Nei giorni scorsi si è risvegliato in tam tam mediatico in merito all’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche del nostro bel Cantone a seguito della decisione del Consiglio di Stato di affossare una proposta del deputato liberale radicale Matteo Quadranti. Va detto e forse ricordato che da tre lustri l’argomento ritorna in prima linea di tanto in tanto. Qual è il problema, considerato che il fenomeno religioso è vecchio quanto l’umanità intera? Il problema sta nella lotta per il monopolio nel far conoscere questa realtà di vita (un monopolio che, invero, al culto porta notevoli benefici finanziari). Da una parte le organizzazioni religiose che puntano a un insegnamento che fa capo a principi teologici, dall’altra lo Stato che, garante della pluralità culturale dei «propri» cittadini, propende a una conoscenza del fenomeno di fede dal punto di vista storico e ontologico. Le Chiese e i suoi simpatizzanti, con la motivazione degli assunti «cultura religiosa/cristiana» e «Svizzera di radici cristiane», puntano al proselitismo per impinguare il gregge fideista, mentre lo Stato desidera semplicemente fornire ai futuri adulti un sapere oggettivo e umanistico. Si riuscirà mai ad arrivare a un accordo? Non penso proprio perché né Stato né Chiesa vorranno assoggettarsi all’altro. Men che meno lo Stato che, per la verità e malauguratamente, già ha concesso alle organizzazioni religiose dei diritti di ingerenza per nulla opportuni, riconoscendo il Cattolicesimo e il Protestantesimo come enti di pubblica utilità e inserendo anche nelle leggi scolastiche, ma non solo, privilegi al culto della catechesi. Le asserzioni citate poc’anzi mi fanno dire che se il Ticino e la Svizzera appartenessero solo a una cultura cristiana mi sentirei autorizzato a sostenere che il medesimo territorio ha, per esempio, una cultura guerrigliera o sportiva o scientifica o musicale o letteraria o culinaria eccetera eccetera.
Inoltre sarebbe una «cultura cristiana» a più vie: Cattolicesimo e Protestantesimo con, ognuna, ramificazioni o derivazioni diverse. Senza omettere che il Cristianesimo come i fratelli Ebraismo e Islam, sono fedi di un padre comune, Abramo. Tuttavia ognuna di loro è convinta di detenere la verità assoluta: o hanno ragione tutte e tre oppure almeno due dicono il falso! Dunque, cosa caratterizza maggiormente un ticinese o uno svizzero? La lingua parlata? Il tifo per una squadra piuttosto che un’altra? L’attività venatoria? Quella lavorativa? Le finanze? La conoscenza storica, scientifica e naturalistica? L’appartenenza a una fede religiosa?
E che valori dà il confederato ai criteri di giudizio anzidetti, considerando che è il parametro che si sente più importante ad esprimere la radice, l’origine?
A mio modesto avviso l’intensità religiosa è una radice molto superficiale soprattutto se vissuta, ai giorni nostri, con dogmi teologici che, tra l’altro, devono rimanere anacronistici, pena il loro disconoscimento.
Quale allora la proposta per la scuola pubblica ticinese? Una soluzione semplice sarebbe quella di lasciare la trattazione del fenomeno religioso all’interno delle materie di studio laiche già presenti: storia, geografia, lingue, biologia, filosofia e, perché no, anche matematica e ginnastica. Chiaramente l’insegnamento dovrebbe essere affidato a docenti che, pur avendo convinzioni di simpatia per una fede piuttosto che per un’altra o per nessuna, non abbiano a dimenticare l’imparzialità spirituale nella trasmissione del sapere. E le ore concesse e finora usate dall’insegnamento religioso confessionale? Lasciate al potenziamento delle materie citate poc’anzi ma, grazie a uno Stato democratico, spostate al di fuori della griglia oraria delle usuali lezioni. Proposta utopistica? Sì, purtroppo, almeno fintanto che non si capirà la necessità di modificare qualche articolo costituzionale.