ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


I docenti, spina dorsale della scuola (intervista a Manuele Bertoli)


Oggi riaprono le scuole in tutto il Cantone, per il primo anno sotto la guida di Manuele Bertoli direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport dopo le ultime elezioni cantonali. In questa intervista il neo direttore riflette sulla scuola, sulle priorità di riforma che ha lanciato alla fine dello scorso anno scolastico, della sua idea di scuola equa ed eccellente, della necessità di valorizzare la professionalità dei docenti e di come la società si pone di fronte ad un’istituzione vissuta sempre più come un servizio.

Manuele Bertoli, durante la campagna elettorale lei ha formulato tre proposte di azione per la scuola ticinese, la quale a suo avviso deve saper coniugare equità ed eccellenza, deve sapersi rinnovare tenendo conto dell’evoluzione della società e deve saper puntare sulla professionalità dei docenti. Ora lei è alla guida della scuola ticinese, da dove si inizia?

In realtà non c’è un punto di inizio, credo che bisogna agire su diversi fronti contemporaneamente tanto è vero che le ipotesi di riforma e di misure che stiamo studiando e che in parte abbiamo schizzato alla fine dell’anno scolastico passato vanno un po’ in tutte queste direzioni. Il rinnovamento per esempio passa dall’aggiornamento dei docenti che è una questione capitale soprattutto se pensiamo che i docenti restano nella scuola parecchio tempo e che nel contempo abbiamo una società che evolve velocemente. È necessario che la loro professionalità non invecchi altrimenti invecchia la scuola. C’è poi la questione del riconoscimento della professionalità dei docenti che richiede certo una riflessione sui salari ma che soprattutto coinvolge altre questioni legate all’immagine che il docente ha nella nostra società e al rapporto di prestazione che noi abbiamo con la scuola, vissuta come un servizio che deve dare alle famiglie dei figli formati al massimo. Questa è la richiesta delle famiglie e dell’economia, così la scuola non è vissuta come un’istituzione, come un percorso comune, con grandi responsabilità personali di tutti, degli studenti, delle famiglie e degli insegnanti. Il discorso dell’equità e dell’eccellenza, infine, è un discorso sempre attuale, già aperto da Gendotti con la legge sulla pedagogia speciale. La partecipazione di tutti con il sostegno pedagogico da potenziare e naturalmente la promozione dell’eccellenza, cioè la differenziazione tra le varie capacità dei vari allievi, sono sfide che vanno avanti parallelamente.

Nello stesso documento quando parla di equità ed eccellenza della scuola cita l’esempio dei Paesi scandinavi. Ci sono dei modelli scolastici esteri ai quali lei si ispira o che ritiene particolarmente interessanti?

Non sono un conoscitore dei modelli esteri, ci sono persone che lavorano nella scuola e che sono specialisti della questione. I modelli scandinavi sull’equità e l’eccellenza erano citati perché a torto alcuni sostengono che la nostra scuola sia troppo equa e che questo penalizzi l’eccellenza. Io credo invece che le due cose siano diverse e possano essere entrambe promosse, cioè non perché si vuole essere equi e inglobanti, evitando di lasciare fuori ragazzi che hanno delle diffcoltà, automaticamente questo significhi che non si sappia riconoscere e promuovere l’eccellenza. Bisogna lavorare nelle due direzioni, credo che questo sia possibile e i modelli scandinavi lo dimostrano.

Quello dell’equità e dell’eccellenza è uno dei temi che spesso viene citato quando si parla di scuola media, perché quest’ultima presenta nel suo iter i livelli, che sono una prima divisione tra chi eccelle e chi meno, e perché alla fine della scuola media per accedere a un liceo bisogna raggiungere una media di voti minima. Questo secondo lei è discriminante oppure va nella direzione della promozione dell’eccellenza?

