ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Ridiamo senso alla scuola


Lina Bertola, laRegione, 26 marzo 2015


Il documento ‘La scuola che verrà’ posto in consultazione dal Decs offre lo spunto per riaprire la discussione su alcuni principi etico-politici che stanno a fondamento della riflessione sul senso della scuola. Un primo esito interessante di questo approccio è quello di riportare il dibattito politico alle sue radici etiche, oggi spesso trascurate, se non addirittura dimenticate. Spesso infatti gli interventi sulla politica scolastica si limitano a richieste parziali, contingenti, a volte estemporanee, quasi sempre, comunque, sintomo di una percezione strumentale della scuola, al servizio (o a rimorchio) dei bisogni, veri o presunti, di una società sempre più abitata, nelle sue narrazioni, dai linguaggi pervasivi del mercato. Proviamo allora a ragionare sulle questioni di principio, ovvero sul valore e sul senso della scuola. Dapprima sulle questioni cui il documento sembra voler dare risposta, come le pari opportunità e la valorizzazione delle differenze, e in seguito su altre, altrettanto significative questioni, sulle quali invece il progetto del Decs tace, come il compito politico-culturale della scuola, o come la figura del maestro e dell’esperienza della conoscenza, di cui il maestro è portatore: i contenuti, insomma, necessari alla formazione delle nuove generazioni.

Pari opportunità e differenza
Le pari opportunità costituiscono lo sfondo etico-politico del principio di integrazione che ispira la scuola ticinese sin dalle riforme degli anni 70. Come ben sappiamo, questo concetto si ispira a sua volta ai valori fondanti della modernità e della sua tradizione liberale. Si tratta di un impegno ineludibile, e non solo a causa di un multiculturalismo che sembra esplodere in questa spesso dolorosa stagione delle migrazioni. Anche laddove apparivano superati o perlomeno attenuati, vantaggi e svantaggi di partenza tendono oggi a riproporsi: pochi ricchi diventano sempre più ricchi e gli altri, molti, sempre più poveri. In termini educativi promuovere le pari opportunità significa innanzitutto consentire ad ognuno di sbocciare come persona, concedere ad ogni allievo il tempo di educarsi. Non a caso Platone, che al tema dell’educazione dedicò pagine che ancora ci parlano, usava il verbo al riflessivo: educarsi è possibile. Aveva ragione, perché l’educazione è un viaggio verso se stessi, un’esperienza intima e personale: sei tu che ti apri a un maestro quando lo riconosci. Accogliere i tempi dell’educazione significa accogliere le differenze per quello che sono: differenze e basta. Ma questo non è mai stato facile nella nostra cultura. Benché il loro valore sia riconosciuto e descritto in ambito scientifico (da Darwin al concetto di ecosistema, e oltre) si tratta di un tema delicato, che ha segnato profondamente la storia della nostra civiltà, spesso incapace di pensare la differenza senza misurarla rispetto a un modello ideale. La rappresentazione della differenza come misura dell’altro su una scala gerarchica di valori ha spesso comportato nella storia un effetto di discriminazione: la donna e lo straniero, in primis. Il concetto di uguaglianza, al cuore del pensiero politico moderno, può essere letto anche come correttivo di questo retaggio culturale: liberté, égalité, fraternité. Ma anche nel progetto etico-politico dell’illuminismo l’uguaglianza resta un problema, vuoi per la difficoltà a coniugarla con la libertà, vuoi, in altra prospettiva, perché considerata, nel suo formalismo giuridico, una mistificazione della realtà. Una bella scommessa etica è allora quella di spingersi oltre l’uguaglianza giuspolitica, verso un’uguaglianza più sostanziale che si realizzi proprio nel riconoscimento del valore delle differenze. “La scuola che verrà” ha il coraggio di mettere in movimento questi valori, rinnovando, mi piace ricordarlo, quello spirito con cui gli insegnanti ticinesi, assieme a Franco Lepori, promossero, negli anni 70/80, alcuni significativi cambiamenti. Su questi valori irrinunciabili a me pare che debba declinarsi un serio dibattito circa le modalità di attuazione della scuola del futuro, e quindi sul tema delle note, dei livelli e del compito certificativo che spetta a questa istituzione, evitando semplificazioni come, ad esempio, quella del rischio, in una scuola considerata troppo attenta all’integrazione, di abbassamento della qualità della formazione. Il rischio c’è, eccome, ma forse ha altre ragioni, che richiedono un’analisi più articolata dell’attuale clima culturale. In questo senso appare necessario esplorare alcuni temi fondamentali che concernono il senso della scuola e che nutrono l’orizzonte etico fin qui delineato: temi che purtroppo il documento non prende in considerazione.

