Essere docente è più di un mestiere. Per capirlo bisogna guardare oltre. Oltre il posto fisso (che personalmente non mi trova d’accordo), oltre lo stipendio, le vacanze… oltre tutto questo.
Per poter fare questo mestiere bisogna avere entusiasmo, passione, una grande dose di pazienza e un’elasticità mentale molto sviluppata. Un insegnante deve poter vedere i bambini uno alla volta, non solo come classe. Deve riuscire a cogliere al volo se un bambino ha bisogno di un percorso diverso, di un aiuto specifico. Deve poter modificare il suo programma in base alla sua classe, agli stimoli che riceve dai suoi allievi, agli argomenti. Non è un lavoro facile, è un lavoro che può essere molto gratificante come molto frustrante. Con gli anni ho imparato a farmi scivolare addosso le critiche di chi pensa che il nostro sia un lavoro privilegiato dal punto di vista economico e che non dovremmo mai lamentarci. Ho imparato che chi la pensa così difficilmente cambierà idea e che è meglio concentrare le mie energie in altro modo.
A settembre il Consiglio di Stato ha deciso di concedere ai docenti delle Scuole comunali e cantonali un congedo pagato il giorno 23 marzo 2016. Detta così sembra una buona notizia (a chi non piacciono le vacanze), ma se la giornata di vacanza (che nessun docente ha mai chiesto) serve per compensare tutta una serie di tagli salariali previsti nel Preventivo 2016, allora le cose cambiano. Siamo confrontati sempre più con un peggioramento delle condizioni di insegnamento e di apprendimento, perché forse non tutti hanno capito che le misure di risparmio e di risanamento colpiscono anche gli allievi e non solo i docenti. Un maggior numero di allievi per classe e la riduzione delle ore di recupero incidono globalmente su insegnanti e allievi. E vi ricordo che i bambini e i ragazzi sono il nostro futuro, e che hanno il diritto ad una scuola di qualità che li prepari al mondo del lavoro. Tagliare nella scuola è un errore, un grosso errore. Significa tagliare le risorse dei nostri ragazzi. La decisione di chiudere la scuola mercoledì 23 marzo è un altro grosso errore. Non solo potrebbe mettere in difficoltà le famiglie, ma manda un segnale sbagliato alla società e cioè che “La scuola in fondo non è così importante, possiamo anche chiuderla ogni tanto”. Come docente e come mamma sono indignata e non sono d’accordo. E come altri miei colleghi, mercoledì 23 marzo mi recherò al lavoro e aprirò la sede ai bambini che vorranno frequentarla.
La scuola è la base della nostra società e noi docenti chiediamo che questa base venga tutelata maggiormente. Chiediamo maggiori risorse per i nostri allievi, chiediamo di essere sostenuti e non lasciati spesso soli a far fronte a situazioni a volte più grandi di noi. Chiediamo di poter fare al meglio il nostro lavoro e di avere la serenità e gli aiuti per poterlo fare. Se siamo confrontati con un sempre minor numero di insegnati, al punto di non riuscire a volte a trovare dei supplenti disponibili, un motivo ci sarà e questo dovrebbe far riflettere chi di dovere.
Facciamo un lavoro speciale e vogliamo che continui ad esserlo.