Credo che la scuola media si muova in una dimensione di dilemma, nel senso che se nella scuola elementare tutti devono cominciare il loro percorso scolastico che ognuno percorrerà a velocità diverse, nella scuola media bisogna cominciare fare qualche scelta, prendendo in considerazione le capacità effettive di ogni studente. Dobbiamo sforzarci affinché nessuno faccia fatica ad arrivare alla fine della scuola media e ad ottenere la licenza, questo è il lavoro di aiuto ai più deboli, ma nel contempo bisogna, pur rispettando il percorso naturale di tutti, cominciare a fare qualche differenziazione. È per questo che si sono create queste «dogane». È ovvio poi che fissare al 4,5 o al 4,65 la media per l’accesso al liceo è una scelta relativamente arbitraria, fatta per evitare ad esempio che in prima liceo ci sia una «ecatombe» generale, cosa che già avviene in parte in Ticino nella misura in cui noi abbiamo un accesso al liceo molto più alto rispetto ad altri cantoni. Non dimentichiamo che la scuola media ha perlomeno permesso di evitare una prima differenziazione dopo la quinta elementare cosa che avveniva in passato con la Maggiore e il Ginnasio. Abbiamo prolungato di due anni il percorso formativo comune di tutti e questo è un bel risultato sul quale non c’è nessuna ragione di tornare indietro.

Sul numero di giugno di «Confronti» ha dichiarato che una delle sue ambizioni è quella di modificare l’«idea di scuola sulla difensiva» che sembra essere predominante in Ticino. Può spiegare questo concetto, in che senso la scuola si muove sulla difensiva? E come scardinare questo meccanismo?

Diciamo che i segnali che vengono dal mondo della scuola non sono di grandissimo entusiasmo, sono quelli di una certa stanchezza, anche perché la scuola è stata oggetto di una serie di misure di risparmio negli scorsi anni o di misure di non sviluppo che evidentemente l’hanno in qualche modo un po’ mortificata. Si tratta ora di cambiare l’ottica, credo che la scuola debba ritrovare entusiasmo al suo interno e un riconoscimento come istituzione da parte della società. Questo è nell’interesse di tutti perché lavorare in un posto dove si è riconosciuti dà maggiori stimoli e di conseguenza produce risultati migliori per gli allievi, per le famiglie e per la società intera. La politica può fare solo in parte questo discorso, ma la responsabilità è soprattutto della società. C’è poi evidentemente un problema di risorse, se mancano quelle difficilmente il «prodotto» sarà impeccabile.

Lei ha detto che negli anni passati si sono spese molte energie per riforme del settore terziario, cioè per Usi, Supsi, Asp. Questa legislatura metterà al centro dell’attenzione la scuola obbligatoria?

Che la Svizzera italiana e il Ticino in particolare abbiano sviluppato il loro settore terziario negli ultimi 15 anni è lì da vedere: nate negli anni 90 oggi Usi e Supsi sono una realtà importante. Quindi, correttamente, c’è stato un investimento piuttosto impegnativo da parte del Ticino in questi progetti. Ma come sempre la coperta arriva fino a un certo punto, e gli investimenti nel settore terziario hanno comportato anche delle rinunce o addirittura delle misure di riduzione in altri settori per esempio nella scuola dell’obbligo. E lì credo che oggi sia giunto il momento di recuperare perché la scuola dell’obbligo nel canton Ticino ha qualche punto di debolezza. Senza far torto a nessuno e senza mettere in competizione queste due realtà, entrambe molto importanti, questo spero sia un quadriennio nel quale oltre a consolidare quello che c’è nel settore terziario si possano fare dei passi avanti nella scuola dell’obbligo.

È di pochi giorni fa la notizia che l’Usi ha deciso di istituire un bachelor in Lingua, letteratura e civiltà italiana. Pensa che questa decisione possa entrare in conflitto con una tradizione di studi che vedeva atenei come Friburgo centri privilegiati per gli studi letterari? Oppure pensa che l’Usi abbia fatto un passo avanti anche nella difesa dell’italianità all’intero della Svizzera?