Quando il tecnicismo annulla l’esserci
Prima di affrettarsi, come fa il documento, a descrivere come fare “la scuola che verrà”, a me pare opportuno interrogarci su che cosa è scuola in questa stagione storica, su che cosa insegnare e perché . La grande attenzione rivolta dal progetto al come , alle modalità di attuazione dell’insegnamento, scavalcando di fatto il tema prioritario del che cosa insegnare è in un certo senso espressione di un clima culturale preoccupante. Le analisi che raccontano le criticità del presente sono note: l’utilitarismo esasperato valorizza i mezzi per i mezzi, in un continuo riprodursi identico e autoreferenziale, senza più riconoscere, sotto la cifra ingannevole dell’innovazione, alcun fine fuori di sé. L’orizzonte di senso appare risucchiato dentro un presente assoluto che ripete se stesso: non sappiamo bene dove andare, allora facciamo qualcosa! E così eccoci di fronte a un catalogo di cose da fare: strategie didattiche, ambienti idonei, situazioni favorevoli. Mezzi, appunto, che si legittimano in modo autoreferenziale, dal momento che anche le scienze dell’educazione che li ispirano sono da considerare strumenti interpretativi per educare; strumenti nelle mani di un maestro che vuole insegnare qualcosa ai suoi allievi. Perché il fine (e quindi il senso, la sostanza della scuola) è in questo processo di insegnamento/apprendimento di contenuti ed è su questo accadere educativo che occorre riflettere e discutere per progettare la scuola del futuro.

La figura del maestro
L’essenza della scuola, intesa anche come luogo simbolico che ha nutrito la nostra storia, si costituisce e si esprime nella relazione tra un maestro e un allievo: una relazione che tocca il sé più profondo di persone che condividono, nella loro unicità, un’esperienza della conoscenza. Un’esperienza della conoscenza intima, e per questo mai del tutto decifrabile; una qualità non misurabile, e per questo sempre un po’ magica. Nella mia esperienza di insegnante mi ha sempre emozionata e sorpresa il fatto che le conoscenze che nutrono il mio esserci di ‘maestra’ potessero contribuire a dare forma all’esserci dei miei allievi. In uno splendido saggio dedicato alla lezione dei maestri, George Steiner esplora l’intensità di questa relazione educativa che intreccia mente emozioni e sentimenti, carisma e seduzione, imitazione e tradimento. L’esserci del maestro porta in sé l’esperienza della conoscenza (mi capita spesso di dire che insegniamo quello che siamo), un’esperienza della conoscenza che nutre la nostra vita e il nostro stare al mondo, proprio come indicato dal progetto della modernità: conoscere per capire e capire per essere autonomi.

L’esperienza della conoscenza
Il senso e il valore della scuola non si misura dunque sulla quantità di saperi utili e immediatamente spendibili che è in grado di offrire; da questo punto di vista potrebbe spesso risultare in ritardo, o addirittura perdente rispetto ad altre agenzie informative, o rispetto alle memorie informatiche, e la rincorsa sarebbe vana, ma soprattutto fuorviante. Perché la scuola è un’altra cosa, è un’esperienza di senso. Rispetto alla simultaneità e ubiquità di un sapere/informazione immediatamente spendibile, fuori dal tempo, l’esperienza della conoscenza, a scuola, è stare nel tempo : stare nel tempo dell’ignoranza che ti apre alle domande, nel tempo della bellezza che nutre il contatto con sé stessi nell’incontro con la conoscenza (bello buono e vero, dicevano gli antichi) e il tempo dell’inutilità, di ciò che è bello e buono e vero, e trattiene in sé il suo senso. Premessa fondamentale per assicurare questo valore anche alla scuola di domani è l’impegno ad interrogarsi sui contenuti che possono nutrire questa esperienza educativa (sulla scia di quel libriccino di Edgar Morin sui sette saperi fondamentali per il futuro con cui si inaugurò, nel 1999, una interessante stagione di riflessione pedagogica). Proprio la valorizzazione della figura del maestro come professionista della conoscenza ci ha permesso infatti di ribadire come la conoscenza non sia semplicemente un mezzo da usare, da scambiare o da esibire nella sua versione mercificata, ma sia innanzitutto un’esperienza di sé e del mondo.

Quando il tecnicismo annulla l’esserci
La figura del maestro, l’esperienza della conoscenza e l’importanza dei contenuti restano silenziosi, sullo sfondo della ‘scuola che verrà’. E purtroppo, paradossalmente, anche l’allievo in qualche modo scompare. E questo perché, nonostante la grande attenzione che gli si è voluta riservare, la logica tecnicista del porta a oggettivare e ad analizzare la persona dentro il moltiplicarsi di sguardi fin troppo attenti che frantumano il suo essere, annullandolo nella sua unicità. Non è un caso, forse, che il testo suggerisca qualche analogia (a mio giudizio pericolosamente indebita) con l’approccio e con il lessico medico (la valutazione diagnostica, il profilo/ cartella dell’allievo). Anche la medicina incappa spesso in questo paradosso: per indagare a fondo le malattie spesso perde di vista il malato. Mi vien da dire allora, in conclusione e con una battuta, che la scuola che verrà non ha bisogno di alcun accanimento pedagogico, quanto piuttosto di una valorizzazione dei maestri nel loro esserci come soggetti, espressione di un’esperienza della conoscenza. Un’esperienza che forse permetterà alla scuola di continuare a formare persone capaci di star bene al mondo assieme agli altri e non solo capaci di funzionare bene nei meccanismi del mercato. La scuola, come la vita, è un racconto che ci portiamo dentro; un racconto che può far nascere anche racconti altri della vita. Questa la progettualità che la abita e che abita i buoni maestri.