualità, se la misuriamo sempre attraverso i dati PISA, possia­mo dire di essere nella media OCSE, ma dobbiamo rilevare di non essere brillantissimi nel confronto intercanto­nale, perlomeno rispetto ai 13 Cantoni su 26 che hanno accettato di confron­tarsi. È a partire da questi dati, che sempre quando vengono pubblicati suscitano dibattito, che una serie di misure è stata messa a punto in un disegno articolato e coerente. Esse pas­sano dalla revisione dei programmi, già in corso e grossomodo a metà del cammino, dagli approfondimenti sui mezzi didattici legati all'informatica che dovrebbero portare alla nascita di un nuovo centro di competenze, dal potenziamento dei servizi specialistici, magari parziale ma già in corso, dal rafforzamento della dirigenza delle scuole comunali decisa dal Gran Con­siglio a giugno, da un rafforzamento della formazione continua dei docenti e degli stessi dirigenti scolastici, dal nuovo percorso agevolato per quella di base e dalla verifica della sua qualità, dal miglioramento salariale per i nuo­vi insegnanti (niente più penalizzazio­ni iniziali da quest'anno) e dal previsto aumento dei salari dei docenti comu­nali. Accanto a questi elementi e prov­vedimenti unitamente ad altri che per brevità non citerò, è appena partito un gruppo di lavoro incaricato di appro­fondire il tema della gestione dell'etero­geneità, premessa indispensabile per poter migliorare aspetti pedagogici centrali come la gestione e la valorizza­zione delle differenze, nonché il raffor­zamento della cooperazione tra docen­ti. In questo contesto si inseriva anche la misura della limitazione delle classi numerose di cui ha discusso martedì il Gran Consiglio. Mai nessuno ha detto, sostenuto, scritto o immaginato che questa misura fosse risolutiva o parti­colarmente taumaturgica, ma certo è che senza di essa il quadro generale qui appena schizzato diventa meno co­erente. Così come è certo che la dimi­nuzione del numero di allievi per clas­se avrebbe creato un contesto più adat­to alla differenziazione pedagogica, e avrebbe pure aiutato i nostri docenti a lavorare in un clima più disteso e sere­no. La scuola che a mio parere va raf­forzata è quella che conosciamo, equa, inclusiva e di qualità. Una scuola che sappia dare ai ragazzi il massimo pos­sibile, aiutando convenientemente i più deboli e valorizzando i migliori, una scuola nella quale le condizioni quadro permettano ai docenti di fare un buon lavoro per le future generazio­ni. Il dibattito parlamentare dello scor­so martedì da questo punto di vista non è stato soddisfacente. Troppo be­naltrismo («ben altro ci vorrebbe per…»), molta contabilità e statistica spicciola e poca politica; qualcuno in Parlamento ha detto troppo contrasto politico badando a chi fa le proposte piuttosto che al loro valore. In sostanza troppo poco cuore per questa istituzio­ne così importante. Peccato, peccato davvero, anche se per finire, pur an­dando in un'altra direzione, qualcosa ne è uscito. Per quel che mi riguarda la direzione comunque non cambia. È quella tracciata da molti responsabili della scuola venuti prima di me, un indirizzo che non va indebolito ma consolidato e ammodernato, nel qua­dro di una società più complessa e in­dividualista nella quale il ruolo della scuola dell'obbligo rimane un elemento di coesione imprescindibile.

 

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