Io ho partecipato alla decisione come membro del Consiglio dell’Usi, e credo che se da un lato è abbastanza normale che l’università della regione italofona della Svizzera faccia dei passi avanti negli studi di italianistica il nostro obiettivo politico generale come italofoni della Svizzera debba essere quello non tanto di salvaguardare l’italiano nella Svizzera italiana ma di salvaguardarlo come elemento di coesione di tutto il paese, quindi soprattutto al di fuori della Svizzera italiana. Non sono sicuro che questa decisione vada in questa direzione, o perlomeno spero tanto che non si avverino alcune perplessità sorte dal fatto che la Svizzera italiana e il Ticino si occupino dell’italiano. Sarà l’Usi ora a fare in modo che emergano gli aspetti positivi di questa scelta e non quelli negativi. Ma nessuno è profeta non so cosa succederà in futuro, qualche perplessità sul fatto che questa scelta possa avviare dei processi di riduzione dell’italiano nel resto della Svizzera c’è. È chiaro che dovrebbero essere i confederati d’oltralpe a venire a studiare italiano in Ticino e non i ticinesi, se questo accadrà sarà stato un successo altrimenti potrà avere qualche ripercussione negativa.

Sui nostri quotidiani periodicamente ritornano delle polemiche legate al Dipartimento formazione e apprendimento della Supsi (ex Asp). In particolare si contestano una certa difficoltà nel riconoscimento di titoli di studio conseguiti in Svizzera e una scarsa attrattiva di questa formazione. Lei cosa ne pensa?

Sono due questioni distinte, la prima riguarda il Dfa e il suo funzionamento. C’è un dibattito in corso all’interno del Dfa su cui io spero si possa mettere qualche punto finale adesso con la ripresa delle lezioni. Ci sono state delle tensioni che spero si possano superare al meglio, soprattutto perché noi abbiamo bisogna di questa scuola professionalizzante che deve preparare i docenti di domani. L’altra questione è invece legata al riconoscimento dei titoli svizzeri. Viviamo in un paese federalista e il federalismo a volte ha degli effetti non proprio positivi: fino a 15 anni fa ogni cantone riconosceva autonomamente i titoli degli altri cantoni e questo aveva creato una giungla, perciò si era trovato un accordo intercantonale a cui hanno aderito tutti i cantoni che hanno dato alla Conferenza dei direttori della pubblica educazione il compito di riconoscere i titoli di studio per tutti. Il canton Ticino si attiene a questa regola, bisogna però che in questo meccanismo tutti facciano la loro parte: la Cdpe riconosca i titoli, le scuole ne chiedano il riconoscimento (la polemica di questa estate è infatti nata dal fatto che la scuola di musica di Lucerna non ha mai inoltrato tale richiesta), e che i cantoni si comportino di conseguenza. Noi stiamo lavorando affinché tutti vadano nella stessa direzione che è poi quella di aiutare gli studenti a diventare dei docenti e noi abbiamo bisogno di buoni docenti.

Rimane il fatto che diventare docente per molti laureati che si vedono costretti a dover investire altri due anni di formazione a tempo pieno sembra non sia un percorso particolarmente allettante.

La prima questione è che essere un bravo matematico non significa essere un bravo insegnante di matematica. Io stesso ho sperimentato nel Ginnasio degli anni 70 dei docenti che non avevano praticamente nessuna formazione pedagogica, si buttavano nell’insegnamento, alcuni per loro capacità personale ci riuscivano altri meno. Per cui il principio di un’abilitazione pedagogica a mio avviso è un principio corretto e non più contestabile. Stabilire poi quale debba essere questa preparazione pedagogica può essere sempre materia di discussione, si può discutere se deve essere a tempo pieno o se può essere fatta en emploi , cosa alla quale io sarei favorevole ma che la Cdpe non ammette se non con qualche deroga, tutti margini di manovra che noi cerchiamo di sfruttare. Infine c’è anche la questione degli stipendi perché più una formazione dura a lungo più uno si aspetta un riconoscimento salariale, ma questo è un altro capitolo.

