ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Scuola pubblica e ideologie religiose


Il tema è ritornato d’attualità a seguito della desiderata espressa da Sergio Morisoli, candidato del Plrt alle prossime elezioni cantonali: l’auspicio di una sua elezione al Consiglio di Stato con presa in carico del Dipartimento educazione, cultura e sport.
Risaputa è la sua appartenenza a Comunione e Liberazione, un movimento cattolico nato a metà degli scorsi anni 50 dall’intraprendenza di don Luigi Giussani, con obiettivo l’educazione alla maturità cristiana e la collaborazione alla missione della Chiesa in ogni aspetto della vita.
In Italia grazie al braccio economico di questo movimento fondamentalista, la Compagnia delle Opere, i principi “neocattolici” vengono ormai considerati parte inscindibile di ogni discorso definito costruttivo.
Alla base di questo movimento ci sono anche la presenza e il radicamento tra i giovani nelle scuole e nelle Università.
E da noi? A parte il candidato citato, persone appartenenti a Cl si trovano già ad occupare posti di indiscusso potere in diversi settori economici e commerciali, nell’informazione (quotidiani e Rsi), nell’istruzione (Usi, Supsi) e nel sociale. Tutti individui con titoli di studio adeguati alla professione, ma con radicati principi morali ed etici subordinati ad una fede dogmatica. Si proclamano laici, ma solo perché non chierici! L’istituzione scolastica messa in piedi dallo Stato è definita pubblica proprio in quanto deve sottostare ai principi della carta fondamentale costitutiva della Nazione. È pubblica per soddisfare, nel processo di socializzazione culturale che vi si attua, l’apprendimento delle conoscenze nel rispetto delle credenze di tutti. Così non fosse, con il predominio di un credo rispetto ad un altro o anche un processo cognitivo rispetto ad un altro, si parlerebbe di scuola privata a carattere confessionale.
All’inizio di questo millennio, riferendosi alle modalità di finanziamento di questa istituzione, Morisoli si era nettamente schierato a sfavore della scuola pubblica.
Allora aveva lottato strenuamente per la scuola privata attaccando senza mezzi termini quella pubblica. Come ha recentemente ricordato Argante Righetti, già consigliere di Stato, il ciellino aveva detto che “… poter scegliere la scuola è un primo passo fondamentale per verificare se il Paese è pronto al ripensamento del ruolo dello Stato, chiedendosi se è legittimo o meno il monopolio statale dell’educazione dei nostri figli. (…) Vincere o perdere la votazione potrebbe significare legittimare o il nuovo che avanza o il vecchio che non se ne vuole andare”.
Dieci anni dopo la medesima persona dimostra interesse per diventare responsabile della scuola pubblica paragonando il suo stato con quello fallimentare dell’industria orologiera prima del rilancio dell’inventore dello Swatch.
Probabilmente presume, come Hayek, di avere quella genialità che altri, prima di lui, non avrebbero avuto: saper scegliere con coraggio la destinazione, la motivazione, il percorso, gli strumenti, il gusto per il rischio! Bei discorsi da economista, forse. Peccato che, nell’atto educativo, l’essere umano, per sua innata natura, non abbisogni di bavagli e guinzagli ideologici (che sono sì paragonabili alle limitazioni dell’operaio alla catena di assemblaggio), ma, anzi, di una libertà tale da riuscire a soddisfare le necessità del proprio desiderio di sapienza con il piacere di migliorare le relazioni con gli altri. A maggior ragione per coloro che si trovano nella fascia d’età che lo sviluppo evolutivo naturale ha predisposto prevalentemente ad un assorbimento massimo delle “nuove” conoscenze.
Non è pensabile che una persona con convinzioni così profonde, in un paio di lustri cambi radicalmente il proprio pensiero su aspetti basilari: farebbe scemare inesorabilmente la propria credibilità.
È pur vero che, se eletto, le sue proposte dovrebbero subire il vaglio non solo dei colleghi di governo, ma, indubbiamente, per il rispetto dei fondamentali diritti umani le energie di molti andrebbero inesorabilmente spese solo per evitare atti richiamanti il fondamentalismo, a scapito dei veri bisogni della popolazione.
Giorgio Giudici ha recentemente dichiarato che i discorsi sulla laicità dello Stato sono anacronistici: ma proprio il “mettere” persone subordinate alla fede (e miscredenti al relativismo culturale) al posto sbagliato sarà motivo principale per ridar slancio a, come dice il sindaco di Lugano, scontri di “stampo ottocentesco”.

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