Con il passaggio dall’obbligatorietà alla facoltatività della frequenza alle lezioni di religione nella scuola dell’obbligo (anno 1990) il numero degli allievi iscritti a tale materia d’apprendimento è vieppiù calato. Questa diserzione ha aumentato il sentimento di libertà in tutti i laicisti, ma ha sempre più accentuato la preoccupazione negli ambienti fideisti.
Nel 2002 si è così giunti a coinvolgere lo Stato in questa problematica e due iniziative parlamentari sono state presentate per sostituire la dottrina catechistica con una formazione alternativa. La prima presentata dal granconsigliere Paolo Dedini effettuata in forma troppo generica; la seconda dell’allora deputata Laura Sadis, in forma elaborata, proponente, con motivazioni a dir poco incongruenti, un corso educativo religioso compensativo. Nel mese di luglio dello scorso anno il Decs ha annunciato un progetto sperimentale di un corso obbligatorio di “storia delle religioni”, coinvolgendo una trentina di classi delle Scuole Medie per tre anni, a partire dal mese di settembre prossimo.
Il ritorno alla forma dell’obbligatorietà è dovuto, sembra, alla non più sussistenza di un approccio pedagogico-catechistico.
Ma è solo pura parvenza, perché i docenti preposti a tale insegnamento avranno avuto, come base, una solida formazione cristiano-cattolica (master) e forse potranno sciorinare una dialettica più accattivante per… esplicitare delle verità costruite sulla fantasia!
In pratica, secondo uno “spirito ecumenico”, si vorrà omogeneizzare l’attitudine di tutti gli alunni nei confronti del fatto religioso: trattati come oche da ingrasso, agli allievi si vorrà riammannire una “cultura” religiosa della quale se ne è sentita la presunta mancanza negli ultimi due decenni. Se ne è sentita la mancanza? Come e da parte di chi? È forse perché c’è carenza di educazione ad abitudini comportamentali improntate ad un minimo di civiltà che occorre far capo alla morale confessionale?
No, sicuramente quel che offende la sensibilità dei nostrani uomini di cultura clerical-laica è altro! È che, tanto per fare un paio d’esempi concreti, nell’iconografia di una fanciulla rivolta ad un efebo dalle ali pennute non si riconosca l’Annunciazione, o che nella rappresentazione di una mensa per tredici commensali non si sappia ravvisare l’istituzione dell’eucaristia nell’Ultima Cena. Il tutto con la relativa… spiritualità!
Sembrerebbe che non sia possibile capire gran parte delle opere d’arte grafiche e plastiche, se non si conosce il “linguaggio” allegorico derivato dal complesso di leggende religiose, in altre parole, che l’opera d’arte non parlerebbe a coloro che, guardandola, non fossero raggiunti dal messaggio pubblicitario ch’essa dovrebbe trasmettere nelle intenzioni dell’autore (ma forse sarebbe più corretto dire del committente visto il concetto di libero arbitrio, soprattutto nel passato!).
È evidente che alcune immagini, persino anche solo dei segni, producono impressioni diverse a seconda di chi li vede e conseguentemente venga loro attribuita, in un’attitudine superstiziosa, una valenza evocativa mistico-magica oppure no. Molte persone che si credono tanto smaliziate da non lasciarsi condizionare emotivamente dalla propaganda commerciale o politica fatta con parole, immagini e suoni, vanno in brodo di giuggiole di fronte alla rappresentazione di una donna con un bambino, di una refezione comunitaria, di un patibolo formato da travi incrociate, di un sarcofago scoperto: tutte raffigurazioni i cui aspetti estetici e tecnici sono secondari rispetto al sentimento religioso che ispirano. Analogo è il discorso che si può fare per le opere letterarie, segnatamente teatrali e poetiche.
La questione di fondo è che, quando si parla di religione, troppo spesso si gioca, equivocando intenzionalmente, sui diversi significati della parola. Per chiarire: è raro trovare un essere umano che non abbia uno suo sfizio atto ad insaporire l’esistenza.
C’è chi è preso da passione per il bello, chi è mosso dall’intima pulsione per l’espressione artistica, chi cede all’irrefrenabile inclinazione all’edonismo, chi sente l’impegno per le cause etiche, chi ha “il senso (e il culto) dello Stato”, chi prova solidale compassione nei confronti degli altri esseri viventi (umani e no), chi è intrigato dalla curiosità per i più disparati campi dello scibile, chi subisce il fascino della natura per come gli appare, chi ambisce al potere, al possesso ed al successo, chi è vocato alla caritatevole beneficenza, chi si diletta e soffre procurando l’irrazionale e l’inconoscibile ammantati di mistero e magia. Insomma: c’è gusto per tutto. Ma attenzione: il fatto che tutte queste attitudini siano connotate da una vincolante componente affettiva in cui hanno una loro significativa importanza i sentimenti, non significa che tutte siano in qualche modo assimilabili alla religiosità! Men che meno a quella religione di cui si vuole imporre la conoscenza agli allievi della scuola obbligatoria ticinese, nei modi e termini previsti attualmente dal Decs!
La religione (derivante dall’etimo “re-ligare”, che nell’accezione del teologo Lattanzio fatta propria dalla Chiesa, viene a significare il “legame” diretto, personale e collettivo, tra la divinità e l’umanità) implica un dio che comunica un complesso di verità a una ben precisa comunità destinataria. Questo concetto di unicità e di esclusività è il fondamento di ogni teismo fideistico innestato sulla rivelazione (la storia prova quanto sia stata e sia tuttora nefasta la religione quando a interpreti della “parola di dio” vi sono “sacerdoti” avidi di potere!). Perciò non si può che considerare mistificatoria una “educazione religiosa” che propone la rilettura delle cosiddette sacre scritture comparandone le versioni, le traduzioni, le interpretazioni più o meno allegoriche, più o meno letterali, disquisendo sull’autenticità delle fonti, sbizzarrendosi nelle più ardite acrobazie esegetiche, in nome di una teologia ecumenica interconfessionale.
Ma i fideisti (tanto quelli orgogliosamente integralisti, quanto quelli ipocritamente dialoganti) in combutta con i laici di sacristia, vogliono riabilitare a tutti i costi la religiosità e le istituzioni che tale attitudine patrocinano e coltivano: per il quieto vivere su questa terra e per non escludersi l’ingresso nel regno dei cieli, nel caso in cui davvero ci fosse l’aldilà. Insomma, la scommessa di Pascal seduce ancora i timorati di dio che non vogliono arrostire eternamente all’inferno!