A metà giugno in occasione della chiusura dell’anno scolastico ha lanciato il suo pacchetto scuola, nel quale ha espresso delle urgenze che prevedono tra l’altro la cantonalizzazione e il potenziamento del servizio di sostegno pedagogico, la riduzione del numero massimo di allievi per classe, la riforma della legge sull’aggiornamento dei docenti e possibili aumenti salariali per questi ultimi. Le riforme costano, il Ticino se le potrà permettere? Lei come si muoverà?

Certo, queste riforme costano, stiamo facendo le valutazioni di quanto costano e quali sono le possibilità di inserimento di queste misure nel tempo. I politici si dividono in tre categorie, ci sono quelli che dicono che bisogna investire e hanno poi il coraggio di dire che bisogna trovare le risorse, io faccio parte di questa categoria, ci sono quelli che invece badano a spendere il meno possibile per «lasciare i soldi nelle tasche dei cittadini» e che coerentemente propongono anche dei tagli a quelle che loro giudicano essere delle spese superflue, la destra classica appartiene a questo tipo di visione. Poi c’è una terza categoria che sono quelli che vogliono spendere meno soldi ma avere di più, c’è un certo populismo che fa parte di questa categoria. Sarà interessante capire in quale direzione andrà il Governo, io resto dell’opinione che per fare una buona scuola bisogna investire di più. Naturalmente questo non vuol dire che non ci siano degli spazi di miglioramento e di risparmio, ma diciamo che il grosso oggi in questo settore necessita di nuovi investimenti. Io andrò in questa direzione, se Governo e Parlamento mi seguiranno lo sapremo presto.

In seguito all’entrata in vigore del concordato HarmoS si dovrà affrontare la revisione degli attuali programmi della scuola dell’obbligo. A che punto siamo? Lei cosa si aspetta da questa revisione?

I piani di studio dovranno essere rivisti entro il 2015, il processo dunque è agli inizi ed è difficile dare oggi delle indicazioni precise. Quello che mi aspetto è che siano dei piani di studio comprensibili e utili, degli strumenti di lavoro e non dei bei documenti orientativi o generici. Gli strumenti di lavoro per essere tali devono essere ben compresi da chi li deve mettere in atto cioè dai docenti. Anche per questo nel quadro del pacchetto scuola ho insistito affinché nelle scuole comunali si possa arrivare ad avere un direttore pedagogico per ogni sede. Questi ultimi assieme agli ispettori accompagneranno i docenti nell’attuazione dei principi dei nuovi piani di studio.

Il Consiglio di Stato tra poco dovrà affrontare la discussione sul progetto di legge sulla pedagogia speciale elaborato in seguito all’Accordo intercantonale sulla collaborazione nel settore della pedagogia speciale. Uno dei punti ribaditi dall’Accordo e dal progetto di legge è il principio di integrazione dei minori con bisogni educativi particolari nella scuola regolare. A suo avviso in Ticino si può fare di più in questo senso? Cosa auspica per il futuro della scuola speciale?

Per il lavoro che ho svolto precedentemente, per il mio orientamento e non da ultimo per la mia storia personale credo che sia determinante che la scuola sia il più inclusiva possibile. La scuola speciale deve essere una scelta quando nel bilancio tra gli effetti positivi e negativi dell’integrazione e quelli invece di una cura particolare vi è uno squilibrio a favore di quest’ultima. Il Ticino fortunatamente è già il cantone in cui vi è la quota di studenti più bassa che frequentano la scuola speciale, inoltre le classi speciali sono inserite logisticamente all’interno degli edifici scolastici regolari. La scelta, che compete sempre alle famiglie e non solo alla scuola, di decidere di mandare un ragazzo in una scuola speciale o di continuare a sostenerlo nella scuola ordinaria è sempre una decisione difficile che si affronta caso per caso. Ognuno ha la sua storia, a volte positiva altre volte meno, ma prendere dei singoli casi e generalizzare sarebbe fare un torto al sistema.

Dallo scorso anno scolastico ha preso avvio la sperimentazione del corso di Storia delle religioni nelle scuole medie. C’è chi teme che sia il primo passo per eliminare l’insegnamento religioso nella nostra scuola. Qual è la sua posizione?

Personalmente credo che il modello attuale dell’insegnamento religioso a scuola non sia un modello che porta a dei frutti, da quello che vedo io ma non generalizzerei non mi pare che ci sia molto che rimane da questo insegnamento tanto è vero che appena i ragazzi decidono da soli la frequenza a queste lezioni si abbassa di molto. Anche per questo e per una serie di convinzioni che si sono confrontate in Parlamento si è avviata la sperimentazione del corso di Storia delle religioni, che si concluderà nel 2013, a quel punto bisognerà fare il punto della situazione e prendere una decisione lavorando su dei dati concreti. Io oggi non ho una posizione, certamente siamo in una situazione dove pur vivendo in una società che diventa sempre più multiculturale c’è anche una grande ignoranza delle religioni. Però mi fermo qui e attendo i rapporti che mi arriveranno dalla sperimentazione, le decisioni si prenderanno a ragion veduta senza far valere troppo le proprie convinzioni personali ma cercando di fare soprattutto l’interesse degli allievi e della società. Credo sia questo l’angolo di lettura di questa questione caricata di aspettative e di questioni ideologiche in parte fuori posto.

Non è certo un segreto che lei ami molto la musica, tanto che si è fatto portare un piano nel suo ufficio. L’educazione musicale nella nostra scuola va sostenuta e potenziata?

Sicuramente va sostenuta, in Ticino, contrariamente ad altri cantoni, la scuola elementare in molte sedi conosce la figura del docente di musica. E questo è già un buon risultato, la scuola dunque svolge una parte importante, ma poi l’altra parte la fanno tutte le associazioni volontarie o semivolontarie come le bande e le scuole di musica, che sono una realtà molto presente nel nostro paese. Le due cose devono essere complementari e devono essere sostenute, nella misura in cui ce ne sarà la possibilità io lo farò molto volentieri perché credo che l’educazione musicale sia un elemento importante per lo sviluppo delle persone.

Oggi inizia il nuovo anno scolastico, se potesse parlare ad ogni docente cantonale cosa gli direbbe?

Innanzi tutto vorrei sottolineare che i docenti sono la spina dorsale della scuola e che se i docenti non fanno il loro lavoro con entusiasmo e se questa professione non viene riconosciuta è la scuola e quindi la società del futuro ad andarci di mezzo. Credo quindi che bisogna stimolare e sostenere i docenti affinché possano fare un ottimo lavoro, mettere loro a disposizione gli strumenti per restare sempre al top della professionalità. Ma soprattutto vorrei fare loro un grosso in bocca al lupo per il prossimo anno scolastico. Io sono pronto a fare la mia parte con questo Dipartimento sperando di avere il sostegno del Governo e del Parlamento, anche i docenti però devono fare la loro parte perché la loro professionalità implica anche un investimento personale che tanti fanno da molti anni e sono per questo persone molto preziose. Sono convinto che si può andare nella buona direzione lavorando tutti assieme per fare in modo che la scuola dia i risultati migliori. È questo il mio augurio ai docenti che per i prossimi nove mesi avranno a che fare con gli allievi, con le famiglie e con tutto quello che, e a volte è troppo, la società chiede alla scuola

I suoi figli vanno già a scuola?

Mio figlio comincia la seconda elementare, mia figlia invece frequenta la scuola dell’infanzia.

Come genitore come vive la scuola?

(Ride) Mio figlio mi ha detto: ma tu adesso non potresti fare in modo che non andiamo più a scuola? Scherzi a parte evidentemente andare a scuola è un impegno anche per lui e se ne rende conto, a volte non è facile ma bisogna fargli capire che non tutto è dato e che le cose bisogna prendersele pezzo per pezzo e conquistarsele mettendoci del proprio. Poi, come per tutti, ci sono giorni più facili e giorni meno